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Più forti dell'odio

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Fr. Christian de Chergé era il priore del monastero trappista di Notre-Dame de l'Atlas in Algeria. Assieme a sei suoi confratelli venne rapito da fondamentalisti islamici il 26 marzo 1996: furono tutti sgozzati il 21 maggio seguente. Gli scritti dei sette monaci sono dettati da un amore più forte dell'odio, dalla vita più forte della morte: nella loro forza ed essenzialità mostrano che solo chi ha una ragione per morire ha anche una ragione per vivere.

284 pages, Paperback

First published January 1, 1996

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493 reviews279 followers
January 13, 2018
L'ho finito ieri e oggi ho iniziato a rileggerlo. Non è un libro scorrevole, ha concetti talmente profondi che inducono alla riflessione e, soprattutto, alla meditazione. Questo è uno di quei libri non facili da recensire perché in ogni lettore andrà a toccare corde diverse.
Non narra soltanto lo svolgersi della vita quotidiana dei monaci trappisti nel monastero di Tibhirine (Algeria); essendo una raccolta di omelie, lettere, conferenze e testimonianze, il lettore riesce a penetrare nel profondo della loro scelta: sia quella di vita monastica, sia quella di non abbandonare quel luogo che con la guerra civile era diventato pericoloso. Questi monaci, spinti da un senso di solidarietà verso le persone del villaggio che anche volendo non potevano abbandonare il paese, decidono di rimanere nel monastero nonostante parecchi cristiani erano già stati assassinati dai terroristi islamici. Per le persone del villaggio (di fede islamica) i monaci erano una presenza che infondeva sicurezza, e i monaci non volevano togliere loro quest'ultimo spiraglio di speranza abbandonandoli e rifugiandosi in un posto più sicuro. Per dirla con le parole di Thomas Merton, I monaci devono essere come gli alberi che esistono silenziosamente nell'oscurità e che, con la loro presenza, purificano l'aria".
Leggendo le riflessioni di Christian de Chergé e di altri monaci, al lettore arriva tutto l'amore che provavano per quelle persone e per l'Algeria; amore per i loro fratelli musulmani con cui avevano stretto rapporti d'amicizia e di collaborazione. Riuscivano a chiamare "fratelli della montagna" persino i terroristi che irruppero nel monastero la notte di Natale del 1993. L'amore che provavano per il prossimo (di qualsiasi nazionalità o religione) era veramente quello dei Vangeli che ci insegna ad amare anche i nostri nemici, e che ci insegna anche a perdonare. È un libro profondamente religioso (quindi ad alcuni potrebbe risultare noioso e pesante) ma le parole dei frati sono di una bellezza e di una purezza struggente.
Non avevano paura? Alcuni inizialmente sì, altri no, ma grazie alla fede e alla preghiera sono riusciti a mantenersi forti. Molto belle le parole di frère Luc (il frate-medico del monastero):
"Cosa può capitarci? Di andare verso il Signore e immergerci nella sua tenerezza. [...] Non esiste autentico amore di Dio senza assenso incondizionato alla morte... La morte è Dio."

Sono sicura che se i religiosi fossero tutti come questi monaci trappisti, molte più persone si riavvicinerebbero di nuovo al cattolicesimo. Questi frati non vivevano seguendo il Vangelo, ma lo incarnavano e lo vivevano in ogni momento della loro vita. Erano l'incarnazione dell'amore, della fratellanza, della solidarietà. Erano aperti di mente e di cuore. Christian de Chergé aveva studiato anche l'arabo e il Corano. Si incontrava con alcuni musulmani e sufi per pregare insieme. La descrizione che fa di un incontro di preghiera è talmente commovente da lasciare senza parole.
È questo il cattolicesimo che mi piace e che andrebbe insegnato: aperto verso le altre religioni, trovare i punti in comune e non le differenze; vedere le differenze come un arricchimento e non una minaccia. Questi frati dovrebbero essere d'ispirazione per chiunque. Non soltanto per chi decide di vivere una vita cenobitica, non soltanto per cristiani e cattolici, ma veramente per chiunque voglia vivere una vita basata sul rispetto reciproco e sull'apertura verso il prossimo.
Mi rendo conto che qualsiasi cosa scriva non può rispecchiare la profondità e la bellezza di questo libro. Ecco perché voglio rileggerlo: per assaporare ancora meglio le parole di questi frati, in modo particolare quelle di frate Christian.

Concludo aggiungendo un pezzo di un dialogo tra padre Christian e un suo amico musulmano che andava a trovarlo per pregare insieme:

Dopo un periodo di assenza di frère Christian, il giovane gli dice: "È da tanto tempo che non abbiamo più scavato il nostro pozzo". [...] Finché qualche tempo dopo, scherzando, frère Christian aveva chiesto al giovane amico: "E in fondo al nostro pozzo, cosa troveremo? Acqua musulmana o acqua cristiana?". E il giovane, che non aveva preso sul ridere la domanda, rispose: "Insomma, ci conosciamo da così tanto tempo e tu ti poni ancora questo interrogativo? Sai, quello che si trova in fondo a questo pozzo è l'acqua di Dio".
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