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797 pages, AO3 story
Published May 14, 2024
Prima di tutto, una premessa doverosa. Le fanfiction nascono come atti d’amore: scritte nel tempo libero, gratuitamente, senza alcun obbligo verso il lettore. Non sono “prodotti” da giudicare con il righello dell’editoria tradizionale, e farlo rischia di essere profondamente ingiusto (oltre che un po’ snob). Parlarne, invece, è un modo per raccontare cosa ci hanno lasciato: risate, ansia da pagina successiva, insonnia non programmata o semplicemente la sensazione di essere stati presi sul serio come lettori. Non è un giudizio sull’autore, ma sulle ore che abbiamo passato dentro quella storia. E questa è solo la mia esperienza.
Ambientata nell’ottavo anno post-guerra, The Scavenger Hunt si svolge sotto l’ombrello del cosiddetto Unity Project, un’iniziativa del Ministero nata per obbligare ex Gryffindor ed ex Slytherin a smettere di sotterrarsi metaforicamente (e a volte non solo metaforicamente) in sala comune. Il progetto culmina in una gigantesca caccia al tesoro a coppie: prove da superare, indizi da decifrare, convivenze forzate, dormitori che non rispettano le distanze di sicurezza e una quantità perfettamente ragionevole di caos ormonale. Ma, come spesso accade, la competizione non è che la parte visibile del meccanismo: sotto la superficie si muovono traumi, sensi di colpa, nostalgia, desideri che non trovano ancora il coraggio di chiamarsi desideri, e soprattutto un Paese intero che non ha compreso davvero cosa significhi “pace” finché non si prova a ricostruirla.
Era da tempo che non leggevo una FF così. Ha quel mood che amo: lento, corale, progressivo, con personaggi che maturano invece di limitarsi a limonare dietro una tenda. Draco “cade” per primo — il che non è una lamentela, anzi — e lo fa con la logica disastrosa e bellissima dell’adolescenza che tenta la prima serietà della vita adulta. È un innamoramento osservato quasi in tempo reale, fatto di scivolamenti fuori controllo, di sguardi che durano un po’ troppo e di frasi che, se lette ad alta voce, potrebbero costituire legalmente un’ammissione di debolezza.
Anche il POV multiplo, che di solito mi fa alzare una sopracciglio, qui funziona sorprendentemente bene. Serve a raccontare non solo Draco e Hermione, ma anche gli altri legami che si intrecciano attorno a loro, permettendo alla storia di respirare. Non è solo una ship: è un ecosistema. E attraverso questo ecosistema scopriamo che Ron e Pansy sono — senza esagerare — una delle sorprese meglio riuscite della fic: ironici, imperfetti, teneri, e con quella dinamica da “non dovrei ma lo faccio lo stesso” che appartiene alle grandi coppie secondarie. A ruota seguono Harry e Theo, Ginny e Blaise, tutti inizialmente improbabili e poi, quasi per stanchezza del pregiudizio, inevitabili. Alla fine ti ritrovi a tifare per ognuno di loro, non perché la trama te lo imponga, ma perché la storia ti convince che la crescita personale può essere una forma molto elegante di ship-building.
Lo slow burn è poi una forma di tortura di altissimo livello. Lo si capisce quando arrivi a frasi come:
“You hold the power to completely shatter me, Granger, and I'd be so willing to let you.”
che hanno tutto il sapore di un’autodenuncia emotiva e che fanno capire in che direzione stiamo andando molto prima che i personaggi trovino il coraggio di ammetterlo.
Se devo essere onesta, qualche aspetto poteva funzionare meglio: alcune scene smut sono davvero ripetitive e a un certo punto mi sono ritrovata a saltarle per pura impazienza narrativa. Non perché scandalose, ma perché troppo simili tra loro e non più utili alla crescita dei personaggi. In certi momenti mi è sembrato che la fic insistesse sulle stesse dinamiche fisiche quando ormai era la componente emotiva ad avere più cose da dire.
Ma arrivati in fondo, quello che resta non è la frustrazione né l’eccesso, ma la sensazione di aver seguito un percorso: quello di un gruppo di ragazzi che tenta di trovare un modo per essere adulti in un mondo che non somiglia più a quello che conoscevano. Ed è forse per questo che quando arrivano gli epiloghi non sono un semplice “dove sono ora”, ma la conferma che valeva la pena restare fino all’ultima pagina.