Incarcerato per un crimine che verrà rivelato solo alla fine dell’ultimo minuto, nella sua cella solitaria, João decide di raccontare la storia della propria vita a un seminarista. Ex allenatore di calcio, convive con il senso di colpa per aver abbandonato il figlio e non essere riuscito ad amarlo, data la sua assoluta incapacità come giocatore. Per porre rimedio alle proprie mancanze, decide di inserirlo nella formazione, eliminando un talentuoso centravanti. Ma nel match decisivo compie finalmente una scelta più corretta… prima che scorra il sangue. Attraverso il monologo “virulento” di un uomo disperato, che considera il calcio come il “vero teatro dell’esistenza”, Marcelo Backes scrive un romanzo che diventa una lunga meditazione sull’amore e sulla perdita della memoria e dell’identità con l’avanzare degli anni, diventando il ritratto sorprendente di una generazione che fatica ad adattarsi ai tempi di un Paese in rapido cambiamento. La partita dell'esistenza si gioca tutta all'ultimo minuto.
Il calcio non è affatto l’argomento principale di questo romanzo. Diciamo più il pretesto narrativo che lega la storia. Una storia che è una storia di migrazioni, povertà, calcio, violenza, amore e bellezza, tra l’altro. Una storia che inizia bene, con tutti i buoni motivi del caso. Eppure. Eppure a un certo punto mi sono persa. Temo sia stato per colpa delle continue digressioni narrative dell’autore. Cambio di tempo, cambio di scena, di protagonista, di punto di vista, di narrazione. Citazione alla Gadda: uno gnommero. Quando la storia diventa uno gnommero - anzi, la si fa diventare, perché è un’azione voluta da parte dell’autore scrivere in questo modo, mica capita - o poi si ha talmente maestria ed equilibrio da recuperarla da qualche parte, o il rischio è che il lettore si perda. Io ho imboccato la seconda strada, e da quel momento in poi la lettura è stata prima una tortura, poi un dovere. Mi è risultato davvero pesante, con tutto che non sono 500 pagine di opera. Così a un certo punto ho inserito la lettura meccanica e sono arrivata alla fine. Credo di essermi scordata buona parte del romanzo poco dopo averlo chiuso. Avevo aspettative sul libro, disattese. Peccato.
A história é muito interessante, mas os longos e contínuos desvios do autor ao longo do texto, em digressões que pouco acrescentam, tornam o texto mais pesado e menos fluido.
É muito doloroso pra mim colocar o comovente capítulo sobre o pai do narrador à parte, não para elogiar suas qualidades mas para ressaltar uma falha do livro, só que não me parece muito justificável a escolha do Backes de contar grande parte dessa história com esse narrador insosso, e não trazer à tona a primeira pessoa de João Vermelho, como fez nos capítulos finais. Talvez tenha sido o receio de que os lugares-comuns (tão divertidos!) incorporados à linguagem do técnico soassem banais quando não passassem pela mediação crítica do padre, ou que o repertório desse leitor de vestiário de Dostoiévski não parecesse convincente, por essa mesma razão. É uma pena que o romance comece tão "na retranca" e que embole tanto o meio de campo na metade do segundo tempo. Saltei da cadeira em muitos momentos do jogo, mas em alguns não foi pra festejar o espetáculo, mas pra gritar pelo time.
BACKES, Marcelo. O último minuto. 1 ed. São Paulo: Companhia das Letras, 2013.
Nunca ouvira falar do autor e só sabia que o futebol permeava a narrativa deste lançamento. Após tanto perguntar-me por que raios ninguém no Brasil fez como Philip Roth em "The Great American Novel", resolvi arriscar (220 páginas apenas) e se dei bem. Perfil impagável do boleiro do Rio Grande do Sul, literatura russa, Nelson Rodrigues e divagações do futebol de ontem e principalmente do de hoje, recomendo aos amigóns que sintam a poesia metafísica que vemos entre as duas metas.
le pagine dedicate al calcio non sono poi né tante né quelle che contano davvero in questa storia. Il calcio è visto come "vero teatro dell'esistenza", ed è quest'ultima che la storia vuole indagare. http://www.anobii.com/piegodilibri/books