Ivan Boscolo è un uomo di mezza età, separato, ipocondriaco, dedito all’alcol e alla nostalgia, ansioso e pessimista nei confronti del futuro. Ha un rapporto apprensivo, ma al tempo stesso di scarsa autorevolezza, con la figlia Micol, adolescente fin troppo sensibile. Le sue paure raggiungono l’apice quando scopre che la ragazza parteciperà a un rave immenso, nel centro di Milano, al quale sono attese centinaia di migliaia di giovani da tutta Europa. L’evento ben presto si trasforma in una insana mania, scatenata da una trance che sembra colpire solo le persone con meno di trent’anni, portandole a ballare fino allo sfinimento, senza fermarsi mai. Alla confusione causata da queste danze irrefrenabili si sommano i tumulti provocati da facinorosi e delinquenti che pensano di approfittare del disordine per seminare ancor più il panico tra le strade e la risposta violenta della polizia che finisce per peggiorare la situazione. Ma Ivan, recuperando energie che pensava perdute, è pronto a tutto pur di salvare Micol, anche a riallacciare i rapporti con l’ex moglie, con la quale parte alla ricerca della figlia in una Milano folle e pericolosa. E tutti danzarono è una fiaba oscura, dai contorni sinistri quanto ipnotici. Un allucinato viaggio fino al termine della notte nel quale Alessandro Bertante raggiunge la sua maturità d’autore, dando vita a una storia potente e visionaria, un romanzo magmatico che ci pone di fronte alle nostre angosce più profonde – la perdita di qualcuno a noi caro, il suo dolore – ma anche al coraggio che serve per affrontarle e combatterle.
Più che una fiaba oscura, come recita la sinossi del libro, sembra una distopia reale, un futuro da incubo nella realtà in cui siamo già immersi. In una Milano estiva invivibile, come tutti gli altri luoghi d’altronde, tra cielo bianco, afa, temperature roventi che non lasciano scampo, un rave organizzato in centro città e sponsorizzato dal sindaco richiama migliaia di giovani che, inspiegabilmente, cadono in una sorta di trance continuando a ballare fino all’esaurimento fisico. Solo i più giovani sono contagiati, forse perché più fragili, senza prospettive, senza un futuro e senza gli strumenti o la volontà per costruirselo, senza un sogno o un’utopia da inseguire. A differenza dei giovani della generazione dei loro padri (ma quanti?), che in parte sì sono misurati con l’idea della rivolta e del cambiamento prima di rientrare negli agi della società borghese o di finire nei rivoli della lotta armata. È una storia di crisi profonda e di caduta che mi sembra irreversibile, crisi ambientale, umana, sociale, politica, valoriale, un libro che fa pensare, per come è costruito, forse più chi ha la mia età che non i più giovani.
Esistono romanzi che raccontano la realtà, romanzi che la deformano e romanzi che la anticipano. E tutti danzarono di Alessandro Bertante è qualcosa di ancora più inquietante: non è una previsione né una metafora, ma una radiografia crudele e febbricitante della nostra fine. L’autore ci trascina dentro un’apocalisse silenziosa e senza redenzione, una fine del mondo che non esplode, non brucia, non distrugge, ma dilaga nei corpi e nelle menti come una malattia senza nome. Ivan Boscolo è un protagonista fragile, insicuro, distrutto dalla vita ancor prima che tutto crolli. L’unico legame autentico che gli resta è Micol, ma anche con lei c’è un abisso generazionale che non riesce a colmare. È un romanzo apocalittico senza apocalisse perché preannuncia la fine della comunicazione. Gli adulti non capiscono i giovani. I giovani non parlano più, non ascoltano, non si fermano. Non c’è più linguaggio. Solo movimento. E la società si sgretola perché la politica è impotente, la religione chiude le porte ai bisognosi, l’università non ha più risposte, la famiglia è irrimediabilmente spezzata. Ciò che fa male più di tutto è la violenza che emerge e che è figlia dell’indifferenza. Non lascia cadaveri dietro di sé perché il senso di sospensione è fatto di lacrime che cadono da occhi che nessuno vede piangere. A nessuno importa. E tutti danzarono è un romanzo che non spiega, non consola, non rassicura. L’autore ci costringe a guardare un futuro che è già qui. Un romanzo di silenzio. Un romanzo che fa paura perché è più reale della realtà. Leggerlo è come svegliarsi in un mondo che non riconosci più. E renderti conto che non puoi più fermare il ritmo. Perché quel ritmo è invisibile. Non lo puoi acciuffare per i capelli, non lo puoi sottomettere, non lo puoi uccidere. Se il ritmo è dentro di te, allora sei finito. Se è fuori di te, sei finito lo stesso. Forse.
Un padre che cerca la figlia per Milano. Una città invasa da giovani invasati. Un rave party che si trasforma in una follia condivisa alla quale nessuno ha risposta. Sono queste le premesse, le chiavi di lettura dell’ultimo romanzo di Alessandro Bertante. Un romanzo realistico eppure con questa vena mistica, distopico ma reale. Il protagonista, Ivan, ci porta in un viaggio che è, da un lato, fisico: si sposta nel caldo impressionante di Milano alla ricerca di una figlia scomparsa, trasformata dal rave, mentre solo le forze forze armate (dello Stato, degli Anarchici e delle periferie) osano scendere in strada; e, dall’altro, personale: Ivan ritrova e riscopre un lato di sé forse abbandonato, fa i conti con la perdita del padre e con il futuro che sta diventando presente.
E tutti danzarono colpisce per lo stile e per le parole con le quali Bertante racconta immagini che già di per sé sono forti. Scene crude, inevitabili, che danno un riscontro della società. Così come certe scene sono politiche, e ben vengano: la polizia e l’esercito in tenuta antisommossa che aggrediscono giovani inermi, non manifestanti bensì manifestazione di uno scollamento, di una rottura e una mania. Quella stessa mania, o forse soltanto simile, che storicamente possiamo ricondurre ai fatti di Strasburgo del ‘500.
Non so se mi abbia colpito più il romanzo o l’autore, ascoltato durante una presentazione. E per questo lascio qua una definizione che lo stesso scrittore ha dato alla sua opera: “realismo estremizzato, realismo impossibile”. Jo
È stata la copertina di E tutti danzarono a catturare la mia attenzione: è un dipinto di Pieter Brueghel il Giovane in cui gli abitanti di un villaggio rurale fiammingo danzano attorno all'albero della cuccagna in un momento di festa. La scena è dinamica e molto affollata, a ben guardare un po' claustrofobica e carica di tensione: i volti dei contadini non sorridono, i loro movimenti non trasmettono la gioia del ballo. Si dice che il pittore si sia ispirato ad un fatto storico curioso: il ballo di Strasburgo, una epidemia di danza durante la quale, nel 1518, decine di persone iniziarono a ballare per giorni per le vie della città senza apparente motivo, fino a cadere per sfinimento e addirittura morire. Le fonti antiche parlano di intossicazione da segale cornuta o di isteria collettiva, ma sono inquinate e il fatto resta senza spiegazione.
Nel romanzo di Alessandro Bertante non siamo nella Strasburgo del 1500: ci troviamo nella odierna Milano e l'inquietudine del dipinto di Brueghel il Giovane diventa angoscia quando l'immenso rave organizzato dal sindaco nel centro della città si trasforma in mania insana e una trance collettiva costringe ragazze e ragazzi a ballare senza sosta, senza toccarsi, senza parlare, corpi senza cervello, dai movimenti meccanici, solo un po' rallentati dal caldo torrido dell'estate milanese e dalla stanchezza. Sono corpi che danzano fino a perdersi, massa incontrollata, priva di volontà, restituita ad una dimensione puramente biologica fatta di sangue, pelle, muscoli. Danzano agitandosi, in un movimento dagli echi dionisiaci che non ha nulla di metafisico, né aspira all'assoluto: è un ballo senza dio, che non salva. Rompe gli schemi sociali e precipita nello sgomento gli adulti: genitori e istituzioni aprono gli occhi a quella gioventù impaurita e fragile, sofferente di un malessere tanto incomprensibile da sembrare stregoneria.
"Quegli spettri argentei che danzavano avvolti dalla luce lunare erano i nostri figli. E li abbiamo lasciati soli".
Un futuro distopico che l'autore considera già realtà, un punto di vista che non può certo dirsi ottimistico.
"Non so se riusciremo ancora a raccontarlo" il nuovo mondo che si palesa minaccioso - si chiede sul finale Ivan, il protagonista: io credo di si, fin tanto che continueremo a porci la domanda.
Ivan Boscolo è un professore universitario. Padre di un’adolescente, divorziato, dipendente dall’alcol e dagli psicofarmaci. Rimpiange il suo passato denso di avventure varie, e guarda la realtà con occhi ormai disincantati. L’alcol gli fornisce quello che lui considera uno “stordimento necessario” per affrontare le giornate di un presente che non riesce ad accettare: insomma, lui stesso non manca di definirsi un “povero coglione”. La sua Milano vive un’esperienza senza precedenti: il sindaco ha deciso di ospitare un rave eccezionale, che attira in città ragazzi da ogni parte d’Italia e d’Europa. La festa però si trasforma rapidamente in una tragedia: centinaia di migliaia di giovani in preda ad una smania implacabile, indifferenti ad ogni stimolo e invasati totalmente in un ballo ininterrotto. Le forze dell’ordine non sanno come comportarsi, i ragazzi ballano fino allo stremo delle forze, e gli ospedali si riempiono in un lampo. Come in ogni “disgrazia cittadina” c’è chi ne approfitta per commettere reati di ogni tipo: rapine, atti vandalici, stupri, perfino numerosi gruppi di giovani anarchici iniziano a prendere di mira gli edifici pubblici e i poliziotti con molotov e armi di vario genere (a proposito, perché loro non sono vittime dell’ipnosi collettiva?). Tra i giovani danzanti si trova anche la nostra Micol, il motore degli eventi (seppur indirettamente) della storia. Ivan è pronto a tutto pur di trovarla e portarla al sicuro, anche a riallacciare i rapporti con Francesca, la sua ex moglie che ha deciso di lasciarlo tempo prima, per seguire solo le sue regole e non dover scendere a compromessi con nessuno. I due intraprendono una disperata ricerca dentro Parco Sempione, il centro del rave, che lì porterà a trovare la povera Micol: stremata, con i vestiti logori e sudati, ma viva, e tanto basta per concludere la storia e lasciarci sereni.
Il corso degli eventi è piuttosto lento, eppure alla fine avresti gradito qualche altra decina di pagine. La mente di Ivan viaggia costantemente tra passato e presente, e non manca di sottolineare il suo sconforto nei confronti delle future generazioni. Eppure è evidente che l’intento della storia non sia screditare i giovani e il loro animo “suscettibile” (solo i ragazzi subiscono l’influenza della “piaga del ballo”, mentre gli adulti sono immuni), anche perché, se così fosse, nessuno avrebbe voglia di leggerla. Io credo che il messaggio stia proprio nel ballo, e precisamente nell’esclusivo coinvolgimento degli adolescenti. D’altronde è proprio una delle ipotesi che Ivan formula, discutendo della situazione con un altro professore: il ballo è una reazione spasmodica alle tensioni che si sono gradualmente accumulate nell’animo dei ragazzi. L’insicurezza, il futuro quanto mai incerto, la mancanza di autostima e fiducia nei propri mezzi, e tutte le angosce che ogni giorno ci prendono alla gola. Milano diventa allegoria del presente assillante e problematico, e i ragazzi, incapaci di affrontare delle difficoltà ben più grandi di loro, si lasciano andare ad un ballo isterico, animale, che non ha niente a che fare con ogni tipo di divertimento o arte: è un ballo senza musica, senza ritmo, senza sorrisi. E’ un grido d’aiuto. Non a caso Ivan (e ogni altro adulto in città) non riesce a comprendere l’origine della piaga: i suoi occhi sono quelli della generazione nata nel boom economico, cresciuta in un presente florido, rivolta ad un futuro ancor più roseo e solido; la generazione che ha prodotto e poi consumato e poi presentato le conseguenze delle proprie azioni scriteriate. L’invito di A.Bertante è rivolto soprattutto a loro, affinché riflettano sulle proprie azioni e sul presente che ci circonda, e si comportino come Ivan: consapevole dei propri errori e delle proprie mancanze, ma pronto a tutto pur di aiutare, e soprattutto di comprendere i ragazzi.
Se posso permettere una critica, non ho apprezzato gli stereotipi fin troppo accentuati talvolta presenti in alcuni punti: i giovani che arrivano per partecipare al rave hanno tutti i capelli colorati o rasati in modo impreciso, e tutti hanno piercing e tatuaggi sul corpo (ho apprezzato invece il coinvolgimento di Micol nella stessa sorte, nonostante sia la figlia di una coppia colta e con un buon tenore di vita). Allo stesso modo si assomigliano tutti i ragazzi che sfuggono all’ipnosi e approfittano della tragedia per commettere reati: origine perlopiù maghrebina o africana, abbigliamento classico della figura del “maranza”, fin troppo stereotipato e banale.
In conclusione, la lettura è stata rapida e piacevole, il messaggio si fa capire e l’immagine trasmessa è parecchio significativa. A tratti “E tutti danzarono” è un “romanzo di formazione per adulti”, per tutte quelle persone che pensano di essere già formate, come Ivan, e credono di aver già vissuto tutte le loro esperienze e che il mondo non abbia nient’altro da insegnare. Magari il ballo non vi ha colpito, ma potrebbe colpire i vostri figli.