Il “caso Johnny”
È uno dei romanzi più importanti del Novecento, è una delle questioni filologiche più complesse della letteratura italiana ed è una delle letture più difficili che abbia mai fatto. Non è un romanzo che definirei bello, anche se ci sono momenti di pura poesia. È abbastanza ostico. In alcuni passaggi un po’ bruschi, in qualche paragrafo forse bisognoso di limatura, si percepisce che quello che leggiamo non è un vero e proprio romanzo pubblicato dall’autore, bensì il frutto di un’operazione critica e filologica. Ma è un romanzo necessario, come la guerra che racconta: sporca, crudele, ingiusta, sbagliata come tutte le guerre. Questa guerra, però, è una scelta obbligata, a differenza di tutte le altre. Non ha alternative, eppure ciò non la rende meno atroce.
Le attese infinite sotto la pioggia e sotto il sole, nel fango, al freddo, la fame, l’impossibilità di lavarsi, la tosse che sconquassa il petto, l’unico momento di pace una sigaretta ottenuta chissà come, girarsi all’improvviso durante una fuga disperata e scoprire che i compagni sono stati colpiti, sono morti, perduti. Come la vita partigiana stessa, il romanzo oscilla tra lunghi momenti di vuoto e improvvisi lampi di violenza che si esauriscono in fretta così come sono iniziati e lasciano con un miscuglio di orrore e sgomento a chiedersi: «Ma che diamine è successo?». La stessa straniante confusione provata da Johnny quando si guarda intorno dopo uno scontro, smarrito, alienato dal mondo e da sé stesso, circondato da sangue e corpi.
Le immagini sono brutali, tese allo spasimo, incise da un tratto deforme che fa pensare alle opere di Schiele o alla serie di disegni di Renato Guttuso, Gott Mitt Uns, che documentano gli orrori della Resistenza italiana. Anche la lingua è aspra, difficile, si tende oltre i propri limiti nel tentativo disperato di dare voce a una realtà allucinata e priva di senso. Fenoglio forza la parola in direzioni curiose e inedite: rafficato, per indicare un corpo umano raggiunto da una raffica di proiettili; fortezzò, in riferimento al silenzio che circonda una caserma dei carabinieri e la rende più impenetrabile, simile, appunto, a una fortezza; lazzarico, per indicare un paese che si sveglia dal sonno notturno come dalla morte.
Una lettura non propriamente scorrevole, insomma. E, a complicare la situazione, all’italiano si mescola l’inglese. Dopotutto Johnny è uno studente di letteratura anglosassone e questa lingua è così viva dentro di lui da fondersi con la sua lingua madre, come se il giovane avesse scelto una seconda patria. E forse Fenoglio deve aver pensato che l’italiano, da solo, fosse insufficiente a esprimere l’inesprimibile. Addirittura la prima manciata di pagine che Fenoglio scrive sul personaggio di Johnny è interamente in inglese. Le vicende redazionali di quello che oggi chiamiamo Il partigiano Johnny sono estremamente complesse, un vero e proprio “caso” editoriale di cui è interessante rintracciare le tappe.
Il “caso Johnny” inizia nel 1954, quando Fenoglio butta giù alcune pagine in inglese, forse perché sta ancora cercando il suo stile, come ipotizzano i critici, e questa lingua gli è più congeniale. Nelle intenzioni dell’autore dovrebbe essere l’avvio di un grande progetto narrativo fortemente autobiografico. Dopo molte riscritture e correzioni, nel 1958 Fenoglio ha prodotto circa ottocento pagine che raccontano le vicende di Johnny dai tempi del liceo ad aprile 1945, passando per l’addestramento militare, la fuga dopo l’8 settembre, la partecipazione alla Resistenza. A questo punto contatta Garzanti, la sua casa editrice. Per non ritardare troppo l’uscita, data la mole dell’opera, pensa a una pubblicazione in due volumi e il primo di essi, Primavera di bellezza, è proprio quello che mette in mano a Garzanti. La casa editrice, però, è rimasta scottata dalla vicenda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che doveva uscire in due volumi e non è mai stato portato a termine dall’autore, dunque respinge la proposta di Fenoglio.
L’autore, allora, riprende in mano il primo volume, taglia la parte iniziale (riassunta per mezzo di un paio di flashback) e aggiunge tre capitoli finali. L’opera che ne viene fuori viene pubblicata nel 1959 come Primavera di bellezza e va dall’addestramento militare di Johnny alla morte del protagonista nella sua primissima azione partigiana. Le restanti carte su Johnny, il resto delle ottocento pagine della prima stesura, prive di revisione e scarsamente leggibili, finiscono chiuse in un cassetto dall’autore, che, a quanto pare, non ci pensa più e si dedica ad altro. Queste carte, però, ci sono giunte in tre diverse redazioni. La prima, in inglese, racconta solo il periodo tra marzo e aprile 1945. La seconda, composta in un miscuglio di inglese e italiano, va dal ritorno ad Alba dopo l’8 settembre alla battaglia di Vadivilla, nel febbraio del ’45, ma Johnny, in questa versione, non muore. La terza, ancora redatta in inglese e italiano insieme, è sopravvissuta solo in parte e racconta i fatti dall’episodio della liberazione di Alba (ottobre 1944) allo scontro di Vadivilla, e questa volta la storia termina con la morte del protagonista.
Dopo la morte improvvisa e prematura dell’autore, nel 1962, parte la caccia all’inedito. Nel 1968 esce la prima edizione della seconda parte della storia di Johnny, Il partigiano Johnny, appunto, che narra ciò che sarebbe accaduto, secondo i piani di Fenoglio, se non avesse ucciso il protagonista al termine di Primavera di bellezza. Perché proprio nel 1968? Perché il clima attento allo sperimentalismo guarda con interesse all’originale pastiche stilistico del testo, con quella sua mescolanza di inglese e italiano. Inoltre, Johnny appare un antesignano dei giovani studenti ribelli che in quel periodo occupano le aule universitarie e lottano per un mondo migliore, come i partigiani vent’anni prima. Questa edizione mescola la seconda e la terza redazione delle carte fenogliane (escludendo la prima, quella tutta in inglese) in modo arbitrario, all’unico scopo di produrre un testo il più possibile appassionante e comprensibile per i lettori. Si tratta, però, di un’operazione filologicamente poco corretta e non rispettosa delle volontà dell’autore. Nel 1978 si appronta una seconda edizione, che accosta tutte e tre le versioni emerse dalle carte di Fenoglio, compresa quella redatta in inglese. Scelta più rispettosa rispetto alla prima edizione, ma senz’altro poco appetibile per il lettore comune, che si trova a leggere tre versioni incomplete e prive di revisione della stessa storia. Nel 1992 arriva la terza edizione, a cura di Dante Isella, quella che leggiamo attualmente. Isella decide di unire la seconda e la terza stesura ricavando un racconto uniforme che va dal ritorno ad Alba di Johnny, dopo la fuga successiva all’8 settembre, alla battaglia di Vadivilla e si conclude con la morte del protagonista. Dove le due stesure si sovrappongono, Isella predilige la seconda, per evitare contraddizioni con gli eventi precedenti, tratti, come si è detto, dalla seconda stesura. Dove quest'ultima si interrompe, Isella segue la terza. Questa edizione si conclude dunque con la morte di Johnny, che presumibilmente è l’ultima volontà dell’autore sulla sorte del suo protagonista, dato che l’ultima versione giunta fino a noi termina in questo modo.
Da segnalare infine l’interessante operazione filologica compiuta da Gabriele Pedullà nel 2015. Il critico pubblica in un unico volume la prima versione di Primavera di bellezza, quella che Fenoglio consegna a Garzanti nel ’58 e che doveva essere la prima parte della storia di Johnny se la casa editrice non avesse respinto l’idea della pubblicazione in due tempi, seguita dalla seconda redazione di Il partigiano Johnny, la più antica (escludendo sempre quella manciata di pagine redatte in inglese, la primissima versione, troppo in fase di abbozzo per essere presa in considerazione), l’unica che è giunta completa fino a noi e senza i tagli che Fenoglio inizia a praticare già tra la seconda e la terza stesura, preoccupato dalle dimensioni che la storia aveva raggiunto e che segneranno inevitabilmente il suo destino.