Periferia di Napoli. Sull’asfalto la sagoma di una bambina di sei anni, precipitata dall’ultimo piano. Un incidente? Il palazzo riprende i suoi traffici, il vocio diffuso tra le scale copre i silenzi omertosi, gli odori delle cucine sovrastano la puzza dei sospetti. Eppure Costanza, maestra della bimba, intuisce che quella morte non è stata un tragico incidente. Anche Marco, figlio di Costanza e giornalista come suo padre, nutre molti dubbi. Madre e figlio penetrano così nell’intricato sistema di scale e corridoi del palazzo maledetto. Intercettano segreti, bugie, violenze. Intanto Costanza torna con la memoria alla giovinezza delle lotte sociali condivise con Sirio, l’amore di una vita. Rivive l’esperienza della Mensa dei bambini di Montesanto, la voglia di rivoltarsi contro il patriarcato.
Torna qui la Napoli del colera, del terremoto – resa unica dai suoi scrittori, dai suoi tanti artisti. Ma il suo rievocare accende anche alcune il male è confinato solo tra le mura di quel palazzo di periferia? E perché avverte il dolore della madre della bimba così vicino al suo? Per arrivare alla verità, Costanza deve prima comprendere un mondo altro, retto da leggi contro natura o criminose.
Titti Marrone mette al centro la sua Napoli, teatro di un “primmammore” malvagio e di un altro appassionatamente animato dalla voglia di riscatto. Un romanzo sulle periferie che richiama alla mente uno dei peggiori fatti di cronaca degli ultimi anni, ma che è anche la storia dell’impegno disinteressato di generazioni di giovani a tutela dei più deboli.
“Ma questa storia non sta su un altro pianeta, né chiusa in un palazzo o in una periferia maledetta. Succede nel mondo dove abitiamo tutti, dove tutti respiriamo la stessa aria. A pochi chilometri da qui. Nella nostra città.”
Le cose principali, quelle che mi sono servite veramente dopo, nel mio lavoro di insegnante, le ho imparate dall’esempio di mia madre maestra e alla Mensa, rifletté Costanza, mentre anche Matilde annuiva. Loro due erano state fra i primi ragazzi a unirsi al nucleo originario di Geppino, Cesare, Carla e Luisa, che poi oltre a Berit e Costantina avrebbe arruolato Fabrizia, Erri, Lucia, Cinzia, Peppe “Antoine”, Roberto, Anna, Rita, Clelia, Massimo, Adele, Maria, i gemelli Donato, Piero, Adalberto, Luciana e Vittorio, più un altro gruppo numeroso di giovani dell’epoca. Sarebbero stati attirati molti intellettuali anche di fuori Napoli. Militanti di Lotta Continua o “cani sciolti” del movimento, come si diceva allora, oppure cattolici del dissenso e poi comunisti, socialisti, anarchici, o pedagogisti fautori di teorie antiautoritarie. Come il ragazzo di nome Marco, futuro fondatore dei Maestri di Strada, che era figlio di un importantissimo politico ed economista meridionalista.
Primmammore di Titti Marrone è un romanzo che non si limita a narrare, ma costringe chi legge a farsi testimone di un orrore quotidiano, un orrore che troppo spesso scegliamo di ignorare perché troppo scomodo, troppo doloroso, troppo reale. Il crimine su cui ruota la storia, la morte di Nina, una bambina di sei anni, è il punto di partenza di un’indagine che non è solo giornalistica, ma anche morale, sociale ed esistenziale. Titti Marrone non si limita a denunciare: costringe il lettore a guardare l’abisso, senza filtri, senza reticenze. Scrive con la precisione affilata di un chirurgo e la compassione straziante di chi non può più distogliere lo sguardo. Il suo stile si nutre di dettagli incisi nella carne viva, di immagini che restano impresse con la violenza di un pugno allo stomaco. È inquietante il modo in cui il romanzo mostra come il male non sia mai opera di un singolo individuo, ma il prodotto di un sistema di silenzi e complicità. L’autrice ci fa capire che la giustizia, anche quando arriva, è sempre insufficiente. Il processo contro il colpevole non è una vera catarsi, perché nessuna condanna potrà mai ridare a Nina quello che le è stato tolto. E allora il romanzo ci lascia con un senso di rabbia, di frustrazione. Ma forse è proprio questa la sua funzione: non consolare, ma risvegliare. In un’epoca in cui la cronaca ci restituisce ogni giorno storie di bambini che finiscono male, Primmammore è un libro necessario. È un libro che ci chiede di non distogliere lo sguardo, di non ridurre queste storie a semplici notizie di passaggio. È un libro che ci dice che il male non è solo di chi lo commette, ma anche di chi lo permette con il proprio silenzio. Titti Marrone ha scritto un romanzo doloroso, ma imprescindibile. Un romanzo che ci costringe a chiederci: COSA FAREMO, la prossima volta che vedremo un segnale?