Gaia non ha più voglia di essere se si rasa i capelli a zero e indossa parrucche, svende i suoi orecchini più preziosi su eBay, si libera dell'armadio e compra un letto nuovo - che poi non sa montare.
Vuole ricostruire se stessa e l'ambiente in cui vive a immagine e somiglianza di la sua amata, meravigliosa Veronica, da cui è appena stata lasciata. Veronica non è solo la persona di cui Gaia si è innamorata, ma anche la donna che lei vorrebbe diventare - come accade nei primi, furiosi innamoramenti.
La famiglia di origine di Gaia appartiene alla solida borghesia di italiani che vivono a Monaco e incarnano tutto ciò che lei la cultura umanistica come sprezzatura e ostentazione, il culto dell'apparenza, la tendenza a delegare i compiti operativi ai subalterni. Veronica al contrario è una donna vitale, concreta, estroversa e solare come la terra da cui viene, il Salento.
L'indole di Gaia è lunare, riflessiva, accesa da un'immaginazione il prestante energumeno che le si presenta alla porta per ritirare degli oggetti che vuole vendere non ha la faccia da Joe, è decisamente Iwan. Rinominare le persone, interpretare le situazioni in cui si trova è indispensabile per poterle integrare nel suo mondo.
In un soliloquio ora arrabbiato e rivendicativo, ora spaurito e ostaggio di una miriade di sublimi ossessioni, ma sempre ironico e pungente, Gaia arriverà a conoscersi meglio e sarà pronta a correre davvero dei rischi per diventare l'individuo che vuole essere.
Il romanzo d'esordio di Maddalena Fingerle, Lingua madre, è stato accolto con entusiasmo dalla critica e ha vinto diversi premi. Nelle pagine dense e fulgenti di Pudore ritroviamo la sua voce unica e potente; una giovane autrice originale e piena di talento.
Gaia, la protagonista del nuovo romanzo di Maddalena Fingerle, vive il lutto di una storia d’amore che finisce. Allora prova a trasformarsi in Veronica, la sua amata perduta.
“Lo so che dovrei essere in lutto, ma io non sono così, io se sto male devo fare qualcosa, devo reagire, devo lavorare.”
E l’elaborazione del lutto, grazie al terapeuta Emilio è un processo lungo
“Emilio mi dice che ho ragione: non mi merito niente di tutto ciò. Gli dispiace. Secondo lui sto facendo progressi enormi. Ti stai liberando della tua ex, mi dice Emilio. Mi sto liberando della mia ex? Dici? Davvero? Ma sei sicuro? Perché guarda che a me non sembra proprio. Sì, mi dice Emilio, che parla calmo, e improvvisamente mi sento scema e cattiva e pure un po’ in colpa e vorrei chiedergli scusa ma mi sentirei ancora più scema e lui non smette più di parlare, non ha mai parlato così tanto e io conto le striature sullo sfogo che ho sul braccio e allora mettere la mano nella bocca dei leoni di Odeonsplatz funziona e i desideri si avverano.”
E alla fine forse ci riesce…
“Accendo le candele e canto tanti auguri a te. Sfilo una sigaretta dal pacchetto, mi avvicino alla fiamma, faccio un tiro profondo e fumo davanti al tavolo. Una cosa in comune con i miei ce l’ho. Pure io mi vergogno ad aprire i regali davanti agli altri. Getto il mozzicone sul fieno e dico grazie. Lo dico piano. Me ’rranciu sula, e poi a ci aggiu dare cuntu? Mi sento leggera e spudorata, c’è sole dappertutto e nessuna preoccupazione.”
La protagonista e narratrice di questo lungo monologo è Gaia, che però, innanzitutto, non si riconosce nel nome che le hanno dato i genitori (borghesi facoltosi, aridi e benpensanti) :“Il mio è un nome sbagliato perché prende una decisione a priori sul mio carattere obbligandomi a essere in un modo che non mi va”.
È forse per questo che tende ad attribuire nomi differenti a tutti quelli che incontra. Chi ha il nome giusto, invece, è la ragazza amata: Veronica, vera eikon = vera immagine, a cui Gaia tenta in tutti i modi di assomigliare, truccandosi agghindandosi parlando come se fosse lei.
Le due giovani sono expat e vivono entrambe a Monaco, ma il problema, il dramma da cui ha origine questo flusso di coscienza è che Veronica se n’è andata e il tentativo parossistico di trasformarsi nella sua copia perfetta, di diventare lei, è per Gaia l’unico modo per fronteggiare il lutto di questa perdita.
Via Skype c’è poi il rapporto con un terapeuta su cui la ragazza favoleggia e al quale mente spudoratamente (per via del pudore) e che in ogni caso è ben lontano dall’agganciare il centro della sua nevrotica sofferenza.
Nella tetra memoria a cui Gaia si abbandona c’è in primo piano il disastro di appartenere a una famiglia fredda e autoreferenziale dove però spicca il ruolo di Filomena, domestica di stampo ottocentesco, l’unica a vibrare per lei di vero affetto e a comunicarle vera sapienza.
Entrando progressivamente in questa sorta di riflessione frammentaria e a tratti farneticante partecipiamo sempre più al tentativo di emancipazione di Gaia attraverso l’identificazione completa (e impossibile) con Veronica.
Il compito che questo percorso un po’ folle prevede è che la protagonista possa liberarsi da tutte le pastoie da cui si sente, ed è, invischiata: famiglia, convenzioni sociali, dipendenza affettiva…e questo, paradossalmente, potrà farlo soltanto identificandosi con il suo alter ego, il suo amore perduto: Veronica, ragazza del sud schietta e verace, in grado di autodeterminarsi e spiccare il volo in piena libertà.
Ce la farà Gaia a liberarsi dai vincoli di un indotto pudore? Per saperlo bisogna arrivare proprio alla fine di questo originale racconto.
Che tristezza, avevo amato tanto Lingua madre! Non so cosa sia successo, colpa della Mondadori? Il motivo portante del romanzo è lei lesbo lasciata dalla fidanzata bisessuale, decide non si capisce perché di trasformare casa e vestiti, apparenza etc, in quelli della ex che l’ha mollata, sullo sfondo Monaco e una famiglia molto benestante. Non sono riuscita ad entrare neanche un po’ nella testa della protagonista, che mi è risultata anche francamente antipatica. Era questo l’intento? Non so, ma che peccato. Solo a tratti si intravede la qualità di scrittura del primo romanzo, per il resto sembra un esordio come ce ne sono tanti.
Una voce che non fa sconti. Una protagonista che è doppia, in certi casi anche trina. Una storia che si trasforma: prima dilaga e poi si contrae, infine trascina e confonde.
Gaia gioca ad essere un’altra. Si traveste da Veronica: indossa i suoi vestiti, usa i suoi trucchi, arriva persino a rivoluzionare il suo appartamento per renderlo più simile ai gusti di quella che non sa neanche se può davvero chiamare ex. Si rasa i capelli a zero e mette sù una parrucca biondo platino a caschetto. “Mi serve la tua luce”, dice Gaia. E, in cambio, presta a Veronica il suo corpo, cerca di farla stare a suo agio, fa diverse cose solo per compiacerla. Perché no, lei a lasciarla andare ancora non riesce. Perché no, lei nei suoi panni c’è sempre stata stretta e forse adesso un po’ di più. Perché sì, con Veronica si piaceva di più. Perché sì, con Veronica anche lei era una donna adulta sempre bella e sicura.
Da sola, Gaia riempie le pagine di "Pudore" fino a tracimare, fin quasi a farle esplodere, con una personalità strabordante e giudizi sul mondo così sicuri, così adamantini, da essere quasi capaci di invadere la mente del lettore anche contro la sua volontà. Una protagonista così non può lasciare indifferenti, e infatti Gaia non può che dividere, farsi odiare per i propri spigoli o amare per tutte le peculiarità e le cieche convinzioni di cui si veste. Un romanzo tutto costruito attorno a lei, più che sugli eventi o sui luoghi, e che quindi non può che risolversi nelle scelte proprie di Gaia, esorcizzando le interferenze e le intromissioni del mondo esterno. Pur liberandosi delle influenze altrui, quindi, la protagonista resta sé stessa dall'inizio alla fine, unica, talvolta assurda: coerenza o stasi? Approfondimento psicologico o monotonia? Un libro che è come la sua protagonista, con luci e ombre che possono lasciare indecisi.
È peccato constatare che il rating complessivo non renda affatto giustizia a questo romanzo che, seppur con un tocco di leggerezza in più rispetto a “Lingua Madre”, porta in sé tratti distintivi della scrittura di Fingerle. Tratti che fanno di lei, a mio avviso, una delle autrici più interessanti e talentuose del panorama italiano contemporaneo. Mi viene da pensare che forse non è proprio chiaro a tutt* cosa aspettarsi da questo romanzo, soprattutto dal momento che questa volta a pubblicarla è Mondadori. Per chiarirsi subito le idee: “Pudore” NON è un lesbodramma, NON è una storia d’amore, NON è una lettura sempre facile, NON è lineare, NON è una lettura in cui si trovano risposte. È, ancora una volta come anche per “Lingua madre”, la storia di un disagio, di un’ossessione, di un malessere che sfocia in disturbo psichiatrico. Però questa volta sì, c’è più luce. C’è più sole. C’è spazio per avvicinare un pubblico nuovo e più ampio.
2,5 in realtà. Per un’abbondante porzione di libro ho sperato che la storia andasse a parare da qualche parte (a un certo punto mi ero convinto che la trasformazione della protagonista nella ex fidanzata avesse a che fare con qualche terribile segreto; che so, con la scomparsa di questa ex fidanzata); invece, così non è. Per il titolo, più che pudore, forse sarebbe stato meglio prudere. La voce narrante risulta fastidiosa, non fa che criticare lo snobismo della propria famiglia ma di fatto lei non è da meno; anzi, per certi versi formula pensieri perfino più insopportabili di quelli dei suoi insopportabili genitori. Credo però che questo fosse un effetto voluto. Insomma, secondo me lo spunto di partenza è molto buono, però poi invece di detonare, la stori si sgonfia. Peccato
Prima di poter esprimere un giudizio sul secondo libro di Fingerle va chiarita subito una cosa: ‘lingua madre’ è un esordio straordinario, un libro magnifico, originale, con una scrittura che incanta e ossessiona allo stesso tempo. Fare i conti con un primo romanzo di questa portata non è facile. Detto ció, io non credo che la Fingerle abbia fallito la sfida di essere all’altezza del suo esordio. Sicuramente a questo libro manca qualcosa, non so dire ancora cosa, forse lo avrei voluto più lungo, avrei voluto passare un po’ più di tempo con gaia, con la sua famiglia e con emilio/luigi. Diciamo che forse questo secondo romanzo serve un po’ a confermare il talento della scrittrice e a sedimentare i temi a lei più cari: la lingua, l’ossessione, il senso di isolamento e di estraniamento dal contesto sociale e familiare. Io l’ho divorato, affezionandomi alla protagonista e rimanendo incantata non solo dalla potenza della scrittura ma anche e soprattutto dalla capacità dell’autrice di descrivere questi personaggi così singolari, completamente travolti dalle loro ossessioni e dalle loro idiosincrasie, personaggi a tratti buffi a tratti preoccupanti, pieni di opinioni nette e incisive sul mondo, opinioni dietro le quali si nascondono i loro io impauriti e insicuri, che in quel mondo ci stanno male, che vivono seguendo i loro rituali ossessivi fondati sulla volontà di essere quanto di più diversi da una famiglia asfissiante, pervasiva e borghese. Per me rimane tra le voci più interessanti della letteratura italiana oggi, aspetto con impazienza il prossimo
Sono divisa da due sentimenti contrastanti: da un lato la scrittura dell'autrice mi ha tenuta incollata alle pagine, dall'altro non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista. Tutto è narrato in prima persona, seguiamo i pensieri e le azioni di Gaia e anche i dialoghi sono sottoforma di discorso indiretto perciò sembra di andare sott'acqua senza mai risalire per prendere fiato. Tre stelle per la scrittura, ma la trama non mi ha convinta, ahimè.
Non è purtroppo all'altezza di "Lingua madre": finale scontato, narratore inaffidabile e non è chiaro cosa voglia comunicare veramente. Assomiglia a tante altre storie di persone instabili mentalmente.
Gaia non vuole essere Gaia ma Veronica. È la storia della discesa nel buio di chi è stato abbandonato e sostituito, e allora a sua volta cerca di diventare altro fino a cancellarsi. A un certo punto della lettura, ho provato un forte prurito anche io come Gaia, tanto mi sono immedesimata nel suo malessere (fisico e non). Credo sia tutto qui.
“Lingua Madre” mi guarda dalla libreria ormai da parecchi mesi, ma non trovo mai l’ispirazione per tagliare le pagine unite del formato delle edizioni Italo Svevo. Prima o poi mi armerò di taglierino, vincerò la pigrizia e leggerò questo romanzo che mi invoglia molto. Intanto ho letto questa sua seconda opera e mi sono fatta un’idea della sua penna. Io e Maddalena Fingerle siamo compaesane, ho letto alcune sue interviste e la trovo un bel personaggio. Riconosco nella sua voce le peculiarità che derivano dall’essere cresciuta in quel meltin pot linguistico e culturale che è l’Alto Adige. Mi è piaciuta molto la crudezza con cui descrive i personaggi e gli eventi senza fare sconti a nessuno. Mi è piaciuto il lato introspettivo del romanzo e mi è piaciuta anche abbastanza la prosa, anche se l’ho trovata a tratti un po’ nevrotica. Nel complesso davvero una buona penna che vorrei approfondire.
Anche 2,5. Ho acquistato questo libro forse con troppa aspettativa, ricordandomi del meraviglioso esordio con Lingua Madre che tanto amai per la sua efficacia, accuratezza. In questo nuovo libro della Fingerle sento troppo l’assenza di una qualche compiutezza: della trama, del finale; mi è sembrato un lungo attorcigliarsi di cui, da metà libro in poi, ho sentito solo la fatica. Ci sono delle raffinatezze stilistiche, delle visioni altre, interessanti, ma l’ho percepito più come un embrione che come un lavoro finito. Tuttavia leggere altro delle stessa autrice, quando ci sarà, perché un mezzo risultato non definisce una carriera, un’essenza.
Consiglio libro ‘Pudore’: non ci sono virgole che si salvino, arrivi a fine pagina, o quando chiudi il libro che il tempo passato non lo riesci a contestualizzare, non perché il libro ti abbia coinvolto tremendamente, cioè sì, ma perché sembra di stare in compagnia di qualcuno che, come dice mio papà ma come dicono credo 3/4 della popolazione, parla a macchinetta, un fiume in piena, come se avesse passato gli ultimi 12 anni della sua vita con lo scotch sulla bocca e finalmente glielo avessero staccato. p.s.: tornerò a leggerlo ogni volta che mi sentirò derisa o non presa sul serio
Non un libro perfetto, ma il libro perfetto per me in questo momento. L'ho trovato interessante, divertente e tragico, intelligente e coinvolgente. È stato, per me, un'ottima compagnia. Non vedo l'ora di recuperare anche "lingua madre", romanzo di esordio dell'autrice che molti dicono essere molto più interessante di questo secondo volume. Meglio così, mi aspetta un'altra bella lettura a quanto pare.
La protagonista ha un insopportabile ego à la Ciabatti, però la scrittura ha ritmo e in qualche modo, per quanto non succeda quasi nulla se non nella testa di questa trentenne viziata, la storia risulta gradevole e non annoia. Autrice interessante.
"Madrelingua" è uno dei miei libri preferiti. Forse per quello da "Pudore" sono rimasta un po' delusa. Alcuni passaggi erano anche bellini, ma la protagonista decisamente troppo istrionica e la trama praticamente non esisteva. Boh.
Tre e zero quattro mi pare ingiusto. Non c'è dedica, niente esergo, e manco un ringraziamento: non capita sovente, eh. Nel libro non succede nulla, però è un nulla davvero ben descritto.