Un detectiv caruia i se spune Vicele si care sufera de o boala grava ancheteaza moartea unui avocat. Firul conducator este un biletel de amenintare schimbat intre avocat si magnatul Aurispa in timpul unui banchet. Intriga se complica cand in scena isi face aparitia o grupare misterioasa, Fiii lui optzeci si noua, distribuita grabnic de catre seful Vicelui in rolul de suspect. Pe masura ce ancheta isi urmeaza cursul, Vicele revine aproape obsesiv la o gravura de Drer, Cavalerul, moartea si diavolul, pe care a carat-o dupa el din birou in birou, de parca acea gravura ar contine cheia cu care ar putea descifra ce se intampla in jurul lui. Atata doar ca lumea pare ca se poate lipsi, de-acum, de Diavol.
Questo libro è circondato da un'aura di stanchezza e di ineluttabilità tale che l’accostamento in copertina all'omonima incisione di Dürer, con quell’arrancare implacabile, è più che perfetto. Lo stile è essenziale come non mai, nel duplice senso di minimale e indispensabile: non c’è una riga che possa essere letta con approssimazione e persino le numerose divagazioni letterarie avvicinano più che allontanare. Ho letto molti romanzi di Sciascia (quasi tutti) e questo è decisamente il mio preferito. Lo avevo già letto un paio di anni fa e nonostante la sua ermeticità mi aveva lasciato un’impressione tanto forte da ripromettermi di prenderlo nuovamente in mano. Sono contento di averlo fatto, soprattutto per aver scoperto che era stato Sciascia stesso a suggerirmelo già allora, senza che io lo ricordassi: «Lei legge molto, vero?… Io non molto, e trovo ormai più gusto nel rileggere: si scoprono cose che alla prima lettura non c’erano… Voglio dire: non c’erano per me… E sa che cosa sto rileggendo? Le anime morte: tutto pieno di tante cose che non c’erano; e chi sa quante altre ne scoprirei tornando a leggerlo tra vent’anni […]».
Sciascia è diverso da ogni altro scrittore, non è mai facile, è spesso oscuro, è pessimista ma anche ironico, insomma esci da un suo libro soddisfatto e pensieroso. Soprattutto da questo, che sembra una biografia: il Vice è gravemente malato, sta morendo, come Sciascia, intorno a lui c’è un’aria di ineluttabilità che non riguarda solo lui, riguarda il mondo che lo circonda, la morte non è questione personale ma è questione sociale: l’indagine di polizia per l’assassinio di Sandoz è un pretesto per parlare di altro, dei poteri occulti che tengono le fila di quanto accade ma restano impuniti, della giustizia e dei suoi uomini che cercano la verità ma non ne hanno la forza, sono come il diavolo nel quadro di Durer, un povero diavolo stanco trascinato col suo cavallo anche lui malconcio da un cavaliere lancia in resta, che potrebbe essere la morte stessa mascherata. Dolore e morte sono presenze costanti, non solo nel libro.
Sciascia mi lascia sempre senza parole, ma con una serie di sollecitazioni a cui seguono infinite riflessioni. Sarà per quella sua capacità di descrizioni sintetiche perfette: La mattinata era di vitrea luminosità, gelida; e di gelidi aculei nelle ossa, nelle giunture.
O per quell'abilità nel delineare con poche pennellate personaggi che escono dalle pagine: Aveva un volto intelligente, bellissimi occhi in cui sembrava vagare una luce ironica e divertita. Tutt'altro che brutta...e chi la diceva tale evidentemente aveva della bellezza femminile un gusto poco sottile, da acquirente che non vuole essere frodato sul peso. La signora Zorni, davvero bella. Fino all'insipida perfezione. E di una loquacità che a quella perfezione si accordava:...divagante nei più celesti e irraggiungibili cieli della stupidità.
Con la sua ironia beffarda e irresistibile: ...gli aveva fatto intendere che a quel consiglio era stato consigliato da quel servizio, in altro paese e in altro tempo definito intelligente.
E la visione politica da veggente: Si può sospettare dunque che esista una segreta carta costituzionale che al primo articolo reciti: la sicurezza del potere si finda sull'insicurezza dei cittadini
O la capaiità tutta sua di demolire una intera categoria con poche stupende parole: Era il Grande Giornalista: dai suoi articoli cui settimanalemnte i moralisti di nessuna morale si abbeveravano, gli era venuta fama di duro, di implacabile, fama che molto serviva ad alzarne il prezzo, per chi si trovava nella necessità di comprare disattenzioni e silenzi
e l'analisi acuta sul tempo che verrà: si soffermava a seguire i loro giochi (dei bambini ndr) a sentire quel che si dicevano. Erano ancora capaci di gioia, di fantasia, ma li aspettava una scuola senza gioia, e senza fantasia,, la televisione, il computer, l'automobile da casa a scuola e da scuola a casa, il cibo ricco ma dall'indifferenziato sapore di carta assorbente
e vi tralascio, volutamente, tutte le piccole ma meravigliose perle che il funzionario di polizia inanella sulla morte che ormai lo segue dappresso e lo ghermisce, lasciandogli il rancore di stare per morire e l'invidia per coloro che restavano...
Un'opera come sempre su più piani di lettura, com'è consueto con Sciascia, ma di una dolcezza che raramente ho trovato in lui. Una meraviglia.
La Memoria … Sciascia scrive questo libro nel 1988, un anno prima della morte. Scrive di assassinii, di indagini della polizia che, con un certo riguardo, si accostano a “cittadini al di sopra di ogni sospetto”, ma narra di conformismo e di indifferenza piccolo-borghese e dimostra come, nonostante i nostri sforzi di crederci assolti, … ”siamo per sempre coinvolti.”. «Si soffermava a seguire i loro giochi, a sentire quel che dicevano. Erano ancora capaci di gioia, di fantasia: ma li aspettava una scuola senza gioia e senza fantasia, la televisione, il computer, l’automobile da casa a scuola e da scuola a casa, il cibo ricco ma dall’indifferenziato sapore di carta assorbente. Non più, nella memoria, la tavola pitagorica, “La donzelletta vien dalla campagna …”, “Scendeva dalla soglia …”, “I cipressi che a Bolgheri …”: sevizie del passato. La memoria era da abolire, la Memoria; e quindi anche quegli esercizi che la rendevano duttile, sottile, prensile.» Profetico…
In arrivo oggi la puntata n°16 della meritevole collana su Sciascia pubblicata da Repubblica ( mi sto chiedendo come sia caduta questa scelta su uno che, centenario o no, il potere lo avversava, fosse anche nella sola veste di sintagma, visto che in quella redazione si vive nell'era dell'unzione genuflessa dei preziosi deretani del potere, preferibilmente profumati di soldi). Urge pertanto uno stop alle elucubrazioni sul testo, quasi una sequenza dell'unico libro scritto da Sciascia.
Un'altra sconfitta dell'eterna lotta per il trionfo della verità, con protagonista Vice, che mi piace fosse stato il nome italianizzato del diminutivo di Vincenzo: Vicè, come usa dalle nostre parti. Non solo il ruolo di vice qualcosa che nel commissariato il protagonista ricopre. Vicè non può vincere: ha perso con la vita - è malato terminale - figurarsi con la società corrotta di cui si è votato a punire almeno il delitto. Nonostante attanagliato dal dolore terebrante di cui descrive minuziosamente l'andamento - Sciascia, affetto da mieloma multiplo, sapeva di che parlava- si butta nell'inchiesta come terapia : se la sua mente è occupata e presa con rabbia (incazzata forte) dalla caccia al colpevole , di cui sa nome cognome e indirizzo, il dolore lo azzanna meno. Forse spera che, come al condannato a morte, gli sia concesso l'ultimo desiderio: il trionfo della verità anziché il trionfo della morte di cui pasce fissando la stampa del Durer, Il cavaliere e la morte, appesa di fronte la scrivania del suo ufficio. Ma essendo questo racconto lungo, o romanzo breve, solo una sequenza dell'opera che sto leggendo a puntate ( il follietton di una volta, nel senso letterale del termine) so come andrà a finire anche se la sconfitta può essere servita in salse diverse il cui gusto dipende dalla maestria del cuoco. E Sciascia è un cinque stelle: la fine, da un lato, è la deblacle della verità perché la collusione dello Stato con il corrotto potere non troppo occulto è palese e, dall'altro, la liberazione del povero Vicè che si libererà, provvidenzialmente, dall'angoscia dell'incertezza del giorno fatale ma agognato. Il cavaliere, stanco, cede le armi.
„Cavalerul și moartea” se citește foarte repede - are doar 90 și ceva de pagini, plus postfața, care aduce multe informații interesante -, dar asta nu înseamnă că este o carte simplă și ușurică. Trama de roman polițist este doar un ambalaj care îmbracă o poveste mult mai profundă, cu pronunțate implicații sociale și politice.
Protagonist este Vicele, un polițist care investighează moartea unui avocat. Indiciile par să ducă spre Președinte, un „baron local” puternic și influent, însă acesta are oamenii lui în poliție, și chiar șeful Vicelui îl tratează cu menajamente. Ancheta este complicată de apariția unei organizații subversive, Fiii lui optzeci și nouă, care revendică asasinatul, însă lucrurile nu pot fi atât de simple într-o țară unde justiția este împiedicată de o mare putere nevăzută, ale cărei tentacule sapă fundamentul siguranței și al dreptății.
Cartea m-a surprins plăcut prin direcțiile neașteptate pe care le ia povestea, devenind mai mult decât simpla investigare a unei crime. Sciascia vorbește despre literatură, artă și frumusețea feminină, inserează tot felul de observații interesante („când o clădire cântă, e arhitectură” sau „infracțiunea e parte din noi, unii sunt parte a infracțiunii”) și câteodată intervine în narațiune, apelând și la alte tehnici proprii metaficțiunii (de exemplu, când personajele se raportează la un roman polițist clasic).
- Chi apprezza il « giallo deduttivo » legga i romanzi di Arthur Conan Doyle o di Agatha Christie. - Chi si appassiona all'approfondimento delle inchieste sui delitti irrisolti, segua « Quarto grado ». - Chi alle soluzioni degli enigmi antepone la denuncia sociale, ama le emozioni della vera letteratura e si appassiona ai grandi interrogativi dell’Uomo, scelga Leonardo Sciascia.
Albrecht Dürer - Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo - 1513
«L'aveva sempre un po' inquietato l'aspetto stanco della Morte, quasi volesse dire che stancamente, lentamente arrivava quando ormai della vita si era stanchi. Stanca la Morte, stanco il suo cavallo: altro che il cavallo del Trionfo della morte e di Guernica. E la Morte, nonostante i minacciosi orpelli delle serpi e della clessidra, era espressiva più di mendicità che di trionfo. “La morte si sconta vivendo”. Mendicante, lo si mendica. In quanto al diavolo, stanco anche lui, era troppo orribilmente diavolo per essere credibile. Gagliardo alibi, nella vita degli uomini, tanto che si stava in quel momento tentando di fargli riprendere il vigore perduto: teologiche terapie d’urto, rianimazioni filosofiche, pratiche parapsicologiche e metapsichiche. Ma il Diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano far meglio di lui. E il Cavaliere: dove andava così corazzato, così fermo, tirandosi dietro lo stanco Diavolo e negando obolo alla Morte? Sarebbe mai arrivato alla chiusa cittadella in alto, la cittadella della suprema verità, della suprema menzogna? Cristo? Savonarola? Ma no, ma no. Dentro la sua corazza forse altro Dürer aveva messo che la vera morte, il vero diavolo: ed era la vita che si credeva in sé sicura: per quell'armatura, per quelle armi.»
Il vicecommissario di Polizia di una città dell’Italia settentrionale indaga sull’omicidio di un avvocato in affari con le più importanti personalità cittadine. Gravemente malato, senza speranza di guarigione, "Vice" si sorprende spesso a osservare un’incisione di Albrecht Dürer appesa alla parete del suo ufficio. Il cavaliere, la morte e il diavolo – questo il titolo della stampa acquistata molto tempo prima – è un’immagine nitidamente impressa nella sua memoria, che appare nei momenti di estrema stanchezza; gli inquietanti personaggi in essa raffigurati suscitano pensieri e riflessioni da cui affiorano affetti e ricordi del passato, reminiscenze e passioni letterarie, disillusione e indifferenza per indagini destinate ad arenarsi a debita distanza da potenti e intoccabili, per depistaggi, per soluzioni di comodo e per i gruppi eversivi inventati a tavolino (“Occorre che ci sia il diavolo perché l’acqua santa sia santa.”). Mentre le investigazioni e gli interrogatori sembrano procedere in modo promettente, di pari passo il dolore avanza spingendo il Vice verso una sofferenza insopportabile, tale da fargli sperare un rapido approdo finale nella vagheggiata “isola deserta”. Il cavaliere e la morte è il penultimo romanzo di Sciascia; breve e denso, con una trama semplice e uno sviluppo realistico e amaro, disegna un mondo che finisce per assumere – in forma letteraria – l’aspetto delle figure orrende e grottesche dell’opera di Dürer.
[...] “Ma il Diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui.” [...]
Sciascia è sempre Sciascia e, anche se qui la stanchezza e l'ineluttabilità sono palpabili (non a caso l'accostamento all'incisione di Dürer), il suo occhio è rimasto lucido e la penna capace di far riflettere (e indignare, se ancora ci si riesce).
Otro gran relato o novela breve de Sciascia (como todas), sobre sus temas recurrentes, el verdadero Poder (el invisible) y sus sombras, la corrupción y la indefensión del ciudadano y la dificultad de que se esclarezca la verdad. Magnífica e inquietante.
Having discovered Sciascia for the first time a few months ago, in a chance encounter at a Leiden bookshop, I grabbed four more in London, wrapped them up for Christmas and waited....
This slim volume is in the same vein as To Each His Own. Both contain murder, but one wouldn't recommend them to a crime fiction aficionado. Nothing is solved, the stories stop and some observations about the human condition have been made. The first of these two stories, some fifty pages, is a reverie by a dying detective, who is on his last case whilst reflecting on life, death, and setting about some of the things one might do in the face of a rapidly and permanently closing window of time.
The second story, One way or Another, is the more substantial of the two, around one hundred pages. An artist happens upon a most peculiar hotel, run by priests and about to host some of the movers and shakers (as they would no doubt now be called) of Italy. Industrial and political leaders rubbing shoulders with cardinals. It's a yearly spiritual retreat. Fine food is eaten, the best wine drunk and five mistresses are lodged there, though they never appear in company. Deaths - murders - begin to take place. But whereas in the average murder mystery such occurrences are at the heart of the story, here they are - not incidental - but merely part of the story. The priest who organises the event and the curious artist who is permitted to stay, verbally joust with each other throughout. Interesting thoughts about religion consequently abound. Poirot it is not.
I suspect that both of these stories may be allegorical, but I'm way too literal to get that. On a concrete level, Sciascia deals with the realities of institutionalised corruption in Italy. Can one do that and be allegorical as well? I don't know.
Leggere Sciascia significa addentrarsi in pagine che valicano i contorni di un giallo tradizionale per navigare in significati nascosti, citazioni letterarie e artistiche, considerazioni filosofiche e sociologiche. Un viaggio asciutto e secco come le parole che lo narrano, non privo di ironia e davvero mai scontato nonostante i temi spesso si richiamino di libro in libro: la lotta impari e vana dell'uomo contro il Potere, la ricerca della verità, la manipolazione dell'informazione, l'ineluttabilità della farsa che copre silenziosa l'agire dell'Uomo-Diavolo.
In queste pagine si aggiungono molte considerazioni sulla morte, non a caso presente già nel titolo, tanto che direi che il libro è un apologo della vita mascherato da giallo. E questo lo rende anche più dolce e profondo al pensiero che Sciascia queste pagine le ha scritte in una condizione di malattia e di lotta appunto impari e vana contro di essa che lo rende molto vicino a Vice e -in fondo- a tutti noi.
Un poliziottesco, un giallo... No, non solo, non di quelli a cui siamo abituati. Sciascia è un genere a sé, qui veste la sua storia degli abiti del sotie, genere semisconosciuto tardo-medievale che è una critica alla società nei suoi aspetti più corrotti. Gli ingredienti che ci aggiunge lui sono un'ironia pungente (pungente perché fa sanguinare) e un senso di avvertimento di apocalisse, come se il cancro che lo stava divorando fosse lo stesso di Vice, il suo protagonista, ma anche della società che racconta, fatta di architetture di potere, sovversioni, rivoluzioni nuove e millantate. Ogni parola pesa come un macigno, densa, nera come la pece, profetizzando quelle stragi che l'Italia ha partorito qualche anno dopo. L'incisione di Dürer che dà il titolo al romanzo contiene, nel suo, anche il diavolo. Qui il diavolo non compare perché, suggerisce Sciascia, gli uomini sono diventati più bravi di lui a ordire e compiere il male.
This is a 'two-book' book, and I was mostly interested in the first book - The Knight and Death - but having said that, I'm now 1/2 way through the 2nd book. The Knight and Death is short, and not too sweet. Although billed as a thriller, I felt it was more of a dying policeman's journey, with a murder thrown in for scenery. Maybe it lost somewhat in the translation from the original Italian? The premise was good, and I would have enjoyed it as a full-length novel which would give equal space to the dying policeman's journey AND the murder. The ending though was totally unexpected!
Praticamente l'unica cosa bella e positiva di questo libro è stata che era composto di sole 91 pagine. Non ho altro da dire se non che l'ho letto perché dovevo e ci ho capito quasi zero. L'ho trovato confusionario e con troppi riferimenti ad altre cose (e per di più il titolo non c'entra un'acca, come si suol dire).
Ho impiegato più tempo a leggere questo libricino che non altri libri, enormi al confronto
Un roman polițist atipic, în care se găsesc multe teme, dar cea principală este reprezentată de boală și așteptarea morții, fără frică aproape (autorul va muri în anul următor scrierii cărții).
"Siguranța puterii e fondată pe nesiguranța cetățenilor."
"Criminalitatea acelei puteri se afirma mai ales prin faptul că nu admitea altă putere decât a ei, lăudată și împodobită estetic..."
"Diavolul era așa de obosit încât lăsa totul în seama oamenilor, care se descurcau mai bine decât el."
Es un hombre tan frío que tengo la impresión de que solo existe de perfil.
¿Y la pena de muerte? Pero la pena de muerte no tiene nada que ver con la ley: supone consagrarse al delito, consagrarlo. Una colectividad siempre dirá, por mayoría, que es necesaria.
Se preguntó si aquella amargura no encerraría un rencor por la cercanía de la muerte y una envidia hacia los que se quedaban.
Había que abolir la memoria, la Memoria; y por tanto también aquellos ejercicios que la volvían dúctil, sutil, prensil.
*****
El intimismo, la introspección, los juegos de palabras y la vivacidad de los diálogos son la seña de identidad de esta novela corta.
Los diálogos empiezan en un punto y, de repente, por afinidad o amistad de los personajes, viran 180°. Igual ocurre con los pensamientos del Vice, protagonista de la novela. Me gusta que me genere esa cierta desubicación o confusión, porque pienso «¿qué ha pasado? ¿Me he perdido algo?». Pero no, es el fluir natural de las conversaciones cuando se trata de personas que tienen varias cosas en mente.
Mezcla la cotidianidad con la crítica política, social y económica sin estridencia, con ironía, de forma natural.
I think this is another of those occasions when I bought a writer's book on the strength of how much I loved the first of his that I read, but ended up bouncing off the second. I'm a huge fan of Sciascia's Equal Danger, but this one - a collection of two novellas that are ostensibly murder mysteries, but actually (appear to be) allegories - didn't do it for me. I suspect that it's because there is a *lot* of thick context at work here regarding mid-20th century Italian history, politics, and culture, and without any signposting, it gets a little hard for a non-Italian to find their bearings. I could *tell* that a lot of references - especially in One Way Or Another - were passing clean over my head.
Perhaps a longer introduction and annotations would make this a more accessible read!
era da moltissimo tempo che non leggevo un libro così bello, ben scritto, ben sviluppato, profondo, con riflessioni interessanti e bellissimi rimandi letterari. beh, è Sciascia, un grande!
Ο Sciascia έγραψε αυτή τη νουβέλα 1 χρόνο πριν πεθάνει από νεοπλασία του μυελού τω οστών, όπως ο ήρωας Υπαρχηγός της αστυνομίας, κάνοντας χημειοθεραπεία και έχοντας έντονους πόνους... Η υπόθεση: δολοφονείται ένας διεφθαρμένος δικηγόρος και ενώ ο Αρχηγός και η υπόλοιπη αστυνομία ερευνούν (ή κάνουν πως ερευνούν) προς κάποια τρομοκρατική οργάνωση, ο υπαρχηγός ερευνά ουσιαστικά και τελικά συζητά την υπόθεση με τον Ριέτι, έναν παλιό του γνώριμο που έχει ύποπτες δοσοληψίες. Σκοτώνονται και οι δύο. Ο υπαρχηγός πέθανε από σφαίρα και όχι από τη νεοπλασία... "Μπορούμε, λοιπόν, να θεωρήσουμε ότι υπάρχει ένας μυστικός καταστατικός χάρτης που στο πρώτο του άρθρο λέει: Η ασφάλεια της εξουσίας θεμελιώνεται στην ανασφάλεια των πολιτών." "Γιατί ο πόνος γινόταν κύριος και του παρελθόντος. Σαν να υπήρχε ανέκαθεν, σαν να μην πέρασε στιγμή χωρίς αυτόν, σαν να μην ήσουν ποτέ υγιής, νέος, με το κορμί σου να λικνίζεται απ' τη χαρά, για τη χαρά. Συνέβαινε κάτι σαν τον πληθωρισμό αλλά φρικιαστικά αντίστροφο: η αρρώστια καταβρόχθιζε απάνθρωπα το μικρό κομπόδεμα χαράς που κατόρθωσες να μαζέψεις μια ολόκληρη ζωή."
Sciascia pertenece a la estirpe de escritores que no se ajustan a los cánones de la novela policíaca clásica (novela problema o "whodunit", en la que se reta al lector a solucionar un crimen antes que el detective) ni a los de la novela negra "hard-boiled" (protagonizada por tipos duros como Philip Marlowe, Sam Spade...). No juega limpio con el lector, ya que no expone pistas que le permitan participar de las pesquisas de los personajes; tampoco se adentra en los bajos fondos italianos ni la violencia es su carta de presentación, aunque quizá su atmósfera se aproxima más a esta corriente que a la que Chandler bautizó como crímenes con "jarrones venecianos".
Probablemente, Sciascia y el suizo Friedrich Dürrenmatt sean el paradigma de una suerte de novela negra "filosófica", en la que el crimen no es más que la excusa para enfrentar al lector a una postura existencial frente al mundo y su cara más oscura. Mientras Dürrenmatt es más metafísico, con elucubraciones cercanas a una lucha abstracta y pesimista contra el nihilismo, como el que sabe que la guerra está perdida de antemano, el italiano está más cerca de la resignación propia del existencialismo, más apegada a la realidad inmediata y percibida.
El punto más atractivo para mí del existencialismo de Sciascia en "El caballero y la muerte" es su profundización en el cuerpo como mediador de la experiencia que tiene Vice de su mundo, probablemente debido a su enfermedad terminal. Dolor y percepción se fusionan, configurando un mundo interior que renuncia a cualquier tipo de alivio o redención (el pasaje sobre la morfina es esclarecedor en este aspecto). Sin llegar a desarrollar un flujo de conciencia stricto sensu, Vice abandona su inclinación a la realidad material en aquellas ocasiones en las que el dolor lacerante hace presencia en su organismo. Esa bidireccionalidad de la experiencia "del cuerpo" y "desde el cuerpo" es soberbia, lo que demuestra que la novela negra puede ser de una calidad notable más allá de los prejuicios existentes sobre el género.
Novela más que recomendable. Léala sin prisa, paladeándola. Es breve, pero de una intensidad sin parangón.
Ditemi quello che volete, ma io i libri di Sciascia non li capisco. Saranno anche molto significativi ma nel momento stesso in cui leggo 1) non capisco ciò che sto leggendo; 2) mi distraggo come niente, nel giro di un paio di secondi. Ho impiegato più tempo a leggere questo libricino che non altri libri, enormi al confronto. Anche in questo libro è presente una indagine della polizia e, anche in questo libro, non sono riuscita davvero a immedesimarmi nella lettura
Mi chiedo perché Sciascia l'abbia intitolato "Il cavaliere e la morte" invece che "il cavaliere, la morte e il diavolo" come l'incisione di Durer che ispira il protagonista? Che il diavolo in realtà non esista? o sia la morte a farlo sfuggire alla cattura?
P.S. Giuro che quando l'ho scritto questo commento mi sembrava significativo. Magari rileggendo il libro ritroverei anche il significato del commento :)