Anche il cielo piange sangue (cit. lamento funebre iraniano)
Si può subire il fascino di una parola? A me è successo con il verbo disertare, derivante dal latino desertare (abbandonare), che dà il titolo all'opera di Énard.
Se mi avessero chiesto, prima della lettura di questo libro, quale immagine mi evocasse il verbo disertare, mi sarei limitata a rispondere: quella di un soldato in fuga dal campo di battaglia.
E se inoltre mi avessero chiesto di pensare a un significato più ampio del verbo, tutt'al più avrei risposto che diserta chi abdica ai propri doveri sociali o morali.
Ecco, ho scoperto che per Énard questo è solo il punto di partenza e che la parola in questione può assumere una valenza più ampia e anche più profonda.
La riflessione che ho fatto, leggendo i due racconti che costituiscono l'opera, è che, a volte, ad essere tradita, abbandonata, lasciata indietro è una parte di noi. Altre volte si tratta di una promessa che ci eravamo fatti e che non abbiamo coltivato. E credo sia anche in questa accezione che Énard ci parla di diserzione.
Le due storie che costituiscono l'opera sono come rette parellele. Diversi i protagonisti, diversa la cornice. Diverso anche lo stile adottato dall'autore (più poetico nella prima, almeno secondo il mio sentire, più complesso e articolato nella seconda).
Énard le racconta a capitoli alternati, forse per consentire al lettore di percepire una certa assonanza o quantomeno il richiamo dei temi che hanno in comune: la guerra, la solitudine, la disperazione.
Il primo racconto è quello che ho amato di più. E' la storia di un milite ignoto, in fuga da una guerra non meglio definita, con addosso un carico di brutture, inflitte e subite.
All'inizio del racconto, come detto, mi ero fatta l'idea che la diserzione dovesse essere intesa come abdicazione ai doveri di soldato.
Eppure, proseguendo nella lettura, mi è venuto da pensare che invero il soldato, con l'inizio della guerra, abbia disertato a se stesso e al proprio sentire. Solo nel momento in cui si allontanerà dal campo di battaglia e si rifugerà tra i monti, nella baita in cui è cresciuto, il protagonista si riapproprierà gradualmente della propria umanità.
E' proprio a quell'umanità e quella capacità di sentire che aveva abdicato.
Ci sono altri protagonisti in questa storia ma non voglio svelare nulla se non che uno è ritratto in controluce sulla prima di copertina. E' l'unico protagonista dei due racconti che non diserterà, comunque vogliate intendere la parola.
La seconda storia è quella di un geniale matematico, sopravvissuto al campo di concentramento di Buchenwald, sostenitore della Ddr, dove sceglierà di vivere. La sua è una storia d'amore per i numeri e la scienza, per la compagna e la figlia e, non da ultimo, per i propri convincimenti, per le proprie difficili scelte.
Anche in questo racconto ci sono diversi protagonisti e quasi tutti in qualche modo tradiranno qualcosa o qualcuno.
E a proposito di tradimenti, segnalo che il racconto del matematico racchiude in poche pagine anche la storia di un grande scienziato persiano del secolo XIII, Nasir al-Din al-Tusi. Racconta Énard, esperto di storia e lingua araba e persiana, che fu proprio al-Tusi ad accompagnare i mongoli fino a Baghdad. Scrive Énard:
Baghdad della Casa della Sapienza e delle biblioteche, Baghdad delle Mille e una notte, Baghdad del pensiero, della poesia, del sapere, Baghdad che era stata il faro del mondo per cinquecento anni e fu perduta, distrutta dai mongoli di Hulagu all'inizio di febbraio del 1258.
Chi lo leggerà troverà, tra il narrato e il non detto, tanti collegamenti con la storia più recente, dal 2001 ad oggi.