Non riesco ad accodarmi alle lodi sperticate per questo romanzo che, a mio avviso, non spicca in un genere ormai inflazionato. Non se ne può più di storie ambientate nel ventennio fascista con protagonisti “comuni”, come se dopo la pandemia avessimo spalancato i cassetti dove dormivano decine di romanzi storici pronti a cavalcare l’onda. È evidente che il momento per questo tipo di narrativa sia arrivato, ma pochi titoli meritano davvero attenzione. Tra questi, spicca I giorni di vetro di Nicoletta Verna, un’opera di ben altro spessore. Se dovete sceglierne uno, scegliete quello.
Di Promettimi che non moriremo ho apprezzato poche cose, e meno di tutto – purtroppo – la protagonista. Caterina incarna quello che considero il difetto più imperdonabile per un personaggio letterario: il qualunquismo. Non l’ingenuità, non la semplicità, ma una vera e propria miopia morale. Mia nonna è nata e cresciuta nel ventennio, senza nemmeno una licenza elementare, eppure ha sempre saputo da che parte stare. Caterina, invece, si barcamena: è amica dei fascisti, ma anche sorella e amante di partigiani. Non si schiera, non osa, non guarda oltre il proprio piccolo mondo. La sua ambiguità non è sfumatura, ma incapacità di visione. Questo atteggiamento si riflette nell’intero romanzo, che spesso adotta una prospettiva cerchiobottista: a ogni episodio sulle violenze fasciste corrisponde una scena in cui i partigiani, descritti con tratti tutt’altro che eroici, fanno la parte dei cattivi – rubano vacche ai contadini, fanno morire di fame i bambini – mentre l’unico soldato tedesco di cui si conosce il nome è una specie di teddy bear coccolone, amico di tutti. (A quel punto, i miei nonni avrebbero lasciato il libro per gettarlo nel fuoco.)
Anche la struttura narrativa mi ha lasciata perplessa: tutto ruota intorno al microcosmo della protagonista, mentre il personaggio più interessante – Mario, che incarna la Storia, e che nella prima parte somiglia parecchio al Bruno della Verna – resta sullo sfondo. Della sua partecipazione alla guerra di Spagna non ci viene detto nulla, se non la reazione rassegnata di Caterina (“ma che ci vai a fare, a combattere una guerra che non è tua?”). Il comunismo, agli occhi della protagonista, non è un’ideologia, ma un ostacolo ai suoi affetti. La Resistenza non è un ideale collettivo, ma un fastidio personale, una forza che si frappone tra lei e gli uomini che ama. È questa profonda povertà di sguardo, questa incapacità di elevarsi oltre il proprio ombelico, che rende Caterina un personaggio difficile da amare.
Nella seconda parte del romanzo, ambientata nel dopoguerra, Caterina diventa un’adulta infelice e rancorosa, ossessionata da un amore irrealizzato, vittima della sua stessa vigliaccheria ma incapace di riconoscerla. Si piange addosso, vomita a ogni emozione, ha la gastrite ogni due pagine – un espediente narrativo di cui, francamente, non ho capito il senso, e che mi ha ulteriormente irritata. Anche qui, la visione del mondo è reazionaria: il ’68 è ridotto a capriccio di giovani viziati, i figli ribelli fanno tutti una brutta fine, e l’unica figlia “giusta” è quella che si sposa in bianco, fa tre figli e lascia il lavoro per fare la mamma. Dispiace che l’autrice, nata nel 1979, affidi a un personaggio femminile la difesa di una visione tanto retrograda della femminilità e della società. E dispiace ancora di più che alla fine emerga non una “persona qualunque”, ma una qualunquista, priva di qualsiasi scintilla interiore.
Due stelle per lo sforzo nella ricostruzione dell’ambiente sociale e per alcune pagine formalmente curate. Ma nulla di più.