Una ragazza americana di solidi principi, innamorata del padre, occhi blu scuro e lampi di tanto pensiero che li attraversano. Una ragazza che, quando esce di casa, si incanta davanti alle galline. Una ragazza che ha e non smette mai di avere Cristo come sublime interlocutore, e non è semplice il suo Dio. Quando arriva alla scrittura la riconosce dono divino. Quella ragazza è Flannery O'Connor, una delle più grandi autrici del Novecento. Entra nell'immaginazione di Romana Petri con i suoi umili e i suoi balordi, i suoi peccatori, la sua solitudine, lo splendore dei suoi pavoni e l'amore mai avuto. Pietosa sino all'empietà, intrisa d'una ironia che lascia stupefatti gli interlocutori, Mary Flan ritrova il padre nella stessa malattia, il Lupus, ma la combatte a colpi di incandescenti parole e senza mai lamentarsi. Si allontana dalla sua Georgia quando la chiamata della letteratura diventa forte come una investitura, una missione, ma questo sogno di libertà sarà infranto dalla malattia e dovrà tornare al ranch materno, da quella Regina che non capiva il suo genio ma l'ha assistita fino alla fine. Aveva un destino da signorina ben educata del Sud, e invece la ragazza di Savannah è diventata una scrittrice impavida (che a malapena si reggeva in piedi con le stampelle), ossessionata dalla frase perfetta e dal cibo come compensazione a una vita sentimentale negata, perché nessun uomo era disposto ad amare una storpia pur così vicina al Cielo. Romana Petri la tallona, la spia, ce la rovescia intera davanti e noi la assumiamo come un farmaco che ci salva, che ci impedisce nonostante tutto di avere paura.
Romana Petri (Roma, 1965) è una scrittrice e traduttrice italiana. Figlia del cantante e attore Mario Petri, vive tra Roma e Lisbona. Insieme al marito Diogo Madre Deus dirige la casa editrice Cavallo di Ferro. Critica letteraria, traduttrice dal francese, dallo spagnolo, dal portoghese di autori come Jean-Marie Gustave Le Clézio, Alina Reyes, Adolfo Bioy Casares, Anne Wiazemsky, Helena Marques, Ana Nobre de Gusmão, Inês Pedrosa, João Ubaldo Ribeiro, ha recentemente tradotto dall'inglese "Il diario di Adamo ed Eva" di Mark Twain. Autrice di radiodrammi per la Rai, ha pubblicato diversi contributi per le testate Leggere, Nuovi Argomenti e l'Unità; collabora oggi con Il Messaggero e La Stampa. I suoi libri sono tradotti e pubblicati in Germania, Stati Uniti, Olanda, Inghilterra, Francia e Portogallo.
“Non so cosa penso fino a che non vedo ciò che ho detto”.
Il ritratto splendido di una scrittrice straordinaria è uscito dallo sguardo attento e dalla penna accurata di Romana Petri che in questo racconto entra nella mente e nel cuore della ragazza di Savannah, Flannery O’Connor, una delle scrittrici più significative e importanti d’America.
Figlia unica di Ed e di Regina Cline, Flannery eredita dal padre una gravissima malattia autoimmune, il lupus erimatoso, che, insieme ad altre complicazioni, la porterà a morte prematura, a soli 39 anni. Il padre, amatissimo, se n’era andato a 41, quando lei aveva solo quindicianni e già manifestava il suo carattere di piccola donna caparbia e geniale.
Costretta dall’invalidità a vivere con una madre ruvida che la amava senza comprenderla e che la accudisce e la sorveglia fino all’ultimo istante, Mary Flan ha due, anzi tre passioni fondamentali: il cattolicesimo, i pennuti e la scrittura (non necessariamente in quest’ordine). Personaggio atipico e anticonvenzionale, la O’Connor ha una salute di burro e un temperamento d’acciaio: è una combattente impavida, è ironica e autoironica, rifiuta il vittimismo e rimane tenacemente al servizio della sua vocazione letteraria: coltiva il culto della frase perfetta ed è perfezionista a livelli maniacali; sa che la scrittura è un dono di Dio che, gettato nel territorio del diavolo, ha bisogno di cura costante e affilata attenzione per manifestare la sua oscura grazia. Perché il Dio di Flannery è complesso, la sua religiosità mai bigotta o banale.
La malattia le impedisce di realizzare i fondamentali desideri umani: l’autonomia e l’indipendenza dalla famiglia d’origine, l’amore di un uomo, forse i figli, i viaggi. La sua vita è ugualmente piena di contatti, soprattutto epistolari: altre scrittrici e scrittori, rari amici e amiche, i suoi lettori e le sue lettrici, e, quando diventerà celebre, le conferenze e gli incontri organizzati dal suo editore o dalla rivista di turno. Che diventeranno sempre più rari man mano che la malattia progredisce fino a portarsela via. All’amica Caroline, in una delle ultime lettere, suggerisce: “fidati dei racconti, non di chi li scrive.” Eppure noi mai potremmo separare quei racconti ruvidi e feroci dalla sua figura curva e concentrata sui tasti della macchina per scrivere.
Dice Romana Petri:
“La ragione per la quale si scrive un romanzo rimane sconosciuta a lungo. Si manifesta quando se ne diventa lettore. Quando dopo averlo lasciato sedimentare a lungo lo hai dimenticato. Dopo averci lavorato molto credo di averlo scritto per fare luce sulla genialità delle donne. Genialità così a lungo bistrattata. E per farlo ho scelto il genio assoluto. Questo romanzo, perché di romanzo si tratta, parla di lei, l’immensa Flannery O’Connor, a cento anni dalla sua nascita. È stato bellissimo e tremendo essere stata lei. Un’esperienza abbastanza sconvolgente. Solo leggendolo se ne capirà la ragione.”
Ed è proprio leggendolo che Flannery O’Connor entra in te così profondamente e intensamente che è impossibile non esserne commossi e trasformati.
A un mese dal centenario della nascita di Flannery O’Connor (25 marzo 1925), Mondadori pubblica la biografia romanzata di una delle maggiori scrittrici del Novecento.
Una donna intelligente, con il dono dell’ironia che non riuscì a trovare l’amore per vari motivi: la morte prematura del padre, la vita in simbiosi con la madre, la malattia che la farà spegnere all’età di 39 anni, il 3 agosto 1964.
Nell’intervista di Laura Pezzino su TuttoLibri di oggi 1 marzo: Flannery si chiede: «Basterà la mia pungente ironia a trovare un po' d'amore?». «L'amore è il grande interdetto della sua vita. Si innamorerà per tre volte, ma verrà sempre rifiutata. Poi, quando arriverà il suo "giovane Jung" deciderà che basta così, e tirerà su un muro di ghiaccio». Quanto è sbagliato leggerla in chiave autobiografica? «Lei diceva sempre: "Se dovessi scrivere un racconto nel quale metto tutta me stessa, sarebbe sicuramente un bruttissimo racconto". Che è il contrario di quello che succede oggi, tra autofiction e social, dove postiamo la foto dell'unghia incarnita e in cui dobbiamo mostrare che si può essere malatissimi e sorridere per forza. Mi sembra che stiamo assistendo a una sorta di evisceramento, in cui viviamo con le nostre trippe fumanti in faccia a tutti. In questo momento secondo me manca la hybris della fantasia, la sfrenatezza dell'immaginazione, e in questo ci rimette un po’ anche la scrittura.»
Flannery O’Connor è stata scrittrice super dotata che merita di essere letta e celebrata
“Regina, anche se non era capace di leggerla come sua figlia avrebbe voluto, sapeva bene come la pensava, gliel’aveva sentito dire tante volte: «Il soprannaturale si trova nella concreta realtà osservabile». Una frase che non aveva mai capito. Se esiste una realtà concreta, come sarà mai possibile trovarci il soprannaturale? Con che occhi bisognerà mai osservarlo? A quel punto si voltò a guardare la figlia convinta che avrebbe risposto a quella sua domanda. Ma se ne stava con la testa sul cuscino, gli occhi chiusi. Si rincuora, e poi si terrorizza perché la risposta con la voce di sua figlia la sente dentro la sua testa, rintronante. “La radice degli occhi è il cuore.””
Flannery O’Connor è per me oggetto di culto. Quando comincio a pontificare su di Lei, sono la Sua ancella che si è strappata il bavaglio.
In questa biografia romanzata, Romana Petri è abbastanza devota e succinta, a tratti balzacchiana: un po’ troppo feuilleton ma troppo poco ‘tarwater’ ( torbida, catramosa, lontana dal fonte battesimale. )
Tutto in Flannery ‘O Connor oppone resistenza. È violento. Lotta con totale devozione. È una donna ingorda: di biscotti ( si può essere ammalati così gravemente e. avere. SEMPRE. fame ??? ), di dissonanze spirituali, di incorrispondenze ( le sarà sempre atrocemente preferita qualcun’altra giacché “ era già brutta di natura e sarebbe diventata orrenda. Forse stava esagerando ma le cose le vedeva così ).
Ossessionata dello scrivere e riscrivere come sforzo e esercizio della mente perché il talento, non basta.
Leggere questo libro è solo una scusa per innamorarsi di Flannery O’Connor. Come se ce ne fosse bisogno.
Sarebbe più da 3 stelle, ma quella in aggiunta vuole dare risalto alla protagonista, Flannery O'Connor. Il libro è la biografia romanzata (poco, ma meglio così) di una "scrittrice cattolica del Sud" che in realtà si regge da sola: l'intervento dell'autrice (per quanto in generale non mi dispiaccia la sua penna) risulta molto marginale e poco incisivo, in favore di una vita che a mio avviso non necessita di essere raccontata con troppi fronzoli. Perciò poco importa dell'uso dei tempi verbali che non trovo sempre centrati e di alcuni dialoghi non proprio verosimili (almeno in questo caso): il valore del libro è far conoscere Mary Flan, e questo basta.
Ho amato i racconti di Flannery O’Connor ma qualcosa mi sfuggiva, pensavo a causa del mio ateismo. Invece leggendo questo bellissimo romanzo di Romana Petri, ho capito che la difficoltà derivava proprio dall’educazione cattolica ricevuta e dal modo comune di ‘credere’. Invidio il rapporto di Mary Flan con Dio, così come descritto in questo romanzo. Un rapporto schietto, non scontato, non ‘pio’, parola che lei stessa usa per definire i cattolici superficialmente credenti, forse un po’ sbeffeggiandoli. Bellissima anche la descrizione del rapporto tra madre e figlia, fino all’ultima riga del romanzo. Per chi come me ha letto i racconti, è un romanzo prezioso. Occhio però per chi come me ha letto i racconti ma non i due romanzi di Flannery O’Connor: all’interno di questo libro viene svelato il finale di entrambi!!! Volevo mettere una stella in meno per questo motivo 😑😅
"...ho lasciato spazio al mio lato migliore, alla solidità emotiva. È lì che affonda la mia vocazione alla scrittura. E non c’è dubbio che scriviamo ciò che abbiamo davanti. Ma se poi non lo deformiamo, allora è solo carta da buttare."
3,5⭐️
Che emozione percepire in ogni pagina l'amore e l'ammirazione sconfinata di Romana Petri per questa scrittrice di cui si parla troppo poco. Ho amato sentirmi lì nella sua vita e vedere delinearsi davanti ai miei occhi, pagina dopo pagina, quella sua personalità così unica e rivoluzionaria sotto tanti aspetti.
A me questo libro ha lasciato una voglia matta di precipitarmi a leggere i suoi scritti ed è la cosa più bella in assoluto.
Nel 2026 Flannery O'Connor sarà senza dubbio tra le scrittrici da leggere e, finalmente, riscoprire.
Sono combattuto. Questo romanzo ha tutti gli ingredienti per essere un gioiello. Una scrittura incalzante e ricca. Personaggi tridimensionali, curiosi, con voci ben definite e caratterizzate. Ha in sé tante contraddizioni interessanti. Eppure non è riuscito a catturarmi fino in fondo. Forse perché la storia di Mary Flan ha un esito scontato, trattandosi di una “rivisitazione” della vita della celebre scrittrice. Ho desiderato arrivare fino alla fine, ma senza esserne appagato fino in fondo. Pazienza succede. Comunque complimenti e grazie all’autrice per lo stile davvero curato e per avermi introdotto a una personalità debordante come Flannery O’Connor di cui, ignoranza grave mia, non avevo sentito parlare o letto alcunché. Spero di rimediare. ⭐️⭐️⭐️
"Nel panorama narrativo di Romana Petri, La ragazza di Savannah si impone come una vetta poetica e meditativa, un’opera che non solo raccoglie, ma rilancia la cifra più profonda della sua scrittura: l’indagine sull’umano, colto nel crocevia tra la vocazione e la rinuncia. Dopo essersi confrontata con le ombre eroiche di Saint-Exupéry in Rubare la notte, la Petri torna a interrogare la biografia come officina del romanzo, e lo fa nel centenario della nascita di Flannery O’Connor, icona letteraria del Novecento statunitense, dando vita a un affresco che rifiuta l’agiografia e preferisce lo scandaglio impietoso e amorevole della fragilità. Flannery, Mary Flan per chi le fu vicino, nacque a Savannah nel 1925, figlia unica di un padre amorevole e di una madre severa. Una bambina precoce, celebre per aver insegnato a un pollo a camminare all’indietro, che visse la scrittura come un pellegrinaggio interiore. «Mio Signore. Vi metto nero su bianco che diventerò una scrittrice. Se voi lo vorrete» scriveva nel suo diario di preghiera. La sua fede non fu mai conforto, ma attrito; non rifugio, bensì sacrificio. Da questo fervore scomodo nasce una delle voci più originali della letteratura americana, capace di distillare redenzione nel grottesco e senso nella deformità".
"Romanzo biografico", di grande interesse. Dei 28 libri editi da Romana Petri dal 1994, cinque (incluso questo) sono "romanzi biografici", un genere in cui Romana Petri ha prodotto libri bellissimi e molto originali: del romanzo hanno la narrazione col suo stile molto personale (sia nel linguaggio che nella invenzione descrittiva), della biografia la grande cura nelle ricerche, del "romanzo biografico" hanno un contorno immaginario ma plausibile che rende la lettura affascinante. In aggiunta hanno anche un interessante aspetto di critica lettararia, essendo quattro relativi a scrittori, il quinto biografia di suo padre e propria autobiografia. Questo ulltimo e' la narrazione su Flannery O'Connors ((USA, Savannah, 25 marzo 1925 – Milledgeville, 3 agosto 1964) scrittrice del massimo rango nei tempi moderni.
Limitata la produzione della scritttrice americana, sia per la breve vita che per la salute sempre precaria e per la perfezione che esigeva da se' stessa, quindi tutti gli scritti sono capolavori.
Di questo personaggio cosi' particolare e del contesto Sud-Est degli USA/epoca l'autrice ne produce una rappresentazione di alto livello da tutti i punti di vista, unendo il piacere del "bel leggere" all'interesse di scoprire/approfondire un personaggio letterario cosi' importante.
A cent'anni esatti dalla nascita di Flannery O'Connor Romana Petri ci offre questa biografia romanzata della ragazza del Sud che divenne di fatto la più importante scrittrice americana e una delle principali di tutto il '900. Colpita dal Lupus, come suo padre, visse sempre nella grande fattoria dove allevava pavoni, sua grande passione, e lì scrisse romanzi e racconti spiazzanti, - pieni di balordi, di violenza, di durezza e realismo ed insieme di libero arbitrio e grazia- grazie al dono della scrittura ricevuto - come lei stessa riconobbe più volte, - dal Signore che fu il grande amico della sua vita anche nel dolore, nella fatica, nella malattia. Una biografia che, pescando a piene mani nelle centinaia di lettere che l'autrice scrisse ad amici e semplici ammiratori, ce la restituisce viva, piena del suo humor, della sua fede cattolica cristallina e mai bigotta, della sua certezza nella redenzione. "Non è chiudendo gli occhi che si rimane cristiani, ma aprendoli. [...] Il mistero non è qualcosa che lentamente svapora, ma cresce con il sapere. Accetta il mistero [...]. E non dimenticare che il Regno di Dio è misteriosamente presente in noi. Sempre."
Purtroppo per il soggetto, che mi affascinava molto, l'ho trovato un libro incredibilmente noioso, faticosissimo arrivare in fondo. Mi è sembrato di leggere continuamente lo stesso paragrafo, la scrittura è piatta e a tratti trascurata (fastidiosi i tempi verbali incoerenti), i dialoghi ridondanti e pesanti, credo abbastanza innaturali (sembra una dissertazione filosofico-religiosa messa in dialogo). Mi è parso ci fosse poca sostanza e molta retorica. Ciò che dispiace è che, come ha scritto un'altra utente, ora non ho voglia di leggere O'Connor, che anzi adesso mi sta antipatica (ma forse era voluto, chissà). Unica menzione d'onore per la madre, Regina.
Quando non comprendo qual è il confine fra romanzo e biografia sono perplessa. Scrittrice di cui per mia ignoranza non conoscevo esistenza, ma il libro della Petri, ben scritto ne do atto, non mi ha fatto scattare il desiderio di leggerne le opere
Quattro stelle principalmente per la storia che si racconta, della O’ Connor e di sua madre. Stile narrativo piacevole anche se a tratti meno incisivo.
la demistificazione del dolore lungo tutta una vita. un'eroina a cui concediamo di non voler piacere agli altri, quanto tempo della nostra vita passiamo ad essere accomodanti per non far mele agli altri? oltre al genio di mary flan io ho molto riflettuto su questo aspetto.
l’ho trovato commovente e forse è la prima volta che leggo una biografia prima di conoscere l’autrice! mi è piaciuta molto e adesso cercherò almeno un libro di flannery o’connor.