Mamma mia, ho i brividi!!!
Come dice una recensione di Augias che stimo tanto, sulla copertina di questo libro, “non vedi l’ora di tornare a casa per continuare a leggerlo e vedere cosa succeda” beh corrisponde esattamente a verità!
Temo sempre un po’ i seguiti delle serie, soprattutto quando si tratta di libri con lo stesso protagonista ma autoconclusivi come in tanti gialli e thriller con casi diversi da un volume all’altro.
Beh in questo caso se possibile Costantini si è superato!
A dirla tutta si tratta di un seguito atipico perché il caso è diverso ma non del tutto, proseguendone uno che nel primo volume era stato toccato solo marginalmente.
E poi lo fa iniziando da lontano, cioè dalla nascita di questo commissario un po’ bastardo, narrandoci la sua storia e le sue origini, “le radici del male”, dove tutto è iniziato facendolo diventare quello che oggi conosciamo.
Così parte dalla Libia postcoloniale, dove gli italiani accanto agli americani, sono rimasti anche dopo la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale , molti ancora fascisti nell’animo, facendo la bella vita, ricchi e padroni, in uno strano equilibrio di supremazia dei bianchi sugli africani, ma spesso con rapporti lavorativi a cui, dopo tanti anni lì ormai, si mescolavano rapporti di amicizia.
Come nel caso di Michele Balistreri, detto Mike, amico per la pelle del figlio del tuttofare di suo padre Salvo, Mohammed al Bakri.
In realtà i figli sono due: Ahmed e Karim, profondamente diversi l’uno dall’altro, il primo un po’ folle e spregiudicato, violento e senza limiti nelle azioni, il secondo più riflessivo, pacato e fervente musulmano.
A causa della mancanza di una guida adulta, a causa dei rapporti difficili coi due genitori, il padre troppo preso dai suoi affari e dalle mire grandiose per non tornare alle origini povere del paesino della Sicilia da cui proviene, e per cui arriva a trascurare i figli, soprattutto questo figlio dal carattere più sognatore e idealista; la madre sognatrice disillusa, profondamente depressa e un po’ paranoica, che ha degli sprazzi di forte sentimentalismo verso Mike, legandolo a sè, ma mettendolo anche contro il marito, con accuse troppo difficili da interpretare per un ragazzino.
Ed è dalla rabbia e dagli ideali infantili che Michele finisce per scegliere il figlio sbagliato tra i due e farsi trascinare dalle sue modalità di fronteggiare le difficoltà con la violenza.
Accanto a loro Nico, il figlio di un siciliano arrivato lì con Salvo e suo amico, gestore di una pompa di benzina, che subisce le angherie e i soprusi dovuti alla povertà del padre, soprattutto dall’insegnante don Eugenio Pizza, anche quelle dovute all’agire scriteriato del fidato Mike, che ne diventa il protettore.
Il primo evento che li porterà a fare i conti con i principi e le regole del mondo adulto sarà l’omicidio di Nadia, sorella di Ahmed e Karim, figlia della seconda moglie di Mohammed.
La loro storia prende la maggior parte del libro e ci rende comprensibile il carattere e le scelte di questo commissario che spesso riesce a risultare insopportabile, dedito inizialmente ad alcol, gioco e donne.
È stato impossibile contenere la rabbia, per questo ragazzino scellerato mentre leggevo questa storia, volerlo trattenere per i capelli dal cadere nell’ennesimo errore senza possibilità di ritorno, e per gli adulti assenti che non sono stati in grado di capirlo e di fornirgli dei principi morali che non fossero i suoi, tipici dell’adolescenza, degli ideali troppo alti e irrealistici e dalle basi irrealistiche, dei desideri smisurati che portano ad un passo dal baratro. In cui purtroppo Michele cade del tutto e più volte, combattute tra la purezza e i sentimenti dell’infanzia con cui non riesce a fare i conti, e quelli che crede da adulto, che soli ha visto come esempi intorno a sè, dagli adulti che lo circondano, e con eventi troppo grandi che non riesce a comprendere del tutto e che finisce per interpretare alla luce della passione che lo guida, come tutti gli adolescenti, ma senza riuscire a vedere che dietro possono essere in gioco interessi molto più complicati.
Poi lo scenario muta e ci ritroviamo in Italia, trasportati dalla fuga dei due ragazzi.
Beh qui è stato come terminare un libro e cominciarne un altro, ritrovando il commissario Balistreri che conosciamo, che riprendiamo esattamente in quel periodo in cui, grazie ad un salto temporale allora incomprensibile, lo avevamo lasciato dopo i primi eventi del caso Sordi, ritrovandolo poi profondamente mutato nel corpo e nell’anima, e in tutte le abitudini.
Beh ora risulta sicuramente tutto più comprensibile!
Anzi devo dire che mi è presa la voglia qui di riprendere il primo volume e ricominciare a leggerlo dalla parte seguente alle vicende di questo libro, per potervi leggere le conseguenze profonde di tutto ciò che gli lascia questo fare i conti con il proprio passato.
Inizialmente in tutta onestà mi ha un po’ infastidita questo salto così grande tra un mondo e l’altro, quello del ragazzino in Africa e quello dell’adulto a Roma, perché mi è sembrato di leggere due libri completamente diversi.
Poi invece sono stata trascinata dalle indagini del nuovo caso ed è diventato tutto improvvisamente più chiaro, svelando le basi del continuum dipanate con sapiente abilità dall’autore.
Nello specifico troviamo il commissario diviso tra il caso di Anita Messi, ragazza argentina appena arrivata in Italia, ritrovata morta sul ciglio della strada, con un dito mozzato, e la “missione” assegnatagli da Teodori, l’anziano collega malato, che gli ha chiesto aiuto nel proteggere la figlia Claudia.
Come sempre le svolge tutte e due male, fino al momento in cui non scopre il collegamento sottile col proprio passato, ed anche, grazie all’abilità di questa ragazza intelligente e dalla pervasiva moralità, tra l’uno e l’altro.
Tutto questo lo condurrà a fare i conti con il proprio passato irrisolto, con un patto di amicizia e sangue e con degli ideali già allora delusi.
Stavolta sullo sfondo ritroviamo le vicende politiche del nostro paese a noi più vicine, come quelle delle infiltrazioni mafiose nella politica e il loro controllo dell’edilizia e delle più grandi opere e infrastrutture, e degli scandali della banca vaticana lo Ior, col suicidio di Calvi.
Ritroviamo inseriti in queste trame complicate tutti i personaggi che avevamo lasciato dalla Libia, don Eugenio, Busi, il padre e anche Nico, accanto ai 4 fratelli Balistreri.
Ci vuole molta attenzione per non perdersi particolari importanti in questa trama che non lascia assolutamente nulla al caso, con continui colpi di scena che non fanno comprendere quasi fino alla fine chi sia stato il colpevole.
O più precisamente in realtà qui non esiste un unico colpevole perché, oltre a quello materiale dei casi aperti, ne esistono anche di morali, che costringono Mike a fare i conti con i propri demoni ed anche con la propria visione delle donne, da sempre combattuta tra quella di sua madre, pura ma di sofferenza, quella di una donna immorale, scriteriata e indecente, e infine quella del suo primo amore pulito e delicato, che finisce per sporcare irreparabilmente a causa della sua insicurezza.
Alla fine diventa impossibile non solidarizzare con questo nuovo uomo, che impara a controllare le proprie reazioni e la propria rabbia indirizzandola in maniera costruttiva verso un fine in cui impiegare tutte le proprie energie, anche se ancora con una certa avventatezza e imprudenza, radicate più nel non temere di morire.
Riuscirà finalmente a comprendere la saggia frase del nonno detta tanto tempo prima “I padri hanno il dovere di occuparsi dei figli e il diritto di sbagliare nel farlo. I figli hanno il diritto di difendersi e il dovere di capirli, prima o poi.” Finendo quasi a un certo punto a ringraziare il padre per averlo protetto.
Finire questo libro mi lascia orfana ed ho bisogno di metabolizzare questa perdita.
“So che leggi Nietsche, Mike. Allora lo sai che non esistono cose morali, ma solo interpretazioni morali delle cose.”
“Potevo proseguire in eterno la mia battaglia contro i ricordi terribili, continuare a fare della memoria la cattedrale del risentimento verso mia padre, (...).
Oppure potevo accettare le ingiustizie e i danni come parte della vita e non come torti da lavare nel sangue.
Potevo smettere di sognare di uccidere leoni e occuparmi di salvare le Elise Sordi e le Claudie Teodori.
Potevo smettere di chiamare il mio paese il posto in cui ero nato e cominciare a chiamare il mio paese quello in cui vivevo. (...)
Per riappropriarmi di quei ricordi non dovevo costruire repliche di ville come mio padre. Bastava che leggessi quelle ultime parole non come una condanna ma come una liberazione.”