Come fa una giovane donna di appena trent’anni, qual era all’epoca Irène Némirovsky, a scavare così profondamente nell’animo umano? si chiese Bernard Grasset, il suo primo editore, leggendo questi racconti. Come fa a capire, e a descrivere in modo così empatico e al tempo stesso spietato, non solo le lusinghe e le illusioni della giovinezza, ma anche la nostalgia degli amori perduti, il rimpianto delle vite non vissute, l’acredine delle esistenze sbagliate, le ferite dell’ambizione frustrata, l’angoscia della solitudine, lo sgomento per i segni che lascia sul corpo il passare degli anni, la ferocia che si annida nel cuore degli uomini? Le prove giovanili di Némirovsky continuano a riempirci di stupore non meno di quelle della maturità: le quattro «scenette», per cominciare, di sapore quasi lubitschiano, dove due aspiranti attricette di incantevole amoralità mettono in opera comici e insieme patetici tentativi di trovare un uomo molto ricco che le mantenga; i tre «film parlati» – in realtà vere e proprie narrazioni, condotte con la mano sapiente di uno sceneggiatore navigato, in grado di dare indicazioni su inquadrature, stacchi, dissolvenze, montaggio; gli struggenti «Una colazione in settembre» e «Le rive felici»; il truculento affresco finlandese dei «Fumi del vino»... Fino al sorprendente «I giardini di Tauride», che appare qui in volume per la prima volta, e che, costellato di appunti in cui Némirovsky riflette sulla forma stessa del racconto, ci consente di gettare un’occhiata indiscreta nel suo laboratorio.
Irène Némirovsky was born in Kyiv in 1903 into a successful banking family. Trapped in Moscow by the Russian Revolution, she and her family fled first to a village in Finland, and eventually to France, where she attended the Sorbonne.
Irène Némirovsky achieved early success as a writer: her first novel, David Golder, published when she was twenty-six, was a sensation. By 1937 she had published nine further books and David Golder had been made into a film; she and her husband Michel Epstein, a bank executive, moved in fashionable social circles.
When the Germans occupied France in 1940, she moved with her husband and two small daughters, aged 5 and 13, from Paris to the comparative safety of Issy-L’Evêque. It was there that she secretly began writing Suite Française. Though her family had converted to Catholicism, she was arrested on 13 July, 1942, and interned in the concentration camp at Pithiviers. She died in Auschwitz in August of that year. --Penguin Random House
Chiedo che la verità sia la vita. Percepita a tratti e per il resto l’intordipimento delizioso della prima infanzia, il momento in cui si è ancora per metà, immersi nelle dolci tenebre interiori. E se la morte potesse somigliare a questo nulla.
Ogni qualvolta leggo qualcosa di questa autrice mi rendo conto che mi dilungo troppo. Riempio pagine e pagine di discorsi, frasi, parole che non hanno un senso, se non per me stessa. A chi mi legge, mi rendo conto posso apparire prolissa e tediosa. Ma il motivo per cui scrivo, per cui mi sento così, pur sapendo di arrecare fastidio o strappare qualche sbadiglio, è perché desidero che i miei lettori sappiano che tutto quello che scrisse Irène Némirovsky è qualcosa che valica i confini del possibile, mediante una miscela disomogenea di ricordi nitidi di una sognatrice romantica, con rivelazioni crude e sconcertarti che potrebbero cambiare la natura del nostro essere. Come sapete, perlomeno se lo sapete, è trascorso qualche mese dalla lettura del suo ennesimo romanzo, una rilettura che ho desiderato rivivere, assaporare nuovamente, come la prima volta, ed è naturale che quando l'occasione di conoscere il suo nuovo figlio di carta bussò alla porta accettai immediatamente. I ricordi così come le emozioni invecchiano, proprio come le persone. Ma ci sono pensieri che non invecchiano mai. Ricordi che non sbiadiscono. Fino a oggi, io non ho mai raccontato quelle emozioni che mi si agitano dentro a nessun altro che alla mia anima. Probabilmente agli occhi dei più i romanzi dell’autrice saranno visti come invenzioni di pura fantasia. La maggior parte dei lettori, infatti, non penso abbiano apprezzato appieno le tematiche che trapelano dalle sue storie; rifiutando i fatti che non rientrano nella sfera di quelli a loro comprensibili, il romance, lo spice, passandoli sotto silenzio, giudicando assurdi o indegni di considerazione. Per quanto mi riguarda, la mia è una felicità imprecisata quando mi imbatto nei suoi romanzi. E sarei tanto felice se un giorno l'autrice potesse resuscitare. Tornare in vita, porgermi la mano, e indirizzarmi in quell’unico luogo in cui potè divenire sfinge, antropologa attenta e curiosa, misuratore di atti o gesti umani che bruciano ancora sulla pelle. Sono rimasta in vita fino ad ora aggrappata a un solo pensiero, alla speranza che la lettura di questo ennesimo ma ultimo romanzo pervenuto in Italia potesse non aver mai fine, semplicemente un sogno veritiero e benefico da cui non avrei mai voluto svegliarmi. Mi sono sforzata innumerevoli volte di convincermi che era così. Tutte fantasticherie, allucinazioni. E ogni volta che cercavo a ogni costo di aggrapparmi a questi ricordi in qualche recesso oscuro della mia mente, tornavano subito in superficie ancora più forti, ancora più vivi. Così, anche questa volta, alla pari di tante altre, ha finito col mettere radici nella mia coscienza e imprimersi nella carne, come corpi estranei. Riesco ancora a vedere ogni singola scena, a ricordare ogni singolo dettaglio in maniera estremamente vivida, chiara, c. Mi sembra di poter prenderla per mano o sentirla parlare. Ricordo il colore dei suoi capelli agitarsi in morbide ciocche dorate. Sento sulle mie labbra il sapore di un bacio non voluto, o il profumo di sudore di un abbraccio carnale irruento e passionale. Ed è stata piuttosto la mia esistenza dopo, successivamente quando tornai a galla, che mi è sembrata sogno e visione irreale. L’infanzia a cui è aggrappata, saldamente legata alla scrittrice, così pregna di dramma e nostalgia, è quell’elemento primordiale su cui ruotano queste storie. La sua irrimediabile perdita, la caducità della vita da cui certe festività, come quella a cui fa cenno il titolo, il Carnevale, è moto di esaltazione al piacere e alle gioie perdute, che sfocia in masse di purulenta fame, rassicurante malinconia, in un succedersi di generazioni e generazioni, incomprensioni e ipocrisia da cui è ritagliata, scrutata l’essenza della vita. Quelle perlopiù scomparse che la Némirovsky custodisce nel palmo della sua mano come un piccolo scrigno, la gioia, l’entusiasmo di quegli esseri che la vita ha reso vecchi e tristi. Nel cui cuore aleggia ancora lo spettro del passato, della fame, della paura, del freddo, che mediante un semplice gesto, quello di pronunciare parole sparse a voce alta, presero vigore, forza nel momento in cui meno ce lo saremmo aspettati. Lo sguardo poté spaziare a perdita d'occhio senza incontrare ostacoli. E, successivamente, a perdere l'olfatto, l'udito, inebriata dal profumo fresco di un tulipano giallo appena colto, in un'accesa e irresistibile battaglia contro anime dannate e contrite, che mi presero alla sprovvista invadendo persino il mio piccolo spazio. Vivendo in loro compagnia come se fossero in balia di un illusione. Sono davvero trascorsi due mesi, e allo stesso tempo io non ci sono stata? La mia memoria in un istante attraversa il guscio vuoto di questo tempo brevissimo e torna direttamente nei cuori di una donna apparentemente algida e inavvicinabile, quanto profonda e attenta. In ciò che ha distrutto la sua vita, ma anche la mia da quant’è che la conosco che l'ha cambiata in un guscio non più vuoto, dal momento in cui l’ho conosciuta, probabilmente dovuta dalla luce ardente che lambì le mie fragili membra quando mi trovai fra le braccia dei suoi figli di carta. Un raggio di sole fortissimo che venne a colpire direttamente dal fondo di un buco. In questa brevissima e bellissima inondazione di luce, apparsa come qualcosa che ho vissuto ben poche volte in tutta la mia vita. Divenendo, in seguito, come una necessità a cui vi farò ritorno, ancora una volta, in seguito. Come una promessa di luce, che brilla come un sole troppo caldo sul mio viso. Un sole che, sono certa, non brucerà, quanto inonderà ogni parte di me. La riempirà come un contenitore. Un cataclisma amoroso, di vita e morte che non si è concluso nemmeno qualche pagina dopo. Necessario come una questione di vita e di morte, potente come dominio di supremazia e ribellione. L'ennesima lettura nemirovskyana di cui ho avuto il piacere di scoprire ad inizio anno, zeppa di distrazioni amorose e realistiche, che si ammanta di uno stile semplice ma ipnotico che richiama alla mente le digressioni romantiche di Shakespeare, o qualche poeta russo, e che penetra nel cuore del lettore come un eco perduto nella brezza fresca di un fiume, nel desiderio irreversibile di possedere la vita. Valzer che è stato composto in una moltitudine di sfumature, emblema di seduzione contrastata. Parole che lacerano il cuore, lacrime appena versate e un'ispirazione così intensa da risvegliare, col suo brusio, ogni singola parte della mia anima. Un tempio segreto in cui, nonostante tutto, ho potuto contemplare le meraviglie e di cui mi ero completamente assuefatta, perché stregata da questa contorta concezione personale della scrittrice. Intrappolata nella ruggine dell'abitudine, tanta denigrata quanto temuta, che prevale nel ricordo dell'amore per le parole, la vita, l’infanzia perduta. Una storia che ha un ché di tragico e solenne, che ci parla di menzogne, follia, possessioni del cuore. Ripercorrendo il tempo del ricordo ed evocando scene di vita legate all’infanzia perduta. La consapevolezza che niente e nessuno potrà restituirla.
«[…] Di nuovo il leggero sciabordio della pioggia e il trillo impaziente di un campanello. Mario aspetta davanti al portone chiuso del palazzo assieme a una giovane donna che rientra come lui. Fanno conoscenza. La ragazza dice il suo nome, Gilda; studia pittura; sono sei mesi che abita in quella pensione. Dietro la porta, un rumore di ciabatte strascinate: la portinaia viene ad aprire. Il corridoio buio; le camere di Mario e Gilda sono vicine. Si stringono la mano. Mario entra nella sua stanza, vede il piccolo pianoforte appena portato su; si precipita verso lo strumento, lo apre, comincia a suonare adagio le prime battute del preludio. Nella stanza accanto, Gilda si scioglie i capelli canticchiando davanti allo specchio; ha un viso grazioso, un po’ duro. Una sala da concerto. Molto in alto, agli ultimi posti, Mario e Gilda ascoltano e si sfiorano la mano al buio.»
Molti conoscono Irène Némirovsky per le opere più famose quali, ad esempio, “Suite francese”. Tuttavia, la Némirovsky, è ben oltre. Che la si ami o la si odi, la scrittrice prematuramente scomparsa nei campi di concentramento di Auschwitz nel 1942, sa sempre offrire al suo pubblico scritti che sanno far riflettere.
“Il Carnevale di Nizza e altri racconti” altro non è che una raccolta di scritti giovanili della narratrice a cui si aggiunge un inedito curato da Teresa Lussone. Seppur si tratti di testi giovanili, già sono presenti tutte quelle tematiche che di poi affronterà nuovamente in età adulta.
In questo componimento cimenta nello sperimentalismo, è affascinata dal cinema, ammaliata dalle scoperte che una diciottenne giorno giorno scopre, e mai si sottrae al fermare su carta con una penna che verga parole rapide e sequenze velocissime, ciò che prova. Son proprio i momenti ciò che più contano. Che siano momenti d’amore, che sia la giovinezza, che sia la vita che scorre e che va, l’autrice è consapevole che il tempo non torna indietro, che l’esistenza scorre rapida non concedendo seconde possibilità, che spesso è necessario vivere nel carpe diem. Questo soprattutto se si parla e vive d’amore, un sentimento che in giovane età viene vissuto con la libertà e la spensieratezza dell’apertura al nuovo e con quelle farfalle nello stomaco che sanno riempire di energia e che invece nell’età adulta si raffredda, si vive con una consapevolezza influenzata dall’esperienza ed anche dal dolore vissuto negli anni con relazioni andate male, ferite etc etc.
«Thérèse bevve ancora e, a poco a poco, il nodo che le serrava la gola si allentò impercettibilmente; si sentì di nuovo invasa da un oscuro e selvaggio benessere, misto a una malinconica rassegnazione. Lui ripeté: «Sì, mia cara, non c’è niente di meglio di un piatto ricercato, una buona bottiglia, il bicchiere di alcol invecchiato e pregiato che si riscalda nel palmo della mano, l’odore di un sigaro.»
Amore, rimpianto ma anche nostalgia. Una nostalgia per la madrepatria russa, una nostalgia canaglia che si scontra con la censura, con l’abbandono (la Njanja, in uno dei racconti, è stata costretta a fuggire, a seguire la famiglia ma mai dimentica, tra i tanti lustrini di Parigi, quelle che sono le sue origini).
Tanti i racconti, tante le riflessioni, tante gli argomenti che la scrittrice tocca e che conosciamo in questa raccolta. Ultima considerazione, ma non per questo meno importante, è anche la sua inquietudine. È noto che ella era solita ritornare sulle sue parole, su suoi testi, tante e ancora tante volte. Ne “I giardini di Tauride”, in appendice, scopriamo un racconto inedito che ne è prova e conferma.
“Il carnevale di Nizza e altri racconti” è un buon testo con cui avvicinarsi Némirovsky se non la si conosce, ma è anche un ottimo modo per approfondire la sua produzione se al contrario si è già avvezzi, amandola o meno, a questa.
Una raccolta di racconti un po' particolare perché raccoglie storie di differenti stili. Mi spiego meglio. I primi 4 racconti sono praticamente dei testi teatrali aventi come protagonista sempre lo stesso personaggio, Nonoche. Si tratta di una ventenne furbetta, che però conosce poco delle cose del mondo e col suo modo di fare e di parlare risulta involontariamente divertente. Questi primi racconti quindi sono piuttosto leggeri e spensierati. Poi si passa a storie narrate in modo cinematografico, come se le vicende fossero riprese da una videocamera. Sinceramente questi racconti non mi hanno fatta impazzire perché questa modalità di narrazione mi ha fatta sentire una semplice spettatrice, impedendondomi un coinvolgimento più profondo nelle vicende narrate. E poi ci sono racconti classicamente intesi, scritti con uno stile semplice, ma allo stesso tempo profondo. I personaggi di queste storie spesso si trovano a riflettere sulla loro vita, su ciò che è stato, sulle scelte compiute, con qualche rammarico e tanta nostalgia. I dubbi, le incertezze dei protagonisti risuonano anche dentro il lettore perché certe domande esistenziali appartengono un po' a tutti. Nemirovsky si conferma una grande scrittrice, nonostante questi racconti siano stati scritti ai suoi esordi. Personalmente mi è sembrato che mi mancasse qualcosa per apprezzarli completamente e per questo assegno solo tre stelline.
17 racconti riuniti in questa raccolta di fresca data, lavori giovanili della Nemirovsky, che comprendono anche un inedito ritrovato recentemente, ancora sotto forma di bozza, con correzioni ed appunti della stessa autrice, prova che doveva ancora arrivare ad una stesura definitiva. Sento che c'è qui qualcosa di prezioso che non riesco a esprimere... E' la stanchezza? Oppure ho lavorato troppo? O troppo poco? I primi racconti sono scritti come adattamenti teatrali, altri come sceneggiature di un film, gli ultimi con un classico testo narrativo. Tutti testi che riescono in pochissime pagine ad analizzare profondamente l'animo umano con illusioni, nostalgie, rimpianti, desiderio di evasione, paura della solitudine, paura della vecchiaia. Non tutti i racconti mi sono piaciuti, alcuni li ho trovati lenti e monotoni, soprattutto quelli scritti come sceneggiatura, ho letto sicuramente di meglio della Nemirovsky. Deliziosi e un po' burleschi i racconti scritti come testo teatrale, ma quello che ho apprezzato più di tutti è stato La Njanja che immagino sia il progetto di quello poi uscito con il nome Come le mosche d'autunno. Penso che il messaggio dell'autrice sia di vivere sempre appieno il proprio momento, il tempo non torna indietro. La felicità assomiglia a una vacanza in riva al mare durante un’estate piovosa, per rimpiangerla basta che l'ultimo giorno sia stato bello.
I primi racconti di Irène Némirovsky, con un inedito, che appare nella sua forma più pura, con tutte le correzioni, come chicca.
Dalla struggente storia della Njanja, con cui è impossibile non emozionarsi, alla poetica sinfonia di Parigi al cinematico Carnevale di Nizza, che dà il titolo al libro, ogni storia crea un microcosmo a sè stante, dove al centro ci sono dei personaggi coi loro sentimenti, estremamente messi alla luce in una lirica poetica che caratterizzerà quella che è la grande carriera letteraria della Nemirovsky.
Un'esperienza di lettura gratificante tutto sommato.
Il suo stile per me ha qualcosa di straordinaria per la sua profonda capacità di analizzare le sfumature del sentire umano ma qui non tutti i racconti mi hanno convinta