Luca ha quarant’anni e conduce una vita senza sorprese: vive da sempre a Monterosso dove gestisce il bar di famiglia, ha una relazione tiepida con Giulia e non riesce a dimenticare Valentina, il suo grande amore del passato. L’estate è lenta e monotona, tra i vecchi avventori del locale, i turisti che invadono il paese, e le serate a bere con gli amici Pietro e Alessio. L’estate del 2001, invece, era esplosa nella sua vita come dinamite: diciott’anni appena compiuti, i primi baci e la scoperta dell’amore, i pomeriggi al mare e l’incontro con altri ragazzi che in quel luglio si erano trovati, insieme, a sognare un mondo migliore, e a voler lottare per quel sogno. Ma quando una sera Alessio, che abusa da sempre di alcol e droga, scompare senza lasciare traccia, Luca si mette alla sua ricerca, e quell’estate di tanti anni prima torna a presentargli il conto, facendo riaffiorare un tradimento e vecchi sensi di colpa mai sopiti. "Splendeva l’innocenza" è una canzone d’amore, ai desideri feroci della gioventù ma anche al disincanto dell’età adulta, alla rabbia e alla nostalgia, alla speranza e alla luce del riscatto. Ed è un invito a fare pace con se stessi, a perdonarsi le colpe, così da liberare il presente per cercare una nuova, consapevole felicità.
Roberto Camurri è nato nel 1982, undici giorni dopo la finale dei Mondiali a Madrid. Vive a Parma ma è di Fabbrico, un paese triste e magnifico di cui è innamorato forse perché è riuscito a scappare. È sposato con Francesca e hanno una figlia. Lavora con i matti e crede ci sia un motivo, ma non vuole sapere quale. Scrive da pochi anni, anche se avrebbe voluto scrivere da sempre.
“C’è una foto dall’alto, il lungomare di Genova, il corteo, bandiere rosse che si stagliano contro il sole, la didascalia che dice: splendeva l’innocenza”.
Sarà indimenticabile per Luca, ora quarantenne, quell’estate del 2001, quando di anni ne aveva appena diciannove. Splendeva l’innocenza sul suo primo amore, la scintillante Valentina, arrivata in treno a Monterosso, con la testa rapata, le lentiggini sulle spalle e un lungo vestitino azzurro. Ora è una giornalista affermata, lavora alla radio, riempie gli schermi tv con i suoi folti capelli rossi e il suo fascino immutato. Luca la guarda e il rimpianto continua a mordergli il cuore. Vorrebbe rivederla, vorrebbe capire che cosa tra loro non ha funzionato. Ma da troppo tempo ha rinunciato ad ascoltare i suoi sentimenti; sulla sua vita emotiva ha steso un drappo funebre. Nonostante Giulia, che va e viene da casa sua e forse lo ama, e forse anche lui.
Luca lavora al bar ereditato dal padre, l’unico rimasto tale e quale a Monterosso, proprio come ai vecchi tempi, che oggi però si chiamano vintage. I suoi amici storici sono Pietro e Alessio. Il primo è marito, padre e buon lavoratore, il secondo ha mantenuto il gusto dello sballo che aveva da ragazzo. Moltiplicando il rischio di perdersi. Ecco perché ogni tanto Luca corre a recuperarne i resti e a portarlo di nuovo al mondo. Splendeva l’innocenza prima dei fatti drammatici del G8 di Genova, a cui Luca, Alessio e Valentina hanno partecipato, con la volontà di esserci, con l’illusione infantile di cambiare il mondo.
Questa storia, raccontata con intensità e scrittura tesa da Roberto Camurri, va spaziando dal 2001 al 2023 e percorre le tensioni di un confine tra vecchio e nuovo mondo, tra incanto e disincanto, giovinezza e maturità. Il suo protagonista non può fermare la memoria che lo porta a guardare indietro, verso “ogni cosa infranta”, mentre cova un rimorso che gli rimane chiuso in gola.
Una storia sui legami che si sfilacciano e su quelli che resistono, sulla forza suggestiva del primo amore e sulla concretezza dell’amicizia che sfida il tempo e i suoi massacri, che sopravvive alle delusioni e ancora può lenire le ferite mal rattoppate. Perché nel ricordo di ciò che è stato, di ciò che il tempo ha inesorabilmente frantumato, c’è anche la continuità di quelle relazioni che hanno radici, tronco, rami, e che sempre danno frutto.
Un romanzo nostalgico! Secondo approccio con questo scrittore andato, avevo già letto #qualcosanellanebbia ✅ Questo romanzo sa d'estate, di gioventù, della sabbia bollente sotto ai piedi, di tempi di bilanci, di nostalgia, di passato, dei primi amori, di treni presi all'improvviso ma soprattutto di famiglia, di legami e di amici. Leggere Spendeva l'innocenza è un inno al passato e alla nostalgia che tutti noi sicuramente proviamo. Leggendolo mi sono immedesimata nel protagonista e mi sono immersa in due vecchie estate: quella del 2001 e un'altra più recente. Un libro che si legge tutto d'un fiato e che alterna due archi temporali diversi: un passato e un tempo più recente, dopo trent'anni. Alla soglia del 40 anni, Luca si sente soddisfatto e conduce una vita senza sorprese, dedita alla solita routine giornaliera: vive da sempre a Monterosso, in Liguria, dove gestisce il bar di famiglia, ha una relazione tiepida con Giulia e non riesce a dimenticare Valentina, il suo grande amore del passato, di quell'estate del 2001 che gli cambiò la vita. Infatti, nonostante i 30 anni passati… Luca è ancora intrappolato nei ricordi di quell'estate... Tra amori, amicizie, prime volte, treni presi… Spendeva l'innocenza è un libro che diventa un invito a fare pace con se stessi, a perdonarsi le colpe, così da liberare il presente per cercare una nuova, consapevole felicità, per affrontare il presente con occhi diversi.
Il quarantenne Luca vive a Monterosso, ameno borgo ligure incastonato tra mare e montagna nel romantico contesto delle Cinque Terre. È il 2023 e – superata la soglia della mezza età – anche per Luca è tempo di bilanci. Il giro di conoscenze, l’alternarsi delle stagioni turistiche, il lavoro nel bar di famiglia – che il padre gli ha lasciato in gestione per rientrare al paese d’origine, Fabbrico, che è lo stesso dell’autore Roberto Camurri – la relazione con una donna a tratti misteriosa, con cui convive saltuariamente: la sua sembra un’esistenza priva di prospettive e slanci, in perenne attesa di una svolta significativa. Luca sente la necessità di fare i conti con un nodo irrisolto del passato, che risale al luglio 2001 quando, insieme a Valentina – indimenticato primo amore – e ad altri due amici, Pietro e Alessio, partecipò alle manifestazioni del G8 di Genova. Un evento certamente epocale, assurto agli onori della cronaca nazionale e internazionale per la violenza delle proteste antigovernative da parte di alcuni infiltrati appartenenti a movimenti antagonisti e per l’altrettanto violenta reazione delle forze dell’ordine. Un giovane manifestante sarebbe rimasto ucciso nel corso di un assalto a un furgone di carabinieri. Ne sarebbero seguiti anni di processi penali e polemiche a cascata sulla corretta gestione dei tumulti e degli arresti effettuati: il resto è storia.
Ci sono romanzi in grado di immortalare un momento come una Polaroid. Splendeva l’innocenza è uno di quelli. Con una lingua precisa e affilata, che colpisce per la sincerità crudele dei dialoghi, venati di amarezza e nostalgia, l’autore delinea il percorso emotivo del protagonista. L’innocenza splendente di cui ci parla l’autore è quella della giovinezza che si fa portatrice di alti ideali ma che si trova a fare i conti con la realtà: si cresce, ci si allontana, si modificano le priorità, quello che rimane è il ricordo di un momento che ha segnato la perdita delle illusioni, decretando l’accesso all’età adulta.
Un libro che mi aveva attirata per la trama ma non mi è piaciuto lo stile di scrittura e tutta la questione del G8 che pare renderlo una volantino politico piuttosto che un romanzo sull'amicizia e sull'amore.. per me no
Estate 2001, Monterosso. Luca ha appena conseguito la maturità e sta aspettando l’arrivo del treno in stazione; si sente un po’ impacciato nelle scarpe e nei pantaloni lunghi, indossati per la prima volta d’estate. A farlo sudare in realtà non è la tenuta inconsueta per lui, appassionato di surf, abituato a trascorrere la stagione più calda in più pratici shorts e infradito. È nervoso e sta vagliando tutte le possibilità: meglio aspettarla sul binario? Correrle incontro? Abbracciarla? Aspettarla fuori, fingendo quasi disinteresse? Quando la voce dell’altoparlante annuncia l’arrivo del treno, Luca per un attimo ha la certezza che Valentina non sia sul convoglio, e già la immagina a ridere di lui da qualche parte, con le amiche…
Estate 2023, Monterosso. Luca lavora nel bar che un tempo è stato di suo padre: l’unico locale della cittadina che non è cambiato d’una virgola dopo l’ultima disastrosa alluvione: i listelli di legno a rivestire le pareti, il tabellone dei gelati del 1979, il distributore delle caramelle funzionante in lire. L’unico elemento di novità è il televisore nuovo. Come ogni mattina, Luca lo accende e Valentina appare, puntuale, bellissima, le cuffie sulle orecchie, i capelli rossi. Da qualche tempo hanno ripreso a sentirsi, ma ad un certo punto lei ha iniziato a rispondergli in modo laconico, limitandosi a qualche emoji. E lui ha evitato di cercarla ancora. Sono trascorsi 22 anni, eppure Luca sente ancora qualcosa per quella donna…
“Gli tornano in mente i sogni, le possibilità che credevano di avere. Gli torna in mente il G8 di Genova. Gli torna in mente ogni cosa infranta”…
Roberto Camurri, classe 1982, parmigiano d’adozione, nativo di Fabbrico, in provincia di Reggio Emilia, torna sugli scaffali delle librerie con un romanzo costruito su due piani temporali distinti: l’epoca attuale e il 2001, l’anno del G8 di Genova e degli aerei dell’11 settembre. Se da un punto di vista storico i due eventi hanno tracciato un innegabile momento di passaggio, un confine immaginario ma fortemente emblematico tra il Novecento e l’inizio del nuovo millennio, come conseguenza individuale e collettiva quei momenti hanno avuto una valenza traumatica destinata a riverberare e a condizionare le esistenze: un buco nero, o l’imbocco di una sorta di wormhole, da cui molti sono riemersi segnati. Lo scrittore sceglie i fatti di Genova per muoversi su quel margine, provare a osservare l’orizzonte degli eventi, l’”immediatamente prima” e soprattutto il dopo, scegliendo di seguire la traiettoria esistenziale di Luca, protagonista della narrazione, diciannovenne all’epoca del G8 nel capoluogo ligure, rimasto per i successivi ventidue anni chiuso in una sorta di limbo emotivo in cui conduce una “vita a prova di emozioni […] al riparo dalla sofferenza, dal caos emotivo, dalle aspettative e dalle speranze”. Simbolo di questo spazio chiuso interiore è quella sorta di capsula del tempo che è il bar ereditato dai genitori che Luca si ritrova a gestire, con i suoi arredi anni settanta, il biliardino, i posaceneri pronti all’uso a dispetto di ogni legge, il distributore delle caramelle che funziona ancora in lire. Una sorta di luogo sicuro di reclusione autoimposta ove Luca sconta una pena originata, si scoprirà, da una micidiale mescolanza di sensi di colpa e di inadeguatezza. Se lo sguardo dell’autore si fosse soffermato solo sul suo protagonista, Splendeva l’innocenza si sarebbe rivelato semplicemente un romanzo di formazione ben scritto e congegnato, con la peculiarità dell’inconsueto fulcro narrativo. Camurri invece sceglie di utilizzare la visuale del suo personaggio, allargata ad amori sfumati e amicizie al limite, per raccontare una contemporaneità che di quel momento storico è derivazione…
Luca ha quarant’anni e conduce una vita senza sorprese: vive da sempre a Monterosso dove gestisce il bar di famiglia, ha una relazione tiepida con Giulia e non riesce a dimenticare Valentina, il suo grande amore del passato. L’estate è lenta e monotona, tra i vecchi avventori del locale, i turisti che invadono il paese, e le serate a bere con gli amici Pietro e Alessio. L’estate del 2001, invece, era esplosa nella sua vita come dinamite: diciott’anni appena compiuti, i primi baci e la scoperta dell’amore, i pomeriggi al mare e l’incontro con altri ragazzi che in quel luglio si erano trovati, insieme, a sognare un mondo migliore, e a voler lottare per quel sogno. Ma quando una sera Alessio, che abusa da sempre di alcol e droga, scompare senza lasciare traccia, Luca si mette alla sua ricerca, e quell’estate di tanti anni prima torna a presentargli il conto, facendo riaffiorare un tradimento e vecchi sensi di colpa mai sopiti. "Splendeva l’innocenza" è una canzone d’amore, ai desideri feroci della gioventù ma anche al disincanto dell’età adulta, alla rabbia e alla nostalgia, alla speranza e alla luce del riscatto. Ed è un invito a fare pace con se stessi, a perdonarsi le colpe, così da liberare il presente per cercare una nuova, consapevole felicità.
Secondo me parte meglio di come finisce. Aveva delle belle premesse ma per me non sono state raggiunte pienamente, in più la mancanza di virgolette per i numerosissimi dialoghi mi ha mandata ai matti
Luca, Pietro e Alessio hanno una quarantina d’anni, sono amici da sempre e vivono in un paese sul mar ligure. Luca ha ereditato il bar di famiglia, Pietro d’estate fa il tassista e d’inverno si arrangia, Alessio non si trova; questo lo scenario di apertura di una storia dove Camurri racconta la provincia, quella delle feste in Piazza, del bar frequentato spesso dalle stesse facce di sempre che mutano nel tempo.
La narrazione procede con continui flashback all’estate del duemilauno, quando i protagonisti appena diciottenni, non sanno ancora bene cosa vogliono dal futuro e s’interrogano su quanto sia importante prendere posizione rispetto ai temi sociali e per questo decideranno di partecipare al G8 di Genova. È il tempo dell’adolescenza, quando l’amore del momento è l’amore della vita e gli scenari che si immaginano sono proiezioni inverosimili. Le incertezze di chiamare un sentimento con il suo nome, di definire qualcosa che non si conosce a pieno solo sull’onda di sensazioni che si avvertono nello stomaco. I ricordi sono raffiche taglienti da cui proteggersi è difficile, tra amici a volte ci si lascia indietro, le decisioni feriscono e guidano verso delle sliding doors da cui è difficile liberarsi.
La storia si concentra soprattutto su Luca e i suoi scostamenti emotivi: Giulia, il sentimento presente e Valentina, il sentimento che arde nonostante gli anni. Ha preso decisioni che lo hanno portato ora quarantenne a fare fatica a definire i suoi sentimenti, vittima di un debito con sé stesso, gli amici e il senso di colpa, mai sanato.
“Splendeva l’innocenza” è quel luogo che con gli amici stretti puoi chiamare casa, quel luogo che ha visto crescere amori e sensi di colpa nel tempo e vi vede tornare a volte, cambiati ma con quell’amore viscerale che vi lega che resterà sempre lo stesso. È quel luogo dove si può sognare qualcosa di diverso.
Quella di cui vi parlo oggi è una storia sul peso del passato e sul dolore che non passa mai generato dal senso di colpa. Si può vivere ingabbiati da ciò che è stato senza rendersi conto che è una gabbia che abbiamo creato con le nostre stesse ossa e che è diventata indistruttibile? Sì, perché Luca, il protagonista di Splendeva l'innocenza di Roberto Camurri è l’emblema di una vita incastrata tra il passato che lo affligge e un futuro che non esiste, connotato dalla paura di amare e di lasciarsi andare. A lui resta solo il presente, monotono, flaccido, a volte persino insignificante. Ma il passato non è mai immobile, torna sempre a galla, si insinua nei pensieri, nei gesti, nelle paure. E per Luca il passato ha un nome preciso: Alessio, l’amico di sempre, e Valentina, l’amore che non è mai riuscito a trattenere. La forza di Splendeva l’innocenza sta nella sua capacità di raccontare il dolore senza mai indulgere nel melodramma. Roberto Camurri scrive con uno stile asciutto, essenziale, eppure evocativo. Il messaggio finale non è di speranza assoluta, ma di accettazione. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo smettere di lasciarcene schiacciare. Possiamo scegliere di vivere, anche dopo le ferite, anche dopo i tradimenti, anche dopo le sconfitte. E forse è proprio questo il punto più profondo del romanzo: la vita non è un continuo rimuginare su ciò che avrebbe potuto essere, ma il coraggio di accettare ciò che è stato e andare avanti. Anche se fa male. Anche se il passato continua a chiamarci. Anche se l’innocenza non splende più. È un libro che non offre risposte facili, ma che ci lascia con una domanda aperta: cosa scegliamo di fare con il nostro dolore? Ci lasciamo schiacciare o troviamo il coraggio di vivere? Forse, alla fine, Luca ha trovato la sua risposta. E forse, leggendo la sua storia, possiamo trovarla anche noi.
Do tre stelle solamente per dei passaggi che ho trovato interessanti e che hanno fatto nascere in me alcune riflessioni. Tuttavia, prima di affrontare questi aspetti, devo dire che questo romanzo mi ha complessivamente deluso. Troppa, veramente troppa, propaganda politica. Di una politica, tra l’altro, nemmeno attuale e credo non lo fosse nemmeno nel 2001. Non voglio entrare nei dettagli né tantomeno esprimere giudizi a tal riguardo, mi dispiace però che tutto sia stato narrato in questa chiave. Quando ho comprato questo libro sono stata affascinata dal tema della nostalgia di un tempo perduto, l’adolescenza, in tutta la sua potenza. E invece mi sono ritrovata a leggere ben poco in proposito. Ma, salviamo il salvabile: Luca è un quarantenne che vive ancorato al passato, a un amore consumatosi in tutta l’intensità possibile per due ragazzi che stanno per entrare nel mondo degli adulti. Quel periodo della sua vita, in particolare quell’estate del 2001, alle prese con la maturità, rappresenta per Luca una costante parentesi aperta. Non riesce a liberarsi del ricordo di Valentina, allora la sua fidanzata, la prima ragazza mai amata veramente (o almeno questo è quello che si prova con il primo amore). Così, al compimento del quarantesimo anno, per Luca è tempo di bilanci. Ed è così che capisce di non essere mai davvero andato avanti dopo quella relazione finita, che il tempo per lui si è come fermato, mentre per tutti è andato avanti. Sarà solo affrontando le sue paure e insicurezze che Luca riuscirà a liberarsi di un peso che lo opprime dal passato e capirà così il valore del presente, del qui ed ora, del vivere il momento. Questo libro ha un messaggio potente: lasciare andare il passato e accettare che le cose non sempre vanno come vorremmo. Se passiamo la nostra vita a esplorare tutte le opzioni possibili, chiedendoci se non ce ne siano di migliori, non saremo mai in grado di apprezzare quello che già abbiamo e mai saremo appagati della nostra vita. Come ho anticipato, i riferimenti politici non sono stati di mio gradimento, ad eccezione di un unico risvolto morale dietro di essi: credere in degli ideali nella vita, soprattutto da giovani, può essere un meraviglioso motore di crescita personale. Ci aiutano a sentirci parte di qualcosa, a definirci come persone e a comprendere la propria identità più profonda. Essere appassionati e credere in sogni impossibili, come poter cambiare il mondo in cui viviamo, dà uno scopo e un senso alla nostra vita, per quanto irrealizzabile esso sia.
quello che mi aveva attirato di questo romanzo era l’atmosfera e le vibes che mi trasmetteva già leggendo la trama ed infatti penso sia proprio questo il suo punto forte. alla fine è uno di quei romanzi che non hanno una trama super avvincente o piena di avvenimenti, ma basano il tutto più sulle vibes che trasmettono. in questo caso si sente proprio l’estate, gli anni 90/2000, il turismo delle cittadine di mare, l’adolescenza. queste vibes sommate ad uno stile di scrittura abbastanza coinvolgente e scorrevole, rendono il romanzo accattivante, ti fanno venire voglia di continuare a leggere. quello che non mi ha convinto fino in fondo è che non è ben chiaro quale sia il messaggio finale di questo racconto. vengono mischiate la vita quotidiana di un luca adulto ormai 40enne con i suoi ricordi del g8 di genova e, per quanto sia ben evidente che i temi principali siano l’amore e l’amicizia dei 4 personaggi principali, alla fine non mi ha trasmesso un sentimento o un messaggio ben definito.
ps: non comprenderò mai perché alcuni autori non utilizzino le virgolette per delineare i dialoghi, davvero non capisco.
Mi aspettavo di più. Dai primi capitoli sembrava la storia si concentrasse sul primo amore di Luca, ma ne occupa una parte non preponderante. Scritto bene però
Roberto Camurri, con "Splendeva l’innocenza", ci porta dentro una storia fatta di memoria, amicizia e rimpianto, intrecciando il presente con l’estate del 2001, quella che per molti di noi ha segnato un punto di non ritorno. Il romanzo è un viaggio emotivo attraverso gli occhi di Luca, ma anche attraverso quelli di Valentina, un personaggio in cui non si può fare a meno di immedesimarsi se si porta dentro il fuoco della passione e l’ostinazione di chi non smette di farsi domande, anche quando il mondo sembra volerle soffocare.
Valentina guarda la realtà con lucidità e inquietudine, ponendo domande che spesso risultano scomode. Il suo fervore, il suo bisogno di capire e di non accettare compromessi la rendono una figura straordinariamente vicina a chi ha vissuto l’estate del 2001 con la speranza di cambiare il mondo e con la disillusione di aver visto quell’innocenza infrangersi sotto i colpi della repressione.
"Splendeva l’innocenza" non è solo un romanzo sulla nostalgia, ma un’opera che parla a chi ancora oggi porta con sé le cicatrici di quella stagione. È un libro consigliato a tutti quelli che ricordano Genova, che sanno quanto sia stato spartiacque non solo per una generazione, ma per l’intero Paese.
A rendere ancora più intensa questa lettura, la colonna sonora ideale:
"Piazza Alimonda" - Francesco Guccini "Clandestino" - Manu Chao "La legge giusta" - Modena City Ramblers "Il mio nome è Carlo" - Malasuerte FI*SUD "Don't Look Back in Anger" - Oasis "Canzone delle domande consuete" - Francesco Guccini
Perché alcuni ricordi hanno bisogno di parole, ma anche di musica per continuare a risuonare nel tempo.
Mentre leggevo, ho pensato che la frase “la nostalgia ha rotto il cazzo” fosse ottima da portare con me, dopo aver letto questo romanzo, in un giorno e mezzo circa. Mi ha colpito come una scoppinata data da un amico.
Il piano narrativo si sposta tra oggi, quando i personaggi hanno quarant’anni circa, e l’estate del 2001, che per molte persone che hanno l’età dei personaggi — me inclusa — vuol dire G8 di Genova, con tutto quello che ne consegue. La pelle sottile che ti fa sentire di avere ancora così tanto tempo dopo, la sensazione che sia stato veramente un momento di cambio di paradigma per la società italiana in generale, ma soprattutto, per chi aveva vent’anni in quel momento storico.
Le persone, i personaggi, le loro vite, il loro evolversi o non evolversi, il passare del tempo sono al centro, qui. La parola che mi viene da usare di più è delicatezza, forse. La delicatezza di tocco nel descrivere la vita che passa, i modi di essere adulto che la vita può portarci ad esplorare, il tempo che passa, il collante sottile dell’amicizia, del volersi bene. Ogni volta che leggo un libro di questo autore mi tocca il cuore in un modo tutto suo, sempre lo stesso, per questo arrivo sempre subito, appena possibile, a leggere i suoi libri, quando arrivano.
A Monterosso, ancora brucia nella memoria il ricordo della devastante alluvione. Un po’ come la vita che, quando si abbandona alla collera e abbatte sugli uomini i suoi cataclismi inaspettati, rende sterili detriti ogni epica impalcatura di propositi, che, in un baleno, naufragano inermi. Luca questo lo sa: si guarda attorno, nel baretto di famiglia, ricorda le giornate passate a sgattaiolare tra i tavolini affollati di paesani, giocatori o bevitori incalliti, e pensa a cosa, l’alluvione del tempo che è passato, abbia lasciato intatto nella sua vita. Ricorda le marachelle adolescenziale, le ventate ebbre di goliarda, e un po’ maledice il tempo: la consapevolezza di scoprirsi non più giovane, il bilancio serio e spietato di una vita che gli è scivolata dalle mani prima ancora sapesse cosa significa stare al mondo, se mai puó dire di averlo poi imparato. La memoria dispettosa lo riporta a quel tempo: l’estate di fine liceo, quando la fiaccola della speranza, dei buoni propositi, splendeva nel suo massimo vigore, senza il ronzio fustigante ed assillante nelle aspettative. Ricorda Valentina, colei che l’ha reso uomo, che le ha mostrato gli impervi ma memorabili sentieri dell’amore, colei che lo fissava con i grandi occhi cerulei, intrisi di smorfioso pudore e foga ribelle. Quanto è vitale, per orientarsi e riscovare le coordinate del nostro essere, quando smarriti ci impelaghiamo nella malinconia dei giorni che furono, aderire al nostro “serbatoio affettivo”. Squarciare il velo dissociativo del tedio e sentirci vitali nella nostra essenza solo guardandoci dallo sguardo, forse altrettanto stanco, forse non ancora avvinto, di chi ci ha tenuto la mano e ci ha sorriso nei giorni in cui forse potevamo ancora permettercelo, questo ibridismo dell’essere, preludio di imprese memorabili, o forse soltanto avventate e inconsapevoli.
Di solito non evidenzio le motivazioni che mi hanno spinto ad iniziare un libro, ma questa volta occorre farlo perché la motivazione è particolarmente forte, e cioè la sua ambientazione a Monterosso, una delle Cinqueterre, luogo a me particolarmente caro. Il romanzo mi ha quindi profondamente colpito per la sua narrazione intensa e la capacità di evocare atmosfere familiari. La storia segue la vita di Luca, un quarantenne che gestisce il bar di famiglia a Monterosso (senza molto entusiasmo per la verità). La sua esistenza sembra sospesa tra un presente monotono e un passato ricco di emozioni, soprattutto legate all'estate del 2001, periodo segnato dal G8 di Genova. In quell'epoca, Luca, insieme agli amici Pietro e Alessio, viveva giorni di speranza e impegno, intrecciati a relazioni profonde, come quella con Valentina, il suo primo amore. La narrazione si sviluppa su due piani temporali, offrendo un ottimo ritratto della giovinezza e delle sfide dell'età adulta. Camurri descrive con maestria l'amicizia tra Luca, Pietro ed Alessio, evidenziando le sfumature dei loro legami e le trasformazioni che il tempo necessariamente impone. Le descrizioni dettagliate e precise dei luoghi e delle emozioni rendono la lettura coinvolgente, soprattutto per chi conosce e ama Monterosso. La scrittura è delicata, poetica e profonda, capace di trasportare il lettore nelle strade e nelle piazze del borgo ligure, facendo rivivere ricordi e sensazioni. Il romanzo affronta temi universali come l'amicizia, l'amore, il rimpianto e la ricerca di sé, offrendo spunti di riflessione sulla crescita personale e sulle scelte che definiscono la nostra vita. Un romanzo da consigliare, quindi, tanto più se sarà seguito da una visita a Monterosso.
Probabilmente il libro più brutto mai letto in italiano, e dico letto perché l'ho finito: se fossi riuscito a finirne altri altrettanto orrendi non so come il primato si sarebbe collocato. Qui c'è tutto: la scrittura banale e sciatta e totalmente amorfa fatta passare per leggera e scorrevole, la banalità piu sconcertante fatta passare per immediatezza, e ovviamente una bella sciorinata di tempi politici il cui inserimento nel romanzo è completamente tattico a scopi editoriali. Il romanzo riunisce quindi il peggio della narrativa "emiliana": linguaggio alla radio freccia, politica partigiana e lotta armata per far finta di dare spessore ma è solo per dare quella patina di emilia nostalgica anni settanta che resiste ancora nonostante tutto, la nostalgia fine a se stessa, le frasi spente, i personaggi dello spessore di un foglio di carta scorporato da un raggio neutralizzatore quantico. Brutto non solo perché brutto ma perché ha forse il peggiore difetto della letteratura: provare a nascondere una infinita pretenziosità dietro chili di finta "umiltà", ma l'inganno non regge.
"Splendeva l'innocenza" è ambientato in una Monterosso piovosa e anche un po' scontrosa. Ha l'aria dei posti che si conservano ostinatamente uguali a loro stessi, riottosi al cambiamento, al "diventare grandi" o qualsiasi cosa ci si aspetti. La Monterosso che si ostina a funzionare pigra e approssimativa, che somiglia a Luca (e a Pietro, e ad Alessio) più di qualsiasi sogno dei diciotto anni. E poi, ancora, ha un'ambientazione slegata dalla geografia e forse anche un po' dal tempo, dal passato remoto, da quello prossimo e anche da quello appena scivolato via, il posto — che non è mai un posto — "dove ogni cosa era intatta e al sicuro, dove non sapevano nulla, dove le paure erano innocenti, dove pensavano che avrebbero avuto un’opportunità."
La sua forza sta nel fatto che tutti ne abbiamo uno, e ci rende incoerenti, e paratattici, e prevedibili, al limite del banale.
La vita di Luca appare piatta, asciutta, ancorata al passato, finché un avvenimento particolare non lo “libererà” da queste catene. Da quel momento non dovrà più fare i conti con il passato, ma potrà finalmente lasciarsi andare e godersi il presente.
Lo stile è semplice, lineare e senza fronzoli, esattamente come la vita di Luca. È una lettura molto breve, apparentemente senza emozioni, ma attenzione al finale.
Consigliato soprattutto a chi rimugina troppo nel passato, rimanendo intrappolato nella malinconia. Tutto si supera, la svolta arriverà sempre.
Sono sincera questo libro non mi ha entusiasmato particolarmente, non ho provato niente e questo fa capire quanto poco mi sia piaciuta la storia.
Mi aspettavo forse qualcos’altro ma va bene così. È un racconto che rivanga i tempi passati, un passato che per il protagonista Luca è tormentato da sensi di colpa. Un amore anche tormentato per una ragazza che per lui era tutto e che poi…
Luca ha quarant’anni e vive ancorato ai ricordi del passato. Conosciamo la sua storia e quella delle persone a lui più care attraverso un continuo alternarsi di flashback tra il presente e l’estate del 2001.
Il presente per Luca coincide con la gestione poco entusiastica del bar di famiglia a Monterosso in Liguria, con la relazione con Giulia, non del tutto chiara a causa del continuo ricordo di un vecchio amore, ma soprattutto con la storica amicizia con Pietro e Alessio, amicizia che però ormai si è fatta sfuggevole. Se Pietro per Luca è solidità e certezza, Alessio invece è fragilità e fuga; è colui che costringe Luca a rincorrerlo e a salvarlo in continuazione, smuovendolo così dal torpore nel quale si è rifugiato.
L’estate 2001 invece è per Luca il nostalgico ricordo dell’adolescenza vissuta, tra divertimento e difficoltà, sempre insieme ai suoi due inseparabili amici, è il ricordo dell’entusiasmo, ma anche della paura nei confronti del suo primo amore Valentina, ma soprattutto rappresenta per Luca quel momento di presa di coscienza sul futuro, sui sogni e sulla possibilità di fare qualcosa per poterli realizzare, quel momento in cui “splendeva l’innocenza” e tutto era possibile.
Tra questi continui flashback si insinua nei pensieri di Luca il senso di colpa per un fatto accaduto proprio nel 2001 a Genova durante il G8 a cui partecipa insieme ad Alessio e a Valentina…Senso di colpa che ancora nel presente non riesce a superare e a dimenticare.
È stata una lettura scorrevole e piacevole durante la quale si sono alternati momenti in cui ero molto presa dalla narrazione e altri invece in cui mi sono sentita un po’ meno coinvolta. Il risultato è sicuramente una bella storia, un viaggio carico di nostalgia, nei confronti di un tempo che si sa che non tornerà. Quelle amicizie, quelle gioie, quelle emozioni, quelle paure, quegli errori che ci si portano dietro e che ci seguiranno e segneranno per sempre.
La giovinezza è sempre l'età invincibile, quando per sopravvivere ti basta l'amicizia e l'amore; l'età della spensieratezza, ma anche delle decisioni di pancia, dei colpi di testa. Luca rievoca spesso i suoi vent'anni; i ricordi più felici sono fermi all'estate del 2001; quello stesso luglio un rimorso grande come un macigno si piazza tra lui, il suo primo grande amore e il suo migliore amico. Si trascina il suo "se tornassi indietro" per venti anni, e per lo stesso lungo periodo anche lui e la sua vita si trascinano, tra scelte e cambiamenti che Luca accetta senza opporvisi. Camurri descrive perfettamente il senso di colpa e di inadeguatezza. Lascia che i suoi personaggi si riparino ognuno dietro la propria corazza. Non veste i panni di nessuno di loro e, grazie alla terza persona, concede la possibilità di scegliere tra quali righe posizionarsi, con chi entrare in empatia. Proprio nel momento in cui inevitabilmente sentiamo sulla nostra pelle quelle stesse sensazioni, un "sorride" ci restituisce la speranza del riscatto.
Stile a mio avviso estremamente accattivante, così come la trama che dà moltissimi spunti di riflessione. Avrei preferito venisse approfondita meglio la questione in generale, il romanzo non ha di fatto un finale. Tutto sembra abbozzato, il che è affascinante ma allo stesso tempo mi lascia con un sapore agrodolce. Ho apprezzato molto l’atmosfera e la svolta epifanica che rende il personaggio principale molto interessante e non più solo passivo