Che cosa accomuna i protagonisti di questo libro, gli scrittori David Foster Wallace, Cesare Pavese e Virginia Woolf, il pittore Mark Rothko, la fotografa Francesca Woodman, l’attrice Marilyn Monroe? Sono, insieme ad altri artisti che il lettore incontrerà, donne e uomini che hanno scelto di concludere la loro esistenza volontariamente e il cui suicidio, ancora oggi, provoca una particolare risonanza emotiva, ponendo un sigillo di verità alla propria opera. Sono donne e uomini che con i loro libri, quadri, film, brani musicali, ci hanno regalato un’idea e una forma nuove di bellezza, un modo divergente di abitare il mondo. Eppure noi che ne beneficiamo, spesso ignoriamo il costo di un tale dono, il baratro di dolore e solitudine che esso implica. I brevi ritratti qui raccolti, realizzati sempre di scorcio, da una prospettiva a volte insolita, sono un tentativo di interrogare questo baratro, per scoprire che riguarda anche la vita di tutti noi, con i suoi pieni e i suoi vuoti, le luci e le ombre, gli azzardi e le perdite.
• Fabrizio Coscia, nel suo Suicidi imperfetti, si muove su un terreno sdrucciolevole: il suicidio come atto mancato, imperfetto non perché non realizzato, ma perché, paradossalmente, più che annientare la vita la compie, la esalta, la rende assoluta nella sua radicale negazione.
• Un ossimoro che attraversa la letteratura, la filosofia e l’arte, e che l’autore indaga con uno sguardo che non è mai meramente esegetico, ma profondamente partecipe, personale, quasi in un dialogo intimo con gli autori e le figure evocate.
• Il libro si compone di una serie di ritratti di scrittori, artisti e pensatori che hanno avuto con il suicidio un rapporto problematico, non sempre lineare, spesso più simbolico che reale. Pavese, Virginia Woolf, Mishima, David Foster Wallace, Marilyn Monroe e altri ancora: tutti accomunati da un’ossessione per il limite, per il confine tra essere e nulla, per il gesto estremo come possibilità di un riscatto o di una rivolta.
• La scrittura è colta, eppure mai accademica o sterile. Il libro non è una rassegna di casi clinici né un’indagine psicologica sui suicidi celebri, ma una riflessione sulla scrittura e sull’arte come forme di resistenza e, al contempo, di consunzione. Si riesce a viverla, a sentirla, leggendo.
• Uno degli aspetti più interessanti del saggio è la sua capacità di non cadere mai nella retorica del suicidio come destino inevitabile del genio maledetto. Coscia mostra piuttosto come il suicidio, nella sua imperfezione, sia spesso un tentativo estremo di dire qualcosa, di compiere un atto che si iscrive nella storia dell’arte e della letteratura come segno indelebile. Il gesto non è mai puro annientamento, ma una forma di testimonianza, un grido che rimane.
• Tra saggio critico e meditazione personale, tra ricerca letteraria e indagine filosofica, tra inquietudine e consapevolezza che la letteratura, forse, è proprio il luogo dove la morte trova la sua più grande sconfitta.