Les mythes grecs parlent de dieux et de héros, et les cités étaient pleines de sanctuaires où les honorer. Mais la poésie archaïque fait apparaître ce qui semble être un troisième type de puissance divine, à savoir le daimōn. Que recouvre précisément cette notion dans les textes poétiques des périodes archaïque et classique ? A-t-elle par ailleurs une portée cultuelle ? C’est là l’objet de cet ouvrage. Plus précisément, l’autrice analyse les occurrences de daimōn – radicalement différent de notre démon moderne – dans la poésie épique, tragique, mélique, tout en le cherchant aussi dans les pratiques rituelles. Il apparaît alors que si le terme daimōn, au pluriel, peut désigner les dieux, le mot employé au singulier renvoie à une action divine dont l’être humain pris pour cible, en bien ou en mal, ne peut identifier la source. De manière poétique, il désigne la distribution des biens et des maux qui caractérise la vie humaine. Le recours au terme de daimōn souligne ainsi la part d’incertitude constitutive d’un système polythéiste, pluriel et foisonnant, dont la présente étude permet de mieux appréhender la complexité, tant en matière de représentations que de pratiques.
Nella storia dei titoli intraducibili, un posto d’onore spetta ai Весы [Bjesy] di Dostoevskij. Un primo grande problema è la variante “demoni”/“demonii”; un secondo, ovviamente, capire quale dei due significati si attagli meglio al senso del titolo voluto dall’autore, che ne discusse a lungo con la moglie. Nel romanzo, gli spiriti sono senz’altro spiriti maligni, ma sono interni o esterni ai protagonisti? O è più corretto parlare di una identificazione di questi весы coi protagonisti stessi?
Il dilemma è lungo e oscuro quanto la storia stessa, nelle lingue occidentali, del concetto di “demone” e di “demonio”. Una soluzione salomonica sarebbe rifiutarsi di rispondere, e sicuramente il δαιμόνιον socratico non ha nulla a che vedere coi “demon cornuti” di Dante. E tuttavia, un ponte c’è. La risposta non può che venire da un approfondimento del politeismo greco, nel quale i daimones sono variamente coinvolti e non è sempre immediata una loro identificazione con gli dei.
Il saggio tenta un coraggioso e riuscito lavoro di sintesi e chiarificazione sul δαίμων nelle età arcaica e classica, riuscendo a coniugare una prosa sempre chiara e godibile l’esigenza di un opportuno confronto con la pluralità di fonti e coi diversi problemi metodologici. Sostiene Pirenne-Delforge che sarebbero daimones le manifestazioni concrete dell’azione divina nel mondo: così chiamerebbero gli uomini il concreto manifestarsi del ruolo degli dei nel loro vissuto.
Non mero fato, non mero capriccio da dei con ormoni a mille, i daimones spiegherebbero come gli uomini fossero, che si chiamassero Elena o Evandro, esposti a un condizionamento tanto irrazionale quanto, a posteriori, ben razionale quando connesso a un piano ricostruito con lucidità. Il colpo di scena di questa attenzione filologica è che ci si riscopre in balia dei dubbi espressi da Fëdor alla moglie: questi uomini sanno davvero perché e per conto di chi stanno nuocendo al prossimo?