Protagonista è il giovane Peacock, che nasce durante una fitta nevicata alla vigilia della partita più importante per la squadra della sua città: Campobasso-Juve, 1 a 0. E no, non è di Torino. È un ragazzo cresciuto in provincia nella seconda metà dei ’90. Mummy and Daddy rimbrottano lui e il fratello Gregory, intanto alla tele ci sono i Gallagher che cantano Don’t Look Back in Anger e il videoclip di Coffee & TV dei Blur, con il cartone del latte che si perde nella metropoli. Ci sono gli amori che cominciano e quelli che sfioriscono, e ci sono gli amici che saranno amici per sempre, pure quando la musica sarà finita. Perché questa è anche la storia di Luigi Pavone, che allontana i pensieri bui con il sogno di diventare uno scrittore. E allora racconta del giovane Peacock, fino a confondersi con il personaggio, fino a smarrirsi nei meandri delle sue stesse pagine, con una scrittura densa, abbagliante e rock’n’roll, capace di far ondeggiare il lettore come sotto al palco di un concerto. Ma si tratta anche di una scrittura spiazzante, che nel continuo passare da Luigi a Peacock, da Peacock a Luigi, raffigura un duello esistenziale sofisticato e profondo. Quando la matassa emotiva dell’autore s’ingarbuglia, infatti, le frasi diventano frammenti e la punteggiatura si dissolve fino a svanire, forse perché, nel dolore, persino lo spazio per prendere fiato viene a mancare.
Luigi Pavone racconta la storia di Peacock nel libro che avete tra le mani.
Poi, un giorno, decide di uscire di scena.
La canzone dell’estate è “American Boy”, e io mi sento proprio come un ragazzo che si smonta e si rimonta e resta sempre in piedi.
Mia madre ci porta a me e mio fratello Gregory ai corsi estivi, dopo aver provato con le noiose lezioni di nuoto.
Può essere pubblicata una costruzione come questa senza che qualcuno la corregga? E cosa pensare di questo sbirillamento?
Alla festa dei miei diciott’anni mi sentivo invisibile. La faccio al Frontera con Mastrangelo e una sua amica in quello che sembra un vero e proprio girone infernale, con gli scalini a chiocciola e i piccoli antri dove sbevazzare. Stefano Giosue che sta con Cristiana mi dà una maglia vintage di Platini, ma non è serata da n. 10.
Buona parte dei periodi è concepita allo stesso modo, un colpo forte alla biglia e poi vediamo quel che succederà. Il biliardo è geometria, anche la scrittura dovrebbe esserlo. Questo libro è un caos disorganizzato, non è vero che è punk-rock, è jazz, è un Holden più vecchio che parla di sé in terza persona. Racconta per istantanee con una cadenza da dialetto pugliese. Vola di palo in frasca, effettua una condensazione storica (della propria storia) di cui non è stato capace neppure Harari raccontando quella dell’umanità. Solo qualcuno che lo conosce dalla nascita potrebbe cogliere i nessi con i quali dal vecchio Carl, che avevamo iniziato a chiamare così per via di un equivoco sul suo cognome da parte di Rita De Benedetto, che divideva il banco con me Peacock, proprio dietro al cimitero della fica a uno sputo da EddaChano, si arrivi al vecchio Tuck.
“Prima di giudicare una persona occorre camminare tre lune nelle sue scarpe”
Verso la metà del libro ho pensato che dovesse esserci qualcosa dietro e per ricevere la spinta a portarlo a termine (benché sia molto breve) ho cercato in rete https://www.ilmessaggero.it/libri/div...
mi sono bloccato a veder la foto di quel ragazzino sotto il titolo in grassetto. Potrei essere io alla sua età, potrebbe essere mio figlio oggi. Essere severi con chi non si conosce è più semplice, quando si entra in contatto si corre il rischio opposto, quello di essere coinvolti e diventare troppo accondiscendenti. Ciò che avete letto nell’articolo che ho linkato, si trova in forma estesa nella postfazione di Valentina Farinaccio, è lei che ha fatto da tramite per quella che è diventata un’ottima operazione di marketing. Se il libro mi ha raggiunto senza che io sapessi niente della storia che conteneva, vuol dire che quell’operazione è stata ben condotta a vari livelli. Io per esempio sono stato agganciato dalla copertina: quel ragazzo con la cicca fra i denti mi ha fatto pensare a Mark Renton.
La stanza di Luigi è rimasta ferma a quel giorno: al 10 aprile del 2019. Una copia di Addio alle armi sul comodino. Due racchette infilate fra la parete e l’armadio, le palline nei tubi: giocava a tennis, lo sapete. Gli allenamenti da fare appuntati su piccoli fogli arancioni, penna nera, telefono fisso a tasti. Una felpa col cappuccio appoggiata sulla panca di legno, tutta bella piegata sotto alle mensole dei libri. Pier Vittorio Tondelli – l’intera opera di Tondelli! –, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, La versione di Barney: questi romanzi, vicini fra loro, sono più a portata di mano rispetto agli altri.
Ci sono due dei miei cinque stelle sul comodino di Luigi Pavone, uno scrittore che probabilmente non sarebbe mai stato pubblicato, ma che ha cercato nella lettura e nella scrittura qualcosa che ognuno di noi cerca nei modi più svariati. L’analisi di Valentina Farinaccio se fosse stata messa come introduzione avrebbe generato aspettative ingiustificabili sul testo.
Una dualità, tra Luigi e Peacock, il suo cognome tradotto in inglese. Perfettamente al centro. Lo ha fatto John Rechy nei lontani anni '60 in Città di notte, cui si sono ispirati artisti del calibro di Jim Morrison e David Bowie. Non disturba, assolutamente. Da grande voleva prendere a spallate la gente come Richard Ashcroft nel celebre video, beh, credo nel suo piccolo ci sia riuscito e qualcuno sentirà l'effetto le ore successive all'impatto. Un vero e proprio livido, il libriccino.
La voce di Luigi Pavone ha atteso a lungo prima di arrivare ai lettori. Oggi si è fatta pagine ed emozioni. Un libro che non dovete perdere: "Babies" contiene anima e vita.
È difficile aggiungere qualcosa dopo aver letto anche la postfazione di Valentina Farinaccio, così esaustiva e conclusiva. Proprio per questo non mi dilungherò: il rischio sarebbe solo ripetere, parola per parola, le stesse osservazioni. Luigi è anche Peacock: prima e terza persona si alternano in un gioco d’equilibrio precario, che inizialmente lascia spaesati. Pavone ti strattona e ti trascina in un universo disordinato, dove persino l’ortografia a tratti sembra abbandonata al caso. È faticoso tenere il passo di una narrazione così caotica, eppure proprio in quel caos si rivela una sincerità disarmante. Pavone non cerca di stupire: vuole raccontarsi, farsi capire. E in parte ci riesce; in parte, invece, ci confonde, come accadrebbe in una discoteca troppo chiassosa. Forse bisognerebbe avvicinarsi a questo testo dimenticando, almeno per un momento, il suo epilogo. Solo così si riesce a vedere davvero la storia di un adolescente pieno di voglia di vivere, ma che a un certo punto ha visto qualcosa nella sua mente inclinarsi e prendere irrimediabilmente la deriva
"Sulla SS17 di ritorno da Isernia, con in testa i pensieri più neri del mondo, tamburello le dita sull’autoradio su Bling (Confession of a King) dei Killers e decido di intraprendere la sola e unica strada, la mia."
Ciao Luigi, ho scelto di leggere il tuo romanzo dopo aver appreso della storia della tua vita e della tua morte, non mentirò. Il mio, però, non era un intento morboso, io non volevo trovare la tua fine, ma il tuo "durante." Volevo trovare Campobasso, quelle stesse strade, piazze, scuole. Lo stesso cemento che abbiamo calpestato. Le stesse... persone? Avevi solo due anni più di me, magari ci conoscevamo e non mi ricordo. Chissà quante volte ci siamo incrociati e io non sapevo nulla di te. Ma questa è la vita, quindi veniamo al tuo libro. A te non frega un cazzo del narratore onnisciente, della terza o prima persona focalizzata, dell'empatia costruita attraverso lo sguardo del protagonista, tu volevi raccontare una storia. Volevi raccontare la tua storia, in primis a te stesso, forse per cercare di trovarne il senso. Un libro davvero rock'n roll. Il tuo libro, per questo, è puro. Cento pagine divorate in due sedute, bevute. Nelle tue parole ho rivisto quelle demoniache domeniche desolate in cui Campobasso assume i contorni di una paesaggio bucolico e il contenuto di un horror - weird di provincia. Dietro i volti noti, le telecronache, le risate e le "mez birr" ai bar ci sono la droga, la paura, la desolazione interiore, la mancanza di futuro. Quante "pelli" ci siamo pigliati da Jhonny Special, che tu stesso citi? Nelle tue righe ho ritrovato la disperazione e la solitudine di vedere il mondo andare avanti senza aspettarti. Gli amici andare avanti, senza aspettarti. Una donna che per te era il mondo e per cui, all'improvviso, non eri più niente. Ma non è colpa di nessuno, nemmeno sua, anche questa è la vita. Come dice la Farinaccio nella postfazione, "non". E se "non"? E se "non"? E... "se"? Io sono d'accordo con tuo fratello Gregory, bisogna rispettare la tua scelta, perché nessuno è obbligato a stare qui, se non vuole. Tu, del resto, non ti sei risparmiato. Hai conosciuto l'amore e continui a suscitarlo anche ora. E quindi metto su Babies dei Pulp, che non conoscevo. La canzone che da il titolo al tuo romanzo. Bella, mio caro Bukowski molisano. Avrei voluto parlare con te di musica, di letteratura. In un certo senso l'abbiamo fatto attraverso il tuo libro.
Ciao Luigi. Un piccolo pezzo di Campobasso che rimarrà con me, per non farmi sentire traditore anche se sono andato via. Perché alla fine restiamo tutti lì, tra il centro storico e i licei a vazzieri. Alla fine non ce ne andiamo.
Si può leggere questa storia con indifferenza e restare in superficie pensando chissà quante ce ne sono così, con la solita trama scontata e che non vengono raccontate. Oppure si può iniziare dalla presentazione del protagonista e salire a bordo di un viaggio vorticosamente sbandato, eccitato e pieno di montagne russe a velocità fuori controllo.
Peacock è un ragazzo che fa il liceo classico, poi si diploma e va all’università, anzi due. Vive a Campobasso con la sua cricca di amici, ognuno con un nome che il lettore non riesce ad associare, ognuno con un soprannome e una passione, una peculiare identità.
La storia di Peacock è fatta di passioni sportive, musica, ragazze, un amore - forse - vero, quello che lascia il segno indelebile come succede a tutti. Ma Peacock ha un sogno e percorre la sua vita su una strada senza mai un tratto dritto per mettere la marcia di riposo. E così la narrazione tiene il suo ritmo, tra descrizioni di emozioni, bravate, pensieri, visioni. Tutto a mille all’ora.
Ma Peacock non è solo Peacock, è anche Luigi, quello che scrive questa storia da giramento di testa fino all’ultima pagina.
Ammetto che avevo aspettative abbastanza alte per questo romanzo "rock'n'roll" alla cui presentazione ho assistito qualche settimana fa... e sono rimasta un po' delusa. Ovviamente la storia dell'autore è molto toccante, e credo mi dispiacerà non leggere più nulla di suo, magari di più evoluto. Purtroppo l'ho trovato un po' grezzo, mi aspettavo una scrittura travolgente e invece l'ho trovato disordinato e confuso. Peccato perché in alcuni punti si intuisce che c'è una bella penna, solo ancora acerba.