Edoardo Meucci insegna Storia in un liceo di Milano. È un uomo di quella sinistra che “ora non c’è più” (come direbbe lui), convinto antifascista, solitario, un po’ asociale, la sua vita sembra un cliché impolverato e triste, in cui il bellicoso fervore politico serve a mascherare anche la sua infelicità. Edoardo tratta male tutti e sta antipatico a estranei, studenti, bidelle e colleghi. Quando uno studente loda alcune “cose buone” del fascismo, Edoardo perde le staffe e lo sbatte fuori. I genitori minacciano di denunciarlo e il preside lo sospende, trovandogli un posto in una scuola elementare a Predappio, il paese di Mussolini. Qui, Edoardo non fa che replicare la stessa indole aggressiva, rivolgendosi ai bambini come fossero piccole camicie nere, facendoli piangere subito. Redarguito dalla Preside, si trova di fronte a un o cambia atteggiamento, lasciando la politica fuori dall’aula, o sarà radiato. La mattina successiva c’è un temporale; quando Edoardo corre a scuola, sbatte contro il collega Luigi proprio mentre un tuono fa tremare le finestre. Non sarà solo un tuono, bensì l’innesco di uno shock spazio-temporale che li catapulterà in quella stessa scuola, ma nel 1890. Tra gli studenti, ora, c’è proprio il piccolo Benito Mussolini. L’incontro con il duce è sconvolgente. Il piccolo Benito è un bullo, violento e anaffettivo. Tra Luigi, accanito anarco-insurrezionalista pronto all’azione, e la magica influenza di Editta, una giovane maestra che lotta contro un sistema maschilista, Edoardo sperimenterà il più atroce dei dubbi e la più rivoluzionaria delle far fuori il futuro dittatore, o provare invece a educarlo? Paolo Ruffini scrive un romanzo dalla forza gentile e sognante, una favola che attraversa la Storia per riconciliarci con un destino diverso, lasciandoci vedere cosa saremmo tutti se qualcuno ci esortasse a scegliere l’educazione all’amore non solo a scuola, ma nella vita.
Benito, presente di Paolo Ruffini ha a monte un'idea molto interessante: cosa succederebbe se un insegnante venisse catapultato a fare il maestro a Mussolini? Ecco, al professor Meucci accade proprio questo: per un salto temporale, si ritrova a fine Ottocento quando il futuro dittatore è un bambino, come tutti gli altri, che va alle elementari. La domanda verrà da sé: come poter cambiare l'anima di quel bambino già così inquieto all'età di sei anni?
Sebbene l'idea narrativa sia molto interessante (non originale perché ci sono stati altri tentativi in questo senso), complice un linguaggio basilare e ripetitivo (l'antifascismo di Meucci è ripetuto all'inverosimile tanto da arrivare ad annoiare) e qualche "peccatuccio" narrativo, "Benito, presente" è una lettura che non mi ha convinta ed è un peccato perché poteva essere un testo molto interessante non fosse altro per approfondire il ruolo del passato che, ancora oggi, non è ben chiaro.
Direi proprio di no. “Benito, presente!” è il tentativo, maldestro seppur simpatico, di quella favola ucronica che tutti saremmo curiosi di leggere…ritornare indietro nel temo, conoscere il vero Benito Mussolini, da bambino, e tentare di inculcargli idee diverse per realizzare un futuro migliore….A chi non piacerebbe? In questa situazione viene a trovarsi Edoardo, strambo docente di italiano in un liceo dei giorni nostri e fervente comunista: quando, con le sue trovate politiche esagera un po’ troppo, il preside del suo liceo decide di spedirlo in una scuola elementare di Predappio, paese nativo del duce. Ma qui accade un bizzarro incidente: durante un temporale, Edoardo si ritrova catapultato nella Predappio di fine 1800 e tra gli alunni della sua classe c'è proprio lui, Benito. L’idea che sta alla base del libro mi ha incuriosita fino a rischiare l’acquisto ma devo ammettere che, ahimè, quella che poteva rivelarsi una storia interessante, si è risolta una narrazione superficiale, che nulla ha dato in termine di risvolti e profondità di contenuti. Il Benito junior è prevedibilmente descritto come un ragazzino non educato, rissoso e privo di amore ed Edoardo dimostrerà un prevedibile (e troppo repentino nonchè poco “studiato”) cambiamento di pensiero nei suoi confronti, trasformandosi da comunista fanatico e incattivito col mondo a uomo dolce, dispensatore di frasi fatte e innamorato della vita (e di una maestra conosciuta nella scuola di Predappio). Insomma….no. Non so quale fosse l’obiettivo di Paolo Ruffini, ma se avesse scritto un libro più serio ne sarebbe riuscito un lavoro interessante. Invece si cerca troppo spesso la risata e il risultato finale è imbarazzante.
💔 Benito, presente! 💔 (Non sono arrivata alla fine)
Questo è un romanzo scritto da Paolo Ruffini, un personaggio della televisione italiana. Mi è stato regalato. Quando mi capita tra le mani un libro scritto da personaggi dello spettacolo (o dei social) parto piuttosto scettica, ma la trama mi ha incuriosita molto. Purtroppo è stato un disastro colossale! Dall'inizio ho notato che lo stile di scrittura non era nelle mie corde. Le pagine pullulano di dettagli inutili, la narrazione è troppo lenta e al tempo stesso risulta piuttosto infantile, nonostante di tanto in tanto spuntino paroloni sofisticati (e non necessari). Il professor Meucci è il personaggio più odioso che io abbia mai incontrato in tutta la mia carriera di lettrice. Il perfetto stereotipo di ciò che di sbagliato c'è nella nostra società: un uomo che se la prende con i giovani che usano troppo i cellulari quando lui stesso risulta incapace di connettersi col suo prossimo nonostante abbia un vecchio nokia.
Dal libro:
“Ai miei tempi, da ragazzo, sognavo di essere un grande attore come Vittorio Gassman; oggi sognano di diventare influencer. A parte che influenzare le persone può diventare manipolazione e poi plagio, ed è un reato punibile da 5 a 15 anni”.
Meucci risulta sempre più insopportabile. Ora. Io non penso affatto che un personaggio debba essere piacevole, anzi. Tramite i personaggi negativi si possono avere delle esperienze di lettura emozionanti. MA quando si scrive di un personaggio negativo, lo si dovrebbe fare con intelligenza. Prima di tutto, il libro dovrebbe essere scritto bene e non è questo il caso. Sembra solo un libro-scherzo dove però non c'è niente da scherzare visto che mi stai parlando di un professore che commenta il seno di una studentessa, probabilmente una studentessa minorenne visto che siamo al liceo e se non sbaglio la classe è una terza. Non fa ridere, se vuoi parlarmi di un personaggio sbagliato lo devi fare con intelligenza e accompagnare certi dialoghi con una narrazione attenta.
Dal libro:
Meucci: “Ce la fa a capire o ha bisogno di essere coadiuvata dall’insegnante di sostegno?”
Non ho trovato un pregio in tutti questi capitoli. Non ho trovato un senso. Hai scritto il libro perché pensi di essere uno scrittore? Hai ancora tanta strada da fare, Ruffini! Hai scritto il libro per passare un messaggio? Non ci sei riuscito. Narrazione troppo infantile, poco curata. Hai scritto il libro per far ridere? Non rido per niente davanti a ingiustizie sui minorenni, ritenta!
🐱 In conclusione: Meucci è il professore che nessuno vorrebbe e questo libro è la lettura che nessuno dovrebbe fare.
This entire review has been hidden because of spoilers.
Paolo Ruffini approaches a dark and painful historical moment with a light, respectful touch, never forcing emotions, never shouting. His writing is calm, measured, and humane, even when describing fear, indoctrination, and loss of innocence.
Ruffini is gentle with his characters, especially the children, allowing their confusion and vulnerability to speak for itself. This softness makes the story even more powerful: the brutality of the ideology emerges naturally, in contrast with the tenderness of the narrative voice. Nothing feels exaggerated or accusatory; instead, the reader is invited to observe, understand, and reflect.
This gentleness is not weakness, it is strength. It shows great literary maturity and moral intelligence. By choosing empathy over anger, Ruffini makes the novel accessible, deeply moving, and unforgettable.
Sono straordinariamente colpita da questo libro. Appena letta la sinossi ero sicura che l'avrei amato, poi guardo l'autore e il mio piccolo mondo pieno di pregiudizi ha dichiarato la disfatta. I primi capitoli sono stati un po'pesanti, un po'perché ero reticente io, un po'perché uno dei protagonisti è veramente indigesto. Mano a mano che sono andata avanti la storia ha cominciato a macinare meglio e mi è piaciuto sempre di più. Anche il finale, non proprio inaspettato, mi è sembrata la degna chiusura del cerchio.
Una cosa che non amo troppo è l'uso di frasette da diario/storia IG che puntellano il libro. Avete presente i libri di Fabio Volo? Ecco, una cosa simile. Però la storia è carina, per cui ci son passata sopra.
Ho trovato questo libro leggero e comprensibile a tutti, molto riflessivo a tratti ironicamente realistico. Mi è piaciuto molto e la lettura è stata molto piacevole, Paolo Ruffini è riuscito a raccontare una verità storica di un bambino mischiandoci un po' di fantasia e filosofia della vita. Il finale (non ve lo spoilero tranquilli) mi ha spiazzato, non me lo aspettavo.. mi ha lasciato un po' quel dolce-amaro. Però ve lo consiglio assolutamente!
Libro letto nel giro di quattro giorni. Divertente e scorrevole, fa riflettere su alcune tematiche importanti legate al mondo della pedagogia e, più alla lontana, della scuola. Consigliatissimo e con finale inaspettato
Cosa accadrebbe se un professore di sinistra si ritrovasse nel passato e a Predappio, come maestro del piccolo Mussolini? Una lettura scorrevole e a tratti divertente. La domanda finale che mi sono posta è : L'amore può vincere davvero su tutto? oppure l'animo umano ha una natura immutevole?
2,5 Lettura piacevolissima e pop che però non fa quel salto di qualità in più né nella trama che nei personaggi o nei temi trattati. Ho trovato il tutto un po confuso.
Ho iniziato “Benito, presente!” di Paolo Ruffini con grandi speranze, affascinata dall’idea di base: Edoardo, un maestro dei giorni nostri, viene catapultato nel 1890 e si ritrova ad insegnare in una classe dove, tra i vari alunni, c’è n’è uno particolare: Benito Mussolini di anni sette. Prende quindi avvio un racconto che ruota intorno ad una domanda potente: “Se il duce fosse stato educato in modo diverso, avrebbe comunque fatto ciò che ha fatto?”. Un punto di partenza stimolante, profondo, capace di far riflettere su quanto l’educazione possa influenzare il destino di una persona e, come in questo caso, quello di tanti altri. Purtroppo, però, le aspettative non sono state del tutto soddisfatte: la storia, sebbene promettente, non si sviluppa a dovere, la scrittura risulta a tratti banale e confusa, e il finale lascia un senso di incompiutezza. Stimo molto Ruffini come comico e ancor di più come regista. Sul piano narrativo invece, credo che debba ancora crescere.
Maldestramente parlo di libri sul web, in modo terribile sui social: la presunzione di diventare una BookTok icon è scarsissima, altissima invece la consapevolezza di essere una BookTok victim. Il complesso è quello che affligge i lettori onnivori contemporanei, vale a dire una lista di libri che a ogni scroll lievita: in barba a ogni priorità della suddetta lista, per colpa di un reel mi sono catapultato in libreria per avere Benito, presente! di Paolo Ruffini tra le mani. Era molto tempo che non leggevo un libro di fresca pubblicazione (febbraio 2025) e allo stesso tempo che non ne divoravo uno in due giorni scarsi; gli ingredienti segreti di questa buona riuscita stanno nella sua struttura teatrale, nell’ironia dei dialoghi e in un paradosso difficile persino da scrivere: provare empatia per il Duce, che ancora dittatore non è. Se qualche algoritmo non dovesse comprendere questa frase perché la sua soglia di attenzione si ferma al primo paragrafo di un articolo, spero che quella di chi leggerà andrà oltre per capire il perchè di questo paradosso.