"Ils avaient regardé ensemble Scènes de la vie conjugale d’Ingmar Bergman. Ils étaient jeunes et amoureux. Très amoureux. Ils avaient ri à la fin du film, convaincus que cela ne leur arriverait jamais."
Casablanca, 2016. Nabile et Lamia forment un couple solide depuis plus de dix ans. Jusqu’au jour où elle s’éprend de Daniel, un homme à la réputation sulfureuse. Six mois plus tard, elle demande le divorce… Mais à quel avenir une femme ambitieuse peut-elle prétendre dans un monde patriarcal où la liberté se paie au prix fort ? Entre fresque sociale et roman psychologique, Les amants de Casablanca explore la grande aventure du mariage, les oscillations du désir, les petits arrangements avec la religion et la capacité de l’être humain à embrasser ses contradictions.
Tahar Ben Jelloun (Arabic: الطاهر بن جلون) is a Moroccan writer. The entirety of his work is written in French, although his first language is Arabic. He became known for his 1985 novel L’Enfant de Sable (The Sand Child). Today he lives in Paris and continues to write. He has been short-listed for the Nobel Prize in Literature.
"Una donna non è libera, o meglio: diciamo che è libera finché non esce dal suo ruolo di madre e moglie irreprensibile. Ma che valore ha questa libertà, circondata dai pregiudizi e dall'ipocrisia?"
La scrittura inizia in modo macchinoso – difficile dire se sia una scelta stilistica dell’autore o un limite della traduzione – per poi acquistare ritmo e fluidità. Curioso come Ben Jelloun scelga di non nominare i protagonisti per buona parte del libro, relegandoli ai ruoli anonimi di “marito” e “moglie”: un espediente che crea più distanza che universalità. Il passaggio tra il capitolo 9, in cui si dichiara che i due sono sposati da dieci anni, e il capitolo 10, in cui il protagonista afferma di non ricordarlo, mi ha lasciato un po’ perplessa, nel modo in cui il protagonista abbia vissuto la inesorabile fine del suo matrimonio. Dove il romanzo convince è nell’esplorazione dell’alcolismo in un paese a maggioranza musulmana, trattato con rara onestà. E i due protagonisti, fragili e contraddittori, risultano credibili proprio per questo. Lamia che torna a desiderare Nabile nel momento esatto in cui lui riesce ad andare avanti è forse la nota più autentica dell’intero libro. Imperfetto e a tratti irritante, ma con qualcosa di vero nel cuore.
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La storia ruota attorno a Nabile e Lamia, una coppia borghese di Casablanca, entrambi istruiti e con una vita apparentemente stabile. Lamia, però, si sente intrappolata nella routine e insoddisfatta della sua vita affettiva, fino a quando incontra Daniel, un uomo che la seduce e la spinge a cercare la propria libertà, mettendo in crisi il suo matrimonio. I personaggi principali sono ben delineati: Lamia come donna che cerca di affermare la propria libertà, Nabile come simbolo della stabilità tradizionale, e Daniel, che funge da catalizzatore del cambiamento nella vita di Lamia. Attraverso di loro, Ben Jelloun racconta non solo una crisi coniugale, ma soprattutto una società complessa, piena di contraddizioni. Emblematiche, in questo senso, sono le riflessioni sul peso della famiglia e delle convenzioni sociali:
“Nel film la famiglia degli sposi interviene poco o per niente. Ma in Marocco la famiglia è ovunque. L’individuo non viene riconosciuto come tale. I genitori hanno voce in capitolo su tutto, anche sul colore delle tende. È così. Lui aveva sempre accettato questo stato di cose. Nessun desiderio di cambiare la società”
Quello che ho trovato più interessante è proprio lo sguardo sulla società marocchina contemporanea. Il libro non è solo una storia d’amore, ma un affondo lucido sulle tensioni tra tradizione e modernità, sul ruolo della donna e sulla libertà individuale. Ben Jelloun mostra come certi meccanismi sociali emergano anche dalle esperienze quotidiane più concrete:
“Se volete conoscere un paese dall’interno, affrontare l’assurdo e l’irrazionale, lo scoraggiamento e la rabbia, lo stress e la fatica, la meschinità e la bruttezza, il volto nascosto alla gente, allora costruite una casa. È il modo migliore per farsi un’idea concreta di cosa sia un paese”.
Molto forti sono anche le riflessioni sulle relazioni di potere tra uomini e donne, spesso raccontate con ironia amara e disincanto, come in questo passaggio:
“Si sarebbe detto che fosse stata incaricata da una milizia iperfemminista di vendicarsi di tutti gli uomini che si erano comportati male con le donne. Io ero il bersaglio, il simbolo e la vittima. Ma vai a dire a un raduno di donne potenti e trionfanti che siamo noi le vittime della loro arroganza!”
Il romanzo affronta inoltre temi delicati come la maternità, l’adozione e i limiti imposti dalla religione e dalla legge, offrendo uno spaccato che può risultare sorprendente per chi non conosce il contesto marocchino:
“Per quanto riguarda l’adozione, in Marocco è un incubo. È semplicemente vietata, secondo il Corano. In compenso, è permessa la kafala: si accoglie il bambino, ma non gli si dà il proprio nome; non sarà mai un figlio o una figlia a tutti gli effetti e, in materia di eredità, non avrà diritti, anche se gli si lascia per iscritto una parte del proprio patrimonio”.
Lo stile di Ben Jelloun è chiaro, realistico e molto psicologico. Io personalmente non ho faticato a leggere il libro, ma devo ammettere che il tono a volte è un po’ piatto: ci sono momenti in cui potevo lasciare il libro per ore senza sentire la necessità di riprenderlo subito. Tuttavia, questa scelta stilistica sembra funzionale alla riflessione più che all’azione, soprattutto quando l’autore si sofferma sul rapporto tra religione, potere e libertà individuale:
“Ah, l’Islam! Una religione di pace, ma così fraintesa, così male interpretata. In nome dell’Islam, l’uomo si permette tante ingiustizie. Spesso la legge è dalla sua parte e lui ne approfitta spudoratamente. Se fossimo in un paese laico, le nostre relazioni sarebbero più sane. Ma non credo che un giorno questo paese, o meglio i suoi uomini accetteranno di confinare la religione nella sfera privata. Hanno bisogno di essa per dominare e perpetuare un ordine arcaico”
Ancora più esplicita è la denuncia della mancanza di libertà di pensiero e di coscienza:
“Ho perso la fede molto tempo fa. Ma non ho il diritto di dirlo! Siamo in un paese in cui non è permesso essere atei, e questo è il colmo. Faccio finta di niente e abbasso lo sguardo. Perché credere o non credere dovrebbe riguardare gli altri? Quando non si ha questo tipo di libertà, allora vuol dire che si è ostaggio della religione e di chi la usa.”
Nonostante qualche momento meno coinvolgente, ho trovato la lettura molto interessante, soprattutto per le incursioni in un mondo, quello marocchino, che non conosco affatto. Le riflessioni sui rapporti di coppia, sul matrimonio e sulla libertà femminile risultano universali, pur essendo fortemente radicate in un contesto culturale specifico. In definitiva, consiglierei questa lettura a chi ama romanzi psicologici e riflessivi, storie di persone e relazioni più che di eventi straordinari, e a chi è curioso di conoscere altre culture attraverso la narrativa. Non è un libro d’azione né dal ritmo incalzante, ma è una lettura che lascia spazio alla riflessione e alla comprensione profonda dei personaggi.
Un elogio dell’amore, nonostante tutto e sopra tutto: così si potrebbe definire l’ultimo romanzo di Tahar Ben Jelloun. L’autore franco-marocchino svolge infatti un magnifico elogio all'amore raccontando in questo romanzo a due voci la vita di una coppia tra Parigi e Casablanca. Si tratta di Nabile e Lamia che si sono conosciuti durante gli studi nella capitale francese. Perdutamente innamorati, tornano nel loro paese natale, il Marocco, per sposarsi. Ma dopo dieci anni d'amore, ecco il divorzio, diventato indispensabile dopo diverse delusioni all'interno della coppia. Delusioni, ognuna delle quali ha la propria versione. Nonostante quello che si potrebbe pensare dal titolo (e anche dalla copertina) il romanzo non è infatti semplicemente una storia d'amore romantica classicamente intesa. Vengono affrontati altri aspetti dell'amore e della coppia come i lampi di desiderio, il divario tra le classi sociali, le tradizioni di una società patriarcale o anche le prove che una donna marocchina deve sopportare per essere uguale all'uomo. Un romanzo davvero di rara potenza, forse un po’ prolisso e ripetitivo in alcune parti, ma sicuramente da leggere.
Il libro non è niente di speciale, ma fa riflettere. Tutti abbiamo, forse, vissuto entrambe le situazioni, del tradito e del traditore e i sentimenti che i due protagonisti ci mostrano sono del tutto realistici. Nabile, il marito tradito, preda di moti di gelosia e paranoia; Lamia, la moglie che dopo 10 anni di matrimonio ha avuto una storia di sei mesi con un altro uomo, è combattuta, preda della passione, vive sentimenti contrastanti. Poi il divorzio, la nuova vita, le debolezze e i rimorsi. Il tutto ambientato nella società borghese marocchina.
Bel romanzo, molto realistico nella descrizione dei sentimenti, delle relazioni e delle pieghe previste ed impreviste che prendono le vite delle persone. Interessante anche il contesto sociale e culturale del Marocco dei nostri anni. Da leggere!
Ultimamanete mi ritrovo molto nei personaggi un po' tormentati di Ben Jelloum e il suo ultimo romanzo mi ha appassionata molto. Racconta la storia di una famiglia alto borghese e della relazione extraconiugale che spezza il matrimonio. La storia è raccontata dal punto di vista sia di lui che di lei, mostrandoci l'evoluzione della loro relazione, dall'incontro fino alla rottura e quello che è avvenuto in seguito. I personaggi sono realistici e ben costruiti, non è difficile adottare il loro punto di vista e i dissidi interiori, la tranquillità e comodità coniugale e il lasciarsi un po' andare nella sicurezza della famiglia finendo per dare per scontate molte cose, e la volontà di non limitarsi a quello, di mettere un po' di brio nella vita