Der Sohn hat sich auf dem Sofa eingerichtet, Kopfhörer auf den Ohren, Laptop auf den Knien, in der einen Hand das Handy, in der anderen die TV-Fernbedienung – ein Liegender. Der Vater setzt sich neben ihn, versucht zu begreifen, was im Kopf seines Sohnes vorgeht. Was nimmt er wahr, was dem Erwachsenen entgeht? Und wofür ist er blind? Der Vater schildert die Befremdung, die er beim Anblick seines Sohnes empfindet, die Konflikte, die er mit ihm austrägt. Wie, fragt er sich, kann die Kluft überwunden werden? Mit einer gemeinsamen Bergwanderung? Reaktion: Kein Bock. Eine Weinlese? Wird verschlafen. Doch der Vater gibt sich nicht geschlagen.
Faccio l'amministratore di condominio, ma potrei anche essere farmacista o lavorare dietro ad un sportello pubblico, le conclusioni non muterebbero: oggi, in Italia, la generazione tra i 60 e gli 80 anni detiene circa i due terzi della ricchezza mobiliare ed immobiliare; nello stesso tempo si sta rivelando clamorosamente inadeguata e gestire le sfide del nostro tempo. Questa generazione fortunata gode mediamente di buona salute fisica e non può certo giustificarsi con gli acciacchi che colpiscono gli over 80. Se avessi il tempo e la bravura di Michele Serra, potrei riempire 1000 pagine sui guai che questi signori stanno lasciando in eredità: dalle scelte condominiali contro il loro stesso interesse, alle continue liti in assemblea per i motivi più futili, sino alla voragine dei conti pubblici, all'agghiacciante arretratezza tecnologica, al conclamato scempio di ambiente/cultura/mezzogiorno. Per questi motivi trovo fuori luogo, cafone e villano che qualcuno di questi "ricchi scemi" si erga a censore di generazioni il cui principale problema sarà rimediare ai danni combinati dai loro padri e nonni. E se questo qualcuno passa per intellettuale, e pure di sinistra, l'operazione è ancor più di cattivo gusto. Alla fine, di questa iniziativa editoriale salvo solo il responsabile marketing: 12 Euro per 108 rade pagine di luoghi comuni per migliaia di copie vendute. Colpo grosso per Feltrinelli.
serra in versione non-lo-si-regge-più. si salvano pochissime pagine di questo pur minimo libretto, in cui il fratello invecchiato molto (ma molto) male di un autore che fu simpatico riesce, incredibilmente, a farci solidarizzare quasi subito con il figlio sdraiato, e le sue pur triviali abitudini. perfino i würstel mangiati crudi, che normalmente farebbero orrore, risultano meno indigesti delle sollecitazioni autocelebrative di un padre così. si dedicasse alle portulache, si ritirasse in cima al fantomatico colle della nasca o si sdraiasse lui sulla sua amaca, per cortesia.
invia un sms solidale al numero 57**5 e adotta il figlio di michele serra
Michele Serra in modalità vecchio trombone (panni che ormai dismette di rado). Un padre che non capisce il figlio, un adulto che non capisce i ragazzi, un vecchio che non capisce i giovani. Il tutto esposto in salsa "signora mia, dove andremo a finire?". Insomma, un giovane fa il giovane e il padre non lo capisce. Addirittura, signora mia, un adolescente preferisce stare a letto a dormire piuttosto che aiutare i vecchi nella vendemmia. La vendemmia! Mirabile e nobile arte ormai sconosciuta a questi giovani che preferiscono - testuali parole dell'Autore - armeggiare con le loro "tavolette tascabili”. Le tavolette tascabili!!! Chissà lo sdegno di Serra quando il figliolo - pora stellina - si disseta con chissà quale bevanda estratta dal refrigeratore elettrico. O si diletta a muovere dei personaggini disegnati sullo schermo del televisore per mezzo di scatolette colorate.
Comunque, non disperiamo. Pare che Gli sdraiati sia solo il primo capitolo di una saga: i prossimi due libri si intitoleranno Calcestruzzo (tema: qua una volta era tutta campagna) e Rondini (tema: non ci sono più le mezze stagioni).
Che lagna. L'ironia si perde nella leggendaria incomunicabilità generazionale, che suona più come un perpetuo lamento verso questi alieni, questi estranei iper-tecnoligizzati con antenne al posto delle estremità, così multitasking da riuscire a guardare la tv, studiare chimica, ascoltare la musica, messaggiare al telefonino. Questi gggiovani senza ideali, incapaci di apprezzare i paesaggi naturali, questi adolescenti chiusi nella loro rete virtuale e bla e bla e bla e questi bambocci con i tatuaggi e le brache che bla non riescono a concentrarsi, questi soggetti che SIGNORI, NON CI SI CREDE "un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono, prima non s'era mai visto" (qui il suono dei BLA BLA BLA diventa assordante), 'sti scansafatiche che si alzano alle 2, oh. CI VUOLE LA GUERRA, ecco che ci vuole. Tutto così superficiale e populista (le vedo, le frotte dei genitori che annuiscono amareggiate: "sì, anche mio figlio, anche mio figlio è così!") che pure la quasi presa di coscienza dell'autore, che ammette di non saper dare punizioni o di pulire al posto del figlio e che è quindi responsabile dell'andazzo così riprovevole che ha preso, passa inosservata. L'accusa della genitorialità colpevole viene almeno puntata contro una madre sventurata e asfissiante, che cerca di giustificare con pretese di dislessia il figlio cialtrone davanti a un'insegnante. La gioventù rimane un universo parallelo inesplorato e insondabile. Sono maleducati, rozzi, insensibili - loro che si permettono di non rispondere al telefono il sabato notte. Serra sembra esattamente quello che si descrive: un novantacinquenne sordo alle parole dei più giovani, che ha dimenticato cosa significa avere meno di un ventennio di vita o che, addirittura, non ha mai vissuto questa età. E io sì, del suo smarrimento e della sua banalità, così giovane e malvagia, mi beffo.
Considerazioni più letterarie: dopo aver letto Tempesta nel nulla di Borgese l'ascesa al Colle della Nasca mi sembra una pallida imitazione - per non parlare della frase finale, la redenzione del giovane che arriva dopo che ha superato il vecchio padre, che gli passa la staffetta. Finalmente, aggiungerei. Degni di lode i capitoli sul romanzo fittizio di Serra, in cui Giovani contro Vecchi combattono una guerra sanguinaria. Il fatto che i primi riescano a vincere solo grazie al tradimento di uno dei secondi - alter ego dell'autore - mi turba.
Personalmente l'ho trovato inutile. Inutile perché a me non aggiunge niente di nuovo. Luoghi comuni, frasi comuni, concetti comuni, insomma avrei preferito qualcosa di più incisivo, duro, politicamente scorretto, con più verve. Invece a tratti è davvero superficiale. Vorrebbe ma non può. E non perché Serra non ne abbia le capacità, perché il libro è molto ben scritto, la tematica generazionale padre/figlio, per quanto reiterata, è comunque sempre interessante da leggere, fornisce sempre qualche interessante spunto, ma non qui, perché lo scrittore vuole mantenere il discorso su un registro medio/basso. Sempre con la presunzione che il "non detto", il mantenersi equidistante dai fatti e dai personaggi porti alla luce qualcosa che in realtà manca proprio. Cito testualmente la "preghiera" di un padre al figlio: "Se vieni con me al Colle della Nasca, ti pago. Un tanto al chilometro, o un tanto per ogni ora di cammino, ci mettiamo d'accordo, non è quello il problema. Quanti soldi vorresti, euro più euro meno, per venire con me al Colle della Nasca? Contanti? Un assegno? Un bonifico?" . MAH. Sono per l'appunto "sdraiati" i protagonisti, incapaci di movimento, anche del più misero e terreno dialogo. In questo è riuscito a rendere bene l'idea! Interessante la sciagura della "generazione selfie": "ognuno è destinato a diventare il Grande Fratello di se stesso, sorvegliare, filmare, fotografare, riprodurre ogni gesto, ogni proprio sospiro, ovviamente ogni vestito, ogni accessorio e modellarsi autisticamente giorno dopo giorno senza che il cozzo con gli altri lo deformi, lo scomponga, lo confonda, lo innamori, insomma lo alteri, lo riconsegni al caso e alla natura, alla gloriosa confusione della vita?". Adesso non è niente di nuovo, anzi risulta persino vecchio quello che dice, forse tre anni fa aveva già intuito il fenomeno, ma certamente non aveva compreso la sua irrimediabile vastità.
“Certo che un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono, prima non si era mai visto”.
E’ in questa unica, semplice frase che ho sentito il senso di un intero libro. In una frase buttata lì, in un giorno di vendemmia. L’autore cerca da lontano la figura del figlio, che oramai sarà sveglio, starà preparandosi ad aiutare. Poi forse capisce che non verrà. Capisce che non sente la necessità. Non lui. Non la sua generazione. La generazione di apatici e svogliati, ma che nella società riescono a starci anche da ‘sdraiati’. Perché gli sdraiati di questo libri sono loro, sono io.
Michele Serra non fa altro che scrivere una lettera a questo figlio che non vuole ascoltare, che non vuole reagire, che non vuole andare al Colle della Nasca con Lui, a cui è così attaccato e che spera di dare al figlio quella parte di sé che sente così cara e forse forse capirlo e farsi capire.
Non fa altro, Michele Serra. Solo questo. Dare voce ad una generazione di genitori che non capiscono i figli. O forse sono i figli che non capiscono i genitori. O forse ancora, due poli incompatibili che non riescono a congiungersi. Ma come fare se la spinta all’avvicinamento spinge solo da un parte?
Michele Serra non vuole insegnare niente a nessuno, non vuole insegnare a fare i genitori; pensate, credo che non riesca a fare questo difficile mestiere neanche lui. Lui ci pone solo di fronte ad una realtà che fa quasi pena. Perchè io sono giovane e non sono genitore, ma mi ci sono per un poco sentita e l’ho sentita tutta la rabbia e la delusione di sentirsi lontani da una parte di te, che non vuole e non cerca di capirti.
Io sono ancora solo una figlia e questo libro mi ha fatto bene. Non è un libro solo per genitori, è un libro per figli E genitori. A cosa serve che una sola parte cerchi di capire il suo opposto. Serve che entrambi capiscano il punto di vista dell’altro, o si finisce per allontanare per sempre la cosa più importante, sottovalutata, denigrata dagli adolescenti di oggi: la famiglia. Sono una figlia e sono una ‘sdraiata’ ma non voglio essere parte di un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono.
Il rapporto tra padre e figlio. Un rapporto non semplice che mette in luce un'incomunicabilità che sfocia in uno scontro generazionale. Una vera e propria guerra. Il libro, per quanto mi riguarda non è riuscitissimo. Ci sono delle banalità, delle forzature ed un paternalismo che, alla fine, diventa benevolenza. Più di tutto non mi sarei aspettato da Serra, che stimo e leggo con ooacere da molto tempo, una tale generalizzazione. Trasformare una vicenda personale nella vicenda collettiva credo sia sempre un errore, anche se fosse un espediente utilizzato come paradosso. Ci sono anche delle cose positive, in questo libro. C'è il modo di scrivere scorrevole e divertente. Ci sono due racconti, quasi tre, che procedono in parallelo e rendono la lettura movimentata e non monotona. Ci sono spunti di riflessione interessanti. È un libro leggero, che si legge in un giorno. Forse avrei dovuto leggerlo d'estate, sotto l'ombrellone.
Leggo in giro commenti furibondi e non avevo neppure finito di dire al padre dei miei rampolli: «Guarda che questo è un libro che devi leggere. Ci sono loro. Tali e quali. Ci siamo noi». A mio modestissimo avviso, chi si scaglia contro queste pagine accusando il suo autore di spocchia, miopia e simili pinzillacchere mi ricorda quale sia l'errore (e la forza) di avere 18, 20 e anche 30 anni: credere che si avranno 18, 20 o anche 30 anni per sempre (è successo a tutti, no?). Grazie Serra, torno a godermi i miei due sdraiati di casa con più grinta e leggerezza (e non mollo, sai?), contenta di essere sopravvissuta all'età della stizza e convinta che in qualche modo ce la faremo tutti (insieme o ognuno per la sua strada, non ha importanza). :D p.s. «Freud dava ai genitori due notizie, una cattiva e una buona. Quella cattiva: il mestiere del genitore è un mestiere impossibile. Quella buona: i migliori sono quelli che sono consapevoli di questa impossibilità», ci ricorda Massimo Recalcati su Repubblica.it. Lasciateci sbagliare: ognuno di noi ha bisogno di un Colle della Nasca per poter passare il testimone.
Caro Michele, mi ricordo di un buon romanzo di qualche anno fa, "La classe", di cui lessi una tua bella recensione che mi sono andata a ricercare in internet. Anche il tuo, come quello di Begaudeau, é un libro su un "dialogo impossibile" tra noi "incerti depositari di regole e di una cultura come cardine della persona", tra noi illusi di poter avviare i nostri ragazzi a una sorta di apprendistato alla vita e loro, interessati più alle felpe e ai telefonini che alla loro salute mentale, immobili, sdraiati e perennemente collegati a tutto e quindi fondamentalmente solo a se stessi. Anche il tuo è un libro da ultima spiaggia (oltre che sdraiati, spiaggiati?). Anche il tuo è un libro doloroso e pessimista, sebbene giocato sui toni di una pungente e intelligente comicitá. E infatti mi sono divertita a leggerti, come molti, ma mi sono anche molto arrabbiata con me stessa perchè ogni tanto mi soffermavo a pensare "Che cretina, cosa ridi? qui c'è ben poco da stare allegri". Eh sì, perchè il dubbio che non si tratti della consueta guerra tra generazioni che abbiamo vissuto fino ad oggi, ma che una qualche modificazione biologica abbia "prodotto una sorta di separazione definitiva tra passato e futuro" è venuto anche a me e quando dici "[da ragazzo] Scrutavo il mondo adulto come un regno da espugnare. Emularli per poi detronizzarli: ma il trono da espugnare era lo stesso sul quale sedevano" come non riflettere se non sarebbe stato il caso, viste le poche cose che riesco a condividere con i miei tre figli, offrire loro un genitore autoritario e detestabile che almeno avrebbe prodotto in loro un rifiuto e un moto di sana ribellione. E' forse vero che la nostra generazione ha saputo rifiutatare quel modello di genitore, ma ha continuato a idealizzare e a coltivare sempre lo stesso modellino di figlio. Un modellino che é in via di estinzione, checché ne dicano tutti quelli che scandalizzati sono insorti dicendo che quello lí sara pure il "tuo" di figlio, ma che i giovani d'oggi non sono mica come li racconti tu. Il finale commuove, sí, ma non c'é un incontro reale tra padre e figlio. Anzi il "chilometro avanti" ne accentua la distanza. C'é piú una sorta di rassicurazione, di rassegnazione: forse non serve la Grande Guerra finale tra i Giovani e i Vecchi. In un modo o nell'altro si va avanti. 21 gennaio 2014
Nel lungo monologone, Serra ci racconta, in modo sarcastico, il rapporto tra gli odierni adolescenti ed i rispettivi genitori.
Provando a sintetizzare, il libro sostiene che l’evoluzione della specie ha creato una nuova categoria di persone: quella dei genitori incapaci. Incapaci di imporsi, incapaci di guidare, incapaci di trasmettere valori. Da questa categoria di persone deriva quella degli smidollati, i figli dormienti, i perenni divanizzati (gli sdraiati) sempre connessi (quindi di fatto sconnessi).
“Tutto rimane acceso, niente spento. Tutto aperto, niente chiuso. Tutto iniziato, niente concluso.”
Onestamente mi è parso un bel pienone di ovvietà; un po' troppo facile buttare tutto sull'ironia ("Quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuto darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo"). Dopo poche pagine il monologo ha iniziato ad annoiarmi, mi è sembrata l'apoteosi dell'inconcludenza (anche se non nego che riesca a strappare a volte il sorriso).
Il tema è certamente interessante, ma a mio parere è trattato in modo abbastanza superficiale. Certo il problema di mancanza generale di stimoli e di mordente in buona parte della generazione degli adolescenti è reale. Sarà il benessere? Saranno i genitori accondiscendenti? Non so. Comunque io un futuro per questi adolescenti lo vedo. Una volta terminati i fondi dei genitori, diventeranno i badanti o i maggiordomi di extracomunitari, che nel frattempo si saranno dati da fare per studiare, per emergere e per ottenere un benessere che oggi non hanno.
Ne avevamo davvero bisogno? CHE LAGNA! Il libro perfetto per chi "i giovani d'oggi" non li capisce e non li vuole capire. Un ammasso di cliché triti è ritriti da parte di chi non si sforza nemmeno di essere originale e al massimo riesce a produrre qualche frase carina sul "dove andremo a finire" buona per essere condivisa sui social. "Luoghi comuni e petulanza" sarebbe stato un titolo decisamente più adatto. Una delle letture più inutili che abbia affrontato (è davvero è stata una fatica immane mista a nervosismo per 100 paginette contate. CHE PESANTEZZA!) nella mia vita. Che spreco.
Anfangs waren die Betrachtungen des Vaters über seinen Sohn und dessen Generation recht amüsant und oft zugespitzt, aber nicht ganz unzutreffend, was ihre Kommunikationskanäle, ihre Lethargie, ihre Gleichgültigkeit und Schlampigkeit angeht. Besonders gut gefiel mir die Analyse des Wahnsinns in Polan&Doompy-Läden (hinter denen sich kaum verschlüsselt Abercrombie&Fitch verbergen). Aber der Erzähler verliert sich immer wieder in Ideen zu einem Buchprojekt, in dem es um den Kampf zwischen Alten und Jungen gehen soll.
Fotografia istantanea molto affettuosa e consolatoria di una generazione – i 18-20enni attuali – che noi, i Vecchi, non riusciamo a capire (dice Serra). Ma io ho buona memoria e buone letture (e anche Serra e quindi mi chiedo perché se ne uscito con gli Sdraiati, domanda retorica per me e per lui, non che mi voglia mettere sul piano di Serra, meno amache e più scrivanie ho da parte, però alla fine ci arriva*) e quindi non la trovo così dissimile dalle precedenti. Quando ero piccola lo sentiva dire della generazione dei 18-20enni che mi precedeva, e poi della mia (e la Guerra, e se foste nati come noi senza niente, e oggi è facile, e state lì a guardare la Tv), e non mi sembrano critiche dissimili. Sì, certo Serra si interroga sull’avanzare dell’Uomo Digitale Sempre Connesso, ma lui si è dimenticato i suoi coetanei al flipper? Io conosco gente che ci poteva giocare per 5 ore consecutive. Mi ha fatto sganasciare con la descrizione di A&F (pure io ci sono stata trascinata, la prima volta inconsapevole e poi ho messo in atto il piano di disintossicazione e ci ho trascinato Junior in tutte le città europee dove fosse presente), ma Serra si deve essere dimenticato la nostra caccia ai Levis, alla tolfa e/o al tascapane, alle Clarks …. Leggevo e mi chiedevo perché tanto stupore di fronte a una generazione che in fin dei conti ha solo modalità diverse, e probabilmente la delusione è tutta nostra. Delle nostre aspettative altissime, di noi del baby boom, nati quando le strade parevano lastricate d’oro, prima generazione a non avere neanche avuto sentore della Guerra ma con comunque un ricordo vivo (quotidianamente rinfrescato da padri, madri, nonni: mangia che in tempo di guerra non ce n’era). Generazione la nostra che solo quello ha fatto, il baby boom, perché per il ’68 eravamo troppo giovani, per il ’77 troppo vecchi, e abbiamo solo colto le ultime gocce della “Milano da bere”, poi sono arrivate gli Scud e siamo tornati nel guscio, a procreare una genia felice e sorridente, che non doveva chiedere mai. Questa degli “sdraiati”. A cui abbiamo cercato di evitare ogni fatica. Il fatto è che i nostri genitori non si sentivano in colpa se andavamo male a scuola (magari se ne vergognavano, ma il ritornello era comunque “Se non vuoi studiare vai a lavorare”), mentre noi ci sentiamo inadeguati di fronte ai normalissimi fallimenti dei nostri figli (avrà abbastanza amici? Avrà gli amici giusti? I professori non lo capiscono! Come se i professori ritenessero di essere pagati per capire gli studenti …. Mai conosciuto uno!) e ci poniamo domande assurde del tipo “Sarà felice?” come se il malessere dell’adolescenza (che evidentemente è come quello del parto, se lo dimenticano tutte/i – ma basterebbe rileggere, per chi li ha scritti, i propri deliri adolescenziali, se non fosse troppo imbarazzante) potesse essere cancellato dal nostro volere. *alla fine il colle della Nasca lo scalano e suo figlio arriva pure prima di lui, e si staglia lassù in piedi contro il sole e il cielo e la metafora non è neanche tanto ardita, anzi parecchio sdraiata…. Si inizia a scrivere un pamphlet come Gli Sdraiati solo se si ha la certezza che ormai si è fuori dal tunnel, per quanto quando ci si è riprodotti fuori dal tunnel non ci si è mai. tag: SGAK (Sempre Grazie Al Kindle)
Οι αραχτοί είναι οι έφηβοι του σήμερα, η νέα φυλή που αντικρίζει τον κόσμο από τον καναπέ της. Μήπως είμαστε υπερβολικοί με αυτούς τους χαρακτηρισμούς ή αυτή η διαρκής πάλη μεταξύ των γενεών πρέπει να βγάλει οπωσδήποτε νικητές και ηττημένους;
Οι αραχτοί (εκδόσεις Ίκαρος, 2015) του Michele Serra είναι ένα μικρό αλλά ουσιαστικό βιβλίο που ενώ μας έρχεται από τη γείτονα χώρα Ιταλία, μοιάζει ελληνικό… ιταλικό… και ταυτόχρονα παγκόσμιο.
Με αυτό το βιβλίο ο κάθε αναγνώστης θα χαμογελάσει αλλά και θα αναρωτηθεί σε πολλά σημεία του για το οικουμενικό θέμα που απασχολεί κάθε γενιά, αυτό του χάσματος μεταξύ των γενεών και τη διαρκή μάχη τους. Το καλύτερο; Η κάθε γενιά μεγαλώνει και ζει διαφορετικά, οπότε είναι αναπόφευκτη η αυτόματη αλλαγή όλων των συνιστωσών που διαμορφώνουν κάθε φορά τη σύγχρονη ζωή μας.
Στο βιβλίο θα γνωρίσουμε τον πενηντάρη Μπρένο Αλτσχάιμερ αλλά και τον δεκαοχτάχρονο γιο του. Είναι δύσκολο να συμβιώσουν, ακόμη όμως πιο δύσκολο να μην χάσουν οι λέξεις που χρησιμοποιούν τα πραγματικά τους νοήματα.
Nonostante sia un libretto di poco più di cento pagine, ho faticato molto a finirlo e non so se mi ha fatto più rabbia/pena la figura del padre (o non-padre o dopo-padre) o quella del figlio, indolente di razza. Due esempi generazionali portati forse all'esasperazione, il cui confronto - lo capisco - è difficile... che spero rimangano fini a se stessi fra queste poche pagine e che tutta l'ironia di questo mondo non è riuscita a farmi apprezzare. Non vi ho riscontrato comicità, né avventura; forse un po' di malinconia e di affetto paterno a volte stravolto dalla satira... Per non parlare poi di quelle pagine (assurde, che c'entrano?) riportanti stralci e appunti per un fantomatico futuro volume de "La Grande Guerra Finale". Scontro titanico fra Vecchi e Giovani... Bah! Forse è colpa mia, ma francamente ci ho capito pochissimo, complice probabilmente anche un po' di febbre... Neanche le ultime pagine, forse le migliori (benedetto Colle della Nasca, eccoti!) sono riuscite a farmi aumentare le stelline, ma solo a farmi dire: uff... finito!!!
Onestamente non so che tipo di film hanno potuto cavarci! Passata completamente la curiosità!
Πατέρας δεν είμαι και μάλλον ούτε θα γίνω, είμαι όμως κοντά στα πενήντα και ίσως αυτή η ηλικιακή συνενοχή με κάνει να αισθάνομαι λίγο παραπάνω όσα ο Serra εκμυστηρεύεται εδώ. Αυτο το χάσμα ανάμεσα σε μας και τα νέα παιδιά, αυτή η ενόχληση μας όταν συνειδητοποιούμε ότι περνάμε απαρατήρητοι απ'τους νέους, εμείς και όλα όσα εμείς θεωρούμε σπουδαία. Οχι απορριπτέοι, αλλά αδιάφοροι. Αυτό είναι χειρότερο. Ο συγγραφέας παλεύει να έρθει σε επαφή με τον γιο του. Παλεύει να καταλάβει. Ενοχλείται, κρίνει, κατακρίνει, δεν καταλαβαίνει μα προσπαθεί και κάνει την αυτοκριτική του. Και αυτό σώζει το βιβλίο απ'το να γίνει μια μίζερη ενήλικη γκρίνια. Όσο ταυτίστηκα πολλές φορές όταν το έκανε, άλλο τόσο με έφερε κοντά στον τρόπο ζωής και σκέψης των νέων. Βλέπω πολλά ασσόδυα στις βαθμολογίες. Δεν ξέρω ιταλικά για να καταλάβω το λόγο. Εγώ πέρασα όμορφα μαζί του και το αγκάλιασα όσο με αγκάλιασε κι εκείνο. Με κατανόηση και σιωπηλή συνενοχή.
Per carità. Non pensavo assolutamente di leggere cento pagine di lamentele contro la gioventù e di autocommiserazione per incapacità di educare un figlio. Solo cento pagine, ma pesanti come fossero state mille. Ho dato un 6.5 come voto soltanto perché in alcuni momenti l'autore mi ha fatto tenerezza e qualche riflessione interessante ogni tanto c'è.
Un concentrato di banalità e luoghi comuni, un lungo "Signora mia, dove andremo a finire", un infinito discorso ad un figlio, che oggi risponderebbe con il celeberrimo: "Ok, boomer". Il tutto detto con uno stile esageratamente e inutilmente arzigogolato, soprattutto perché teoricamente sarebbe rivolto ai fantomatici giovani svogliati e senza valori: più volte ho dovuto rileggere le frasi per capire cosa stessi leggendo e alcune volte ho anche lasciato perdere per sfinimento.
Platone nel V secolo a.C. scriveva che i giovani della nuova generazione sono pigri, quindi, Michele Serra, pensa quanto sia innovativo il tuo libro 😅
In un mondo distopico abitato da curiosi umanoidi, la GerovItalia, un vecchio invalido lotta per stabilire una relazione coll'androide che esoteriche pratiche di clonazione gli hanno consegnato già cresciutello accuratamente avariato.
Nel contratto di fornitura dell'iDiot (Apple: costosissimo) c'è pure inclusa la ricombinazione dei ricordi (come nel dickiano Total Recall, per intenderci) instillando nel vecchio la sensazione d'averlo generato lui, l'iDiot.
Ma perché comprarlo? Ah, la divisione "killer applications" delle Apple scoprì un curioso baco cognitivo nel sistema operativo umano, cioè che la sensazione d'elevazione è relativa. Il senso di benessere che poteva provare Fabiola Gianotti nell'eseguire una sonata dopo aver svolto i suoi doveri come capo progetto di ricerca del bosone di Higgs, era ottenibile invece che diplomandosi come pianista durante il dottorato di ricerca in fisica, bensì confrontandosi con sub-umani dediti a graffitare il cesso colla cacca, talmente amorfi disadatti maleducati e cagionevoli da instillare un perpetuo confortevole senso di superiorità, benefico e duraturo, da cui l'iDiot.
Successo planetario.
Ne esiste pure la versione ginoide: tale Pia, diminutivo di "Vattela a pija' 'nder culo". (la frase con cui mediamente un qualsiasi maschio adulto la congederebbe dopo due ore, anche se è carina)
Ma perché invalido vecchio? Bèh, dopo aver patito l'abbandono della moglie (che oggi garrula e tonica, scopa giornalmente e con tale atletica foga da non aver più rinnovato il pass della palestra, con il marketing evangelist della Polan&Doompy in un resort a Key West dove la P&D ha il centro design e per questo lui dedicherà un'intero capitolo all'invettiva contro la Abercrombie& Doompy, senz'accorgersi di replicare la polemica contro: le toghe corte, i giustacuore gialli, le maniche a sbuffo, le marsine damascate, i cappellacci larghi, l'abbandono delle crinoline, i pantaloni femminili, i giubbotti militari, i jeans, i moncler ecc e ricalcando gli Squallor: "...dei miei amici, c'era Bubbo, Roffo, Celio e Rabbi e Pietro. - Chi è Pietro? - Pietro era il cane di Luffo!") ha avuto una rarissima malattia che gli ha sabotato le capacità cognitive.
La Sindrome del "discombobulated curmudgeon" che colpisce sia le anziane Kweloon di Batavia col triplo cromosoma X e alcuni maschi anziani giornalisti italiani collaboratori di quotidiani nazionali.
Con la sindrome si può nominare correttamente come "computer" un laptop in una scena e "ricetrasmittenti" o "tavolette" degli smartphone in un altra o preoccuparsi per la coltivazione della portulaca (un infestante che sopravvive perfino in agosto nella ghiaia cementizia ai bordi dei marciapiedi) o dover ricorrere a perifrasi "moto americane che hanno il sellone rasoterra e fanno il rumore di un peschereccio" non ricordando che sono Harley o simili, e poi - poche scene dopo estrapolare con "iShot" un fantascientifico fucile Apple. Solo un cervello gravemente compromesso può albergare contemporaneamente due mappe semantiche e procedure cognitive così contrastanti.
Anche il povero Scalfari ne soffre, pensate che da quarant'anni chiama "balera", sia una discoteca che l'aia vicino la piola del Rüstigo colle lampadine pendenti rosse e blu. E pure un altro giornalista che scriveva lì - di cui ho pietosamente scordato il nome - chiamava Armani, Versace ecc. "i sarti".
Dicevamo che il "flabbergasted curmudgeon" passa i suoi giorni in questo modo, rimuginando e ricordando con gusto i bei tempi quando tutto era chiaro, attribuendo al caos del mondo ciò che la sua sindrome gli genera in capo: non riconosce nemmeno l'ovvio.
Quando la saggia Carla, senza nemmeno alzare il sopracciglio, tra il Nunzio Apostolico a Pechino e la normale madre benaccorta italiana fredda i due iDiot con un secco "qui non s'usa così" e i due iDiot s'adattano, non si rende conto d'essere al cospetto dell'intelligenza, rifugiandosi subito nelle usuali malmostose rimuginazioni. Del resto per imporre la sua volontà uno deve avere ben chiara la tastiera del potere. Lui no. Il potere – per lui – non è un pianoforte ma un legnoso tam-tam. O l'ameba o Ezzelino Vlad Dirlewanger Khan. In mezzo nulla.
Terribile no? Pensate che il deragliamento cerebrale è tale da fargli credere originale un plot - "la guerra dei giovani contro i vecchi", che usa in un suo ipotizzato venturo romanzo di deformazione come grimaldello per fargli aprire la relazione coll'iDiot.
Detto plot fu usato sia in "la fuga di logan" "zardoz" "quarto: uccidi il padre e la madre" e se in mezz'ora me ne vengono in mente tre, chissà quante altre volte lo fu in libri e film più o meno nazi-chic. Una traggedia, così tragica che il vecchio non pago, tenta d'allettare il giovine con due irresistibili proposte "la vendemmia in Langa" in mezzo a gozzuti dediti all'abuso di dieresi e altri segni diacritici e "l'ascesa al colle" (oltre la Langa, savasandir). Irresistibili vero? Magnetiche!
Naturalmente come potete immaginare lo stratagemma fallisce, ma i ricordi indottigli dalla Apple Rebraining Division gli permettono una lunga fase allucinatoria dove al termine muore felice, convinto d'avercela fatta: il figlio sale con lui sul Colle e prenderà il nome di Napolitano III.
*** Visto il genere, ricolmo di melasse giulebbatiche, la RAI ne farà di certo uno scemeggiato. *** Assodato quindi che non è un romanzo - troppo irriducibilmente scombiccherato - non è nemmeno letteratura, neanche un panflé, questo ircocervo grafico cos'è? Un articolo? Nemmeno. E' il solito pourparler, l'eterno sasso in piccionaia, il ballon d'essai, la consueta pusillanime giornaliera italiana che per introdurre la probabilità che forse si ravvisi l'ipotesi d'avanzare timidamente la possibilità di parlare d'un argomento serio, usa l'arabesco come linea più breve tra i due punti. Un po' di coraggio pòffàre, eziandio! Siete p-a-g-a-t-i per questo. Troppo, evidentemente. *** PS. Il suo personaggio, in una evidente captatio benevolentiae, s'autoqualifica "borghese di sinistra", come dire "uno di noi". Si faccia servire da uno che è poco borghese e assai meno di sinistra: ne conosco pur'io. Parecchi di sinistra, ma anche centro e destra e pure agnostici, menefreghisti e non allineati, statali e privati, maschi e femmine. Sono più o meno colti, ma lavorano assai e sono seri e pochissimo inclini alla fuffa. L'esuberante maggioranza (solo uno ha un figlio teppista e paradelinquente e non è colpa nemmeno della moglie, ottima signora pure lei) ha figli ben formati! Sinistra o destra non c'entra un cazzo, mi passi il francese.
Quanti libri sul rapporto generazionale sono stati scritti? Innumerevoli. Michele Serra ha deciso di unirsi a quella schiera di pensatori che, giunti nel vivo della mezza età, si trovano non solo a riflettere, ma anche a scrivere sul complesso legame che unisce i “vecchi” e i “giovani”. Ne esce fuori un saggio dalle tinte fortemente (e forse troppo) ironiche, in cui la voce narrante è quella di un padre maldestro che analizza il rapporto col figlio adolescente attraverso la quotidianità: dalle dormite fino a tardi al completo disordine della casa, dall’ossessione per le felpe firmate all’attitudine alla solitudine... Il tutto intervallato dagli insistenti inviti del padre – lo stesso Serra, di fatto – a visitare insieme al figlio il famigerato Colle della Nasca, luogo mitico in cui ogni distanza che li separa sembrerebbe destinata ad annullarsi. È un libro che si legge scorrevolmente, un po’ per la stringatezza dei capitoli, un po’ per il tono leggero ed ironico. Serra gioca una carta interessante: quella di inserire nel saggio una parte più romanzata, quella della Grande Guerra Finale tra giovani e anziani, senz’altro di grande impatto. Eppure il saggio in sé non convince. Quante volte i ragazzi si sono sentiti criticare sempre per gli stessi motivi – pigrizia, disordine, superficialità, omologazione? Non solo, ma spesso e volentieri in saggi di questo tipo gli adulti, sebbene si dipingano come esseri imperfetti e maldestri, di fatto si mostrano critici o, peggio, teneramente divertiti nei confronti dei giovani; Serra non fa eccezione. Insomma, “Gli sdraiati” si rivela una serie di cliché sui giovani. Divertenti, per carità. Ma pur sempre cliché. C’è una cosa che ho apprezzato, però, oltre ai capitoli dedicati alla Grande Guerra tra generazioni: il finale. In poco più di dieci pagine Serra tira le somme delle proprie riflessioni. Sono – finalmente – sul Colle della Nasca, il padre e il figlio. Il secondo parte a rilento, affaticato dalla mancanza di esercizio e dal vizio del fumo, mentre il primo saetta su per il sentiero, intenerito dalla debolezza dell’altro. A un certo punto sembra che l’abbia definitivamente seminato, così si ferma, confuso. C’è un momento, in questa salita così difficile, in cui i due si perdono di vista, si cercano, non si trovano. E poi un grido: “Sono qui, papà!”. È più in alto, il figlio. Ha superato il padre e quello non se n’è neppure accorto. La metafora è senz’altro più sottile dell’ironia che Serra sfoggia durante tutto il saggio, e racchiude il significato de “Gli sdraiati”: un giovane e un adulto che si trovano a salire insieme, la preoccupazione dell’adulto, la fatica del giovane, poi un momento di smarrimento, un sorpasso, un “Sono qui, papà!”. Il rapporto tra generazioni. Peccato solo che questo rapporto sia basato su osservazioni banali, su adolescenti-stereotipi e padri egocentrici.
Un libretto bruttissimo, scritto pero' con gusto. Il libro della generazione che ha cercato e sempre trovato alibi per le proprie mancanze. Della generazione che ha avuto di piu' e lasciato di meno. Cantore applauditissimo del mal di vivere del borghese che si aspetta cio' che gli spetta per grazia di dio, o di chi c'era prima o di chi coi sara' dopo. Del genitore mammone che abdica, ma si aspetta che il figlio maturi da solo. In modo da essere giustificato nel suo non far niente e nel suo accettare cio' che ha avuto come una sorta di diritto. Riprovevole. Il padre viziato, generatore di figli viziati. L'incapacita' di dare una regola minima perche' e' piu' facile essere simpatici che accettare che si potrebbe anche essere odiati dai propri figli. L'osceno bigliettino ironico, simpatico, complice del genitore bamboccione che invece che insegnare al proprio figlio a pulire il cesso, lo fa lui ma fa notare che non si arrabbia. Anche se, probabilmente, al posto suo il cesso sara' pulito dalla donna di servizio. Rigorosamente extracomunitaria e in nero.
Questo libro lo acquistò mia madre come regalo a mio padre. Scopro adesso da mamma, dopo averlo letto, che papà lo abbandonò dopo poche righe, lo annoiava. Vorrei poterti chiedere perché, visto che ho terminato adesso il libro e sono in lacrime. Forse la poca sensibilità che ti caratterizzava non ti ha permesso di immedesimarti nel padre, forse perché la tua adolescenza non è stata come la mia. È andata così la nostra camminata al Colle della Nasca della vita, io sono in cima e tu non puoi più raggiungermi. Sarebbe bello se potessi dirti in questo momento "Devi rileggerlo, ci farebbe bene. Ti voglio bene."
« Certo che un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono, prima non si era mai visto »
Ci ho pensato a lungo, nei giorni seguenti. Non ha detto, Stefano, che era giusto o sbagliato, morale o immorale. Ha detto che non si era mai visto, e credo sia perfettamente vero. Possiamo pensare, di te, di Pedro, del vostro sonno diurno nel pieno di un giorno speciale per tutti, ciò che vogliamo, che sia la più imperdonabile delle mancanze, oppure che sia il segno di una nuova e geniale maniera di vivere. Ma non c'è dubbio che "un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono" non si era mai visto; e che questo sonno ostinato, pregiudiziale, del tutto indipendente da quanto vi circonda, per giunta pagato dal lavoro altrui (il lavoro dei vecchi), sia un inedito. Una cosa mai vista. Un meccanismo sconosciuto che muta e complica gli ingranaggi della macchina del tempo.
2,5/ 3 ⭐️ All’ora gli sdraiati sarebbero tutti quei ragazzini adolescenti nel quale Michele Serra si introduce. Certo, molti ragazzi sono così ma tanti altri no. Non farei di tutta un erba un fascio. Noioso in parte, mi è piaciuto il finale.
-È anni dopo, è quando tuo figli si trasforma in un tuo simile, in un uomo, in una donna, insomma in uno come te, è allora che amarlo richiede le virtù che contano-
Un monologo di un padre su suo figlio, al centro lo scontro generazionale, diverse concezioni di vita che inevitabilmente accadono. Una chiaccherata di un padre su suo figlio. Ed ecco che capiamo chi sono gli sdraiati.
Sono la nuova generazione, i giovani di oggi, quelli che, secondo il padre che parla, dormono quando tutti sono svegli, stanno "a giornata" sul divano. E così Serra con un misto di ironia e tristezza descrive il complicato rapporto tra genitori e figli. Il merito di Serra è che non pone mai il genitore su un piedistallo, anzi cerca di comprendere il mondo adolescianziale, che in fondo è difficile quanto quello genitoriale.
Due mondi appartenente separati, ma legati in modo indissolubile perché quello che oggi è figlio un giorno sarà padre o madre e vivrà a volte la stessa preoccupazione. Un libro che, per questo, può essere letto tutte le età, che tu sia figlio e genitore.