Ho letto questo libro praticamente in due tempi: la prima metà l’ho assaporata con calma, lasciandomi immergere nei suoni, nei profumi e nei ritmi lenti della comunità Amish dove vive la protagonista, Found. La seconda metà, invece, l’ho divorata con il cuore in gola, presa dalla voglia di scoprire dove mi avrebbe portato la sua storia.
Found è una ragazza cresciuta in un mondo dove tutto è ordinato e semplice. Le piacciono le abitudini, il silenzio della natura, il lavoro manuale. Ama la tranquillità della sua vita, o almeno così crede. La sua comunità, quella degli Amish, è fatta di regole precise, di rinunce, di un legame profondo con la terra e con la fede. Eppure, Found porta con sé un piccolo segreto: un ciondolo a forma di cerbiatto nascosto sotto la camicia. È un gioiello, e nella sua comunità è considerato un atto di vanità. Ma quel piccolo oggetto, così semplice, è già una ribellione, anche se silenziosa.
Poi arriva Noam, un ragazzo esterno, un giornalista in erba. All’inizio lei lo trova insopportabile: è troppo curioso, troppo diretto, troppo… diverso. Ma poi inizia a sentirsi vista, capita. Lui non le impone nulla, non cerca di cambiarla. Le fa domande che nessuno le aveva mai fatto. E attraverso queste domande, Found comincia a guardarsi dentro. Non è solo attrazione: è come se Noam fosse la scintilla che accende una parte di lei che non sapeva nemmeno di avere. Un bisogno di capire chi è davvero, al di là delle regole, delle abitudini, delle aspettative.
Il ciondolo si rivela presto essere la chiave di un segreto che riguarda il suo passato, e che potrebbe cambiare completamente la sua identità. Anche se da lettrice avevo intuito alcune cose prima che venissero rivelate, non mi ha tolto nulla alla lettura. Anzi, ero curiosa di vedere come Found avrebbe reagito, come avrebbe affrontato tutto questo. Quello che mi ha colpito di più è stato proprio il suo percorso: all’inizio silenziosa, quasi invisibile, alla fine diventa una ragazza capace di scegliere, anche se scegliere significa perdere tutto ciò che conosce.
Noam è un personaggio che si fa voler bene. È autentico, dolce, presente. Anche se, devo dire, le disgrazie che gli capitano sembrano un po’ troppe per essere vere. Ma la cosa più bella è che non cerca mai di "salvare" Found. Le sta accanto, la incoraggia, ma le lascia lo spazio per salvarsi da sola. E questo, in una storia d’amore, fa la differenza.
Tra i personaggi secondari, ho adorato Ben e Penny. Vorrei davvero leggere qualcosa anche su di loro, magari una novella dedicata. E ora ovviamente aspetto con tantissima curiosità il libro dedicato a Hirsh, che in questa storia si intravede solo, ma lascia già intuire un passato intenso.
Una cosa che ho amato molto di questo romanzo è la dedica iniziale, che già da sola dice tanto del messaggio profondo della storia:
“Una volta una persona ha chiesto:
«La felicità è meglio della perfezione?».
E un’altra persona ha risposto:
«La felicità è meglio, perché intanto è possibile».
Perciò questo libro è dedicato a tutti coloro che hanno rinunciato alla perfezione per essere felici.
Perché la felicità esiste, la perfezione no”.
È proprio il cuore del romanzo: Trovami dove l’alba fiorisce parla della libertà di essere se stessi, anche quando questo significa rompere con tutto ciò che ti hanno insegnato. Parla di coraggio, di identità, e di amore, sì, ma un amore che non salva: accompagna.
Found, attraverso le sue parole, dà voce a molte delle riflessioni più potenti del libro. Come quando dice:
“I recinti del Patch possono essere casa o catene, a seconda di come li si guardi.”
È tutto lì: la stessa realtà può essere rifugio o prigione, dipende da come la vivi.
Ed è proprio questo che mi fa riflettere sulla comunità Amish. Da un lato trovo affascinante l’idea di una vita lenta, semplice, senza corrente elettrica, senza specchi, a contatto con la natura e con valori che oggi si stanno perdendo. L’aiuto reciproco, il senso di comunità, il sentirsi parte di qualcosa. Ma dall’altro lato ci sono troppe limitazioni. La libertà personale, per me, è troppo importante. La mancanza di libertà come scelta di vita è qualcosa che faccio fatica a comprendere. Certo, c’è il Rumspringa, quel periodo in cui i giovani possono uscire dalla comunità e vivere il mondo esterno prima di decidere se tornare o no. E mi chiedo sempre: una volta assaggiata la libertà, come si fa a tornare indietro?
Found stessa, in una delle sue riflessioni più intense, prova a spiegarlo così:
“Sai, odio quando gli estranei ci chiamano fanatici o credono che la nostra sia una setta. Non è così, almeno non per la nostra comunità. A noi piace vivere senza tecnologia per amplificare il rapporto con la natura. Il pastore non ci punisce se non preghiamo tutti i giorni o se gli disubbidiamo. Non siamo dei pazzi. Siamo liberi di scegliere se seguire le regole oppure no. Chi rimane nella congregazione accetta le regole. Chi non si sente a suo agio può andare via. Il Rumspringa esiste per questa ragione. La mia amica Penny ha potuto scegliere liberamente di andarsene.”
E così capisco che per alcuni questa comunità è casa. È struttura. È protezione. È un modo per non perdersi in un mondo che corre troppo in fretta.
L’utopia, forse, sarebbe proprio questa: una comunità che si aiuta come gli Amish, ma nel 2025. Una realtà dove ci si sostiene a vicenda, ma dove ogni persona può scegliere chi essere, senza dover rinunciare alla propria libertà.
E poi, a rendere questo libro così unico, ci sono i piccoli simboli che parlano di crescita interiore. Come il colore viola, che per Found ha un significato profondo:
“Lo sai perché mi piace il viola?» gli chiedo.
«No, non ci ho mai pensato, in effetti.»
«Perché nasce dall’unione di due colori primari, il blu e il rosso. Il blu si associa alla razionalità, mentre il rosso all’irrazionalità. E il viola è il perfetto equilibrio tra i due. [...] Anche se sembra che sia soltanto un colore, in realtà ne è due. Può essere più di una cosa allo stesso tempo.”
Anche Found è così: razionale e istintiva, fedele e ribelle, dolce e coraggiosa. E questa storia è come il viola: un equilibrio tra emozione e riflessione.
È uno di quei romanzi che, pur essendo semplici da leggere, ti lasciano dentro qualcosa che ti accompagna anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.