Un classico contemporaneo
Un romanzo del 1976 che inizia in qualche modo a tracciare la strada a tutti quei romanzi in cui l’idea del serial killer viene usata, e più spesso abusata. Qui abbiamo a che fare con una cittadina, Bloodstone (nomen omen) nella parte montuosa dello stato di New York, sconvolta da un serial killer che uccide donne sole. La narrazione ci viene proposta seguendo le parallele vicende di alcuni personaggi: Il poliziotto locale. L’agente della polizia di stato. Un ex attore, poi ex giocatore d’azzardo professionista, ora alcolizzato. Uno scrittore locale appassionato di fumetti e col sogno nel cassetto di diventare famoso scrivendo un libro sul mostro. Una giornalista di città, nativa di qui, e uno psichiatra. Le loro vicende si incrociano, fra sospetti che toccano il lettore fin da subito, e un finale incredibile, che (come piace a me) si rivela letteralmente all’ultima riga.
La narrazione è estremamente avvincente, con un ritmo incalzante e rapido passaggio da una all’altra delle vicende. Vicende che si intrecciano presto fra loro, i personaggi si incontrano e iniziano i sospetti incrociati. Fin da subito lo psichiatra enuncia una teoria secondo la quale il colpevole potrebbe avere una grave forma di schizofrenia, talmente forte da fargli dimenticare di aver compiuto gli omicidi una volta esaurito il raptus del quale diventa preda quando uccide. Questo di fatto permette di estendere il novero dei sospettati a tutti i protagonisti.
La storia è narrata in modo molto asciutto e con poche divagazioni, a differenza dei non sempre riusciti epigoni del genere, per cui si legge molto agevolmente, e la tensione è tale che si divorano letteralmente le pagine in attesa di scoprire la validità delle ipotesi che via via si affacciano alla mente del lettore. Il finale è spiazzante, non tanto per l’identità dell’omicida ma per il modo con cui viene presentata. Per me che non amo le spiegazioni troppo prolisse su chi e come, il finale perfetto.