Pietro Citati sembra volerci convincere che quando Borges scriveva il suo Pierre Menard, forse in realtà stava pensando a Leopardi. Leopardi è un moderno che vuole fingersi classico – no, nessuna finzione: che fa di tutto, sino a dannarsi l’anima, per diventare un autore classico (dolcissima, suprema illusione). Da qui, da questo sogno di un’impossibile fuga a ritroso nel tempo, discendono la ricchezza e la contraddittorietà della sua opera. Per il biografo, il punto di scaturigine della riflessione leopardiana, che incessantemente viene ripreso, foss’anche solo per smentirlo, è il “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”: quello è il programma – ed è anche un approdo stilistico per quanto riguarda la prosa di Giacomo. Il quale appunto rifiuta la lezione dei romantici e tenta un utopico ritorno nel grembo della cultura occidentale, risalendo alla fonte dell’unica infanzia possibile: la poesia ingenua degli antichi, in cui ancora sopravvive l’incanto di un mondo spontaneo e naturale, privo di autocoscienza. Leopardi diventerà uno dei più fini conoscitori del mondo greco-latino, tanto che, nel suo soggiorno a Roma, verrà definito il più grande filologo vivente da un eminente storico della latinità, Niebuhr; tuttavia per lui la posta in gioco è assai più alta: si tratta di far rivivere, e non semplicemente di interpretare, le vestigia del passato. E così, pur fra mille ripensamenti e contraddizioni, il nostro poeta-filosofo resterà sino alla fine pervicacemente attaccato alla propria “inattualità”.
Citati non fa menzione esplicita di questo concetto nietzschiano, però vi allude molto spesso:
“Leopardi non conosceva i tempi e i luoghi moderni. Aveva vissuto in un grosso paese come Recanati: aveva abitato per qualche mese a Roma e per quasi due anni a Bologna, città avvolte dal tedio pontificio. Non leggeva i giornali e i romanzi francesi, che rivelavano la straripante, quasi mostruosa, vitalità di Parigi. Non avrebbe dunque dovuto comprendere il moderno: le sue idee, le sue tendenze, le sue passioni, la sua forza metamorfica. Ma, come dicono Timandro ed Eleandro, il suo cervello era “fuori di moda”. Questa era una delle sue grandi facoltà: non appartenere a nessuna epoca, né a quella presente né a quella passata; non viveva nel quarto secolo prima di Cristo né nel 1750 o nel 1826. Era a casa dappertutto e da nessuna parte. La sua radicale estraneità al tempo gli permise di comprendere il diciannovesimo e il ventesimo secolo, la società borghese e quella di massa. Se leggiamo lo Zibaldone, lampi ci richiamano di continuo alla memoria Nietzsche e Spengler, Adorno e David Riesman. Così Leopardi, il non moderno, ci sembra straordinariamente moderno, come se abitasse e guardasse e studiasse cosa avviene oggi” (pag. 298).
Oggi Giacomo continuerebbe a schierarsi fra i pensatori scettici e fuori moda. Chissà, forse direbbe che la categoria di “postmoderno” è poeticissima nella sua vaghezza (dato che può designare solo ciò che non è, non ciò che è) ed ha tutta la dolcezza delle illusioni – essendo la fine della modernità, indubbiamente assai auspicabile, rimandata ad un remoto futuro apocalittico, con buona pace del signor Fukuyama...
Il libro di Pietro Citati ha tanti pregi: ha il brio della biografia romanzata, la passione dello scrittore che s’identifica totalmente con la propria materia e l’erudizione del critico capace di rispettare le distanze.
Le pagine dedicate alla luna, in Leopardi e nella letteratura greca e latina, sono una chicca; i capitoli sullo Zibaldone e sulle Operette Morali andrebbero proposti (se non imposti) alle scuole superiori, per la loro chiarezza e bellezza…
Questo per me è un libro comprato assolutamente per caso (l’agosto scorso, passando per le Marche, ho visitato la meravigliosa biblioteca di Casa Leopardi… poi da brava turista non ho resistito di fronte al negozietto-libreria dall’altra parte della strada) e si è rivelato una lettura assolutamente avvincente.
Raccomandato a: chi cerca la sovversione del Canone all’interno del Canone.