Quella parte di vita che puoi cambiare, quel pezzo magari piccolo di destino che puoi spostare: la cultura è la condizione necessaria per autodeterminare la propria vita e per liberarla. Ma cosa accade quando tecnologie, linguaggi, modalità di creazione e di trasmissione cambiano così rapidamente e in profondità? Emergeranno forme di produzione e comunicazione della conoscenza e delle emozioni del tutto nuove. Dovremo avere un pensiero il più lungo e il più largo possibile. Lungo nel tempo, verso il futuro, e largo nello spazio, nell’apertura alle differenze e alle alterità.
Marino Sinibaldi (Roma, 1954) è un giornalista, critico letterario e conduttore radiofonico italiano. Ha condotto, alla RAI, le trasmissioni Antologia, Fine secolo, Note azzurre, Lampi, Senza rete, Supergiovani, Tema, e ha collaborato a La storia siamo noi. È stato vicedirettore di Radio3, nonché nel 1999 ideatore e conduttore della trasmissione Fahrenheit su Rai Radio 3. Nel 2009 è stato nominato direttore di Radio 3 dal Consiglio di amministrazione della Rai, carica che ha mantenuto per oltre dieci anni fino al 2021. Dall'8 gennaio 2020 è il nuovo presidente del Centro per il Libro e la Lettura.
Sono da sempre ammiratore ed ascoltatore di Radio3 Rai, emittente unica per qualità dei programmi e per l'idea di cultura che permane in ogni sua trasmissione. Ho quindi letto con piacere ed interesse questa intervista (meglio, dialogo) del suo direttore Marino Sinibaldi con Giorgio Zanchini. Ne risulta una visione interessante ed articolata dell'idea di cultura, società e politica - il pensiero di Sinibaldi è squisitamente egualitario e democratico, figlio dell'idea di partecipazione dei cittadini tutti alla cultura e alla società. La sua formazione politico-culturale è strettamente sessantottina e Sinibaldi non lo nasconde, anzi rivendica quella esperienza con decisione e con la convinzione che alcune sue istanze siano ancora valide - ma anche riconoscendo con lucida onestà intellettuale i suoi errori. Ecco, forse in questo l'analisi culturale in certi passaggi a volte scivola in un emotivismo ultra egualitario che corre il rischio di chiudersi in un idealismo inclusivista venato di nostalgia e la visione del presente risulta non sempre lucidissima: per esempio, troppo entusiasmo nelle capacità "democratiche" della Rete, con la perdita della mediazione culturale (legata a un discorso sul potere ormai desueto) e i rischi della diffusione incontrollata di false notizie; troppa fiducia nell'emancipazione del paese figlia del '68 (anche se riconosce con Zanchini che, in fondo, Berlusconi è un prodotto anche del '68 e del '77); troppo passatista l'idea di un'alleanza tra Cultura Alta e Cultura Popolare (quando entrambe, ai giorni nostri, in realtà non esistono più). Quindi, Sinibaldi eccelle nell'analisi del passato e nel dare alla cultura un ruolo importante (anche se non sono del tutto d'accordo nel calcare la mano sul pedagogismo e sull'emancipazione - si rischia di strumentalizzare la cultura per fini didattici e socio-politici), mentre manca un pò nella visione del presente e del futuro.
La retorica della cultura e specialmente la sottovariante della retorica dei libri, sono, per me, tra le più fastidiose in assoluto. Tanto fastidio davanti alla condizione che la cultura elevi, che i libri migliorino, che la lettura ci renda liberi, non derivano da una distanza assoluta da queste condizioni, ma dall'averle condivise tanto a lungo, dal conoscerne i limiti e dal non tollerarne più l'adesione incondizionata. Come si sa i peggiori nemici dei fumatori sono gli ex fumatori...
Sinibaldi, che di libri campa da sempre, parla proprio di questo: di libri e più in generale di cultura come strumento di riscatto sociale e di miglioramento del mondo. Ma conosce la portata delle sue affermazioni e ne sa circoscrivere i limiti. E' un progressista che sa bene che l'uomo torna alla polvere e che l'Universo si spegnerà nella morte entropica, che dunque tutto è vanità, i libri ancor di più, e che persino l'imperativo categorico che tutti ci sovrasta "citius, altius, fortius" è tanto relativo da non reggere neanche all'arco temporale di una singola vita umana.
La sua è dunque una convinzione debole, eppure sorprendentemente robusta, che preso atto di tutti i se e i ma resiste, corroborata dal piacere che dà la lettura di un buon libro. Nel raccontare questa posizione, irrorata dal progressismo più sano, quello che chiede al futuro di essere irragionevolmente almeno un millimetro più avanti del presente, spazia, con vera e profonda cultura, dai libri del Seicento all'ultimo Premio Strega, dalla radio ai tamburi africani, da Internet ai ricordi di infanzia. Indicandoci così, con autorevolezza, la strada tramite l'esempio.
Interessante come tutti i libri intervista Laterza. Avendo seguito l'autore per tanti anni in radio potevo anticipare alcuen sue risposte e soprattutto ne udivo la voce mentre leggevo. Questo ha aggiunto fascino all'interesse suscitato dalla sue opinioni. UN libro che si porta dietro contiuando a rifletterci sopra :)
Cos’è la cultura? E cosa vuol dire fare cultura? Non ho una definizione di cultura ma, se non altro per il lavoro che faccio, ho provato a trovarne una di cosa significa fare cultura. Per me vuol dire fare attenzione alle cose belle e intelligenti.