I venti di guerra tornati a minacciare l'Europa e il mondo mettono drammaticamente in discussione l'idea che l'umanità sarebbe stata capace di superare per sempre l'orrore dei grandi conflitti. Nel frattempo, la rivoluzione in atto nelle scienze biologiche e antropologiche sembra modificare definitivamente la conoscenza delle origini e dell'evoluzione della nostra specie, riconoscendo nella guerra un comportamento con profonde radici nella nostra storia naturale. Cadono dunque assieme due idee fondamentali della nostra che la guerra sia solo una cattiva invenzione culturale e che esistano tendenze storiche oggettive che muovono verso un suo superamento nella storia civile dell'umanità. È un cruciale cambio di paradigma, antropologico-politico, che richiede una riflessione unitaria utile ad affrontare con consapevolezza adeguata le sfide politiche e intellettuali che abbiamo davanti.
La guerra è "aggressività di coalizione", un comportamento raro nel regno animale ma evolutivamente vantaggioso per la specie umana. Sadun Bordoni argomenta che la guerra fa parte della natura umana, ma con due precisazioni: non è un "istinto" come fame o sesso, e se eliminate le cause comuni dei conflitti, la guerra probabilmente sparirebbe.
Il libro sviluppa l'idea darwiniana che la cooperazione si è evoluta perché funzionale al conflitto: negli scontri, i gruppi coesi avevano più successo. L'ipotesi è che i maschi beta avrebbero scoperto il potere della coalizione per eliminare il maschio alfa, producendo una selezione negativa dell'aggressività reattiva attraverso l'intensificazione dell'aggressività proattiva di coalizione. Sadun Bordoni riprende e attualizza l'antropologia di Freud: la nostra sarebbe una specie autodomesticata che ha appreso a eliminare gli individui aggressivi attraverso la cooperazione di gruppo.
L'autore ripropone, all'interno del realismo politico, il problema della natura umana presentandolo sotto un profilo scientifico: l'antropologia evoluzionistica laddove c'era la metafisica. La distribuzione naturale del potere nella specie umana non genera un ordine sociale stabile. Il nostro destino è quello di una perenne tempesta. Esisteranno sempre tentazioni egemoniche e tentativi di contrapporvi coalizioni contro-egemoniche.
Le domande che pone Gianluca Sadun Bordoni nel suo libro toccano uno dei nodi più profondi e tormentosi della condizione umana. La questione se la guerra sia intrinseca alla natura umana ha attraversato millenni di riflessione filosofica, da Eraclito che vedeva nel polemos il padre di tutte le cose, fino alle analisi contemporanee che intrecciano antropologia, psicologia evolutiva e filosofia politica.
La persistenza del fenomeno bellico, nonostante l'accumularsi dell'esperienza storica e la consapevolezza degli orrori, suggerisce radici più profonde di quanto una visione puramente razionalista della natura umana vorrebbe ammettere. La metafora kantiana del "legno storto" dell'umanità - "aus so krummem Holze, als woraus der Mensch gemacht ist, kann nichts ganz Gerades gezimmert werden" - cattura efficacemente questa tensione costitutiva tra aspirazioni etiche e impulsi distruttivi.
Sadun Bordoni, dalla sua prospettiva di filosofo del diritto, probabilmente esplora come questa contraddizione si manifesti nelle strutture giuridiche e politiche che dovrebbero contenere la violenza ma che spesso finiscono per legittimarla o addirittura organizzarla. Il "disordine mondiale" cui allude il sottotitolo rimanda forse non tanto a un caos casuale, quanto a una conflittualità sistemica che sembra riprodursi ciclicamente.
La questione rimane aperta: siamo di fronte a un determinismo antropologico ineludibile o a strutture modificabili della convivenza umana? La questione se la guerra appartenga alla natura umana è una delle più complesse e dibattute nella storia del pensiero. Non esiste una risposta definitiva, ma possiamo considerare diverse prospettive.
Dal punto di vista antropologico, l'evidenza è ambivalente. Se da un lato la violenza organizzata compare in molte società umane, dall'altro esistono culture che hanno sviluppato meccanismi efficaci di risoluzione pacifica dei conflitti. Gli studi sui primati mostrano sia comportamenti aggressivi che cooperativi, suggerendo che entrambe le tendenze abbiano radici evolutive.
La tradizione filosofica si è divisa tra chi, come Hobbes, vede nell'homo homini lupus una condizione naturale, e chi, come Rousseau, individua nella società corrotta la fonte della violenza. Kant, con la sua metafora del "legno storto", suggerisce una natura umana intrinsecamente problematica ma non deterministica.
Le neuroscienze contemporanee indicano che abbiamo circuiti neurali sia per l'aggressività che per l'empatia e la cooperazione. La cultura, l'educazione e le istituzioni sembrano giocare un ruolo cruciale nell'attivare l'una o l'altra disposizione.
Forse la questione più pertinente non è se la guerra sia "naturale", ma se sia inevitabile. La capacità umana di riflessione morale, di creazione di istituzioni e di apprendimento dall'esperienza storica suggerisce che, pur essendo la conflittualità una possibilità sempre presente nella condizione umana, la guerra non rappresenti un destino ineluttabile. Ma temo che la morale sia una questione opinabile. E allora, siamo al serpente che si mangia sempre la coda. Caino non smetterà mai di uccidere Abele. Sta scritto nel suo destino.