«Credo che, prima ancora che un romanzo sul colonialismo, o il tentativo letterario di riscattare una madre, Una diga sul Pacifico sia la storia di una ragazza, anzi di due ragazzi, un fratello e una sorella che, per poter cominciare a vivere, quella madre la assassinano». Rosella Postorino
Da millenni l'oceano invade la piana. Non ci si può fare nulla perché nulla cambia mai davvero in quella terra liquida e sconfinata, dominata dal è questa la verità a cui non vuole rassegnarsi la madre di Joseph e Suzanne. Il Pacifico le ha già portato via tutto, lasciandola sola con la miseria, coi suoi debiti e coi suoi figli, eppure lei non rinuncia a sperare di poterlo arginare, di poter coltivare quel terreno preso in concessione ed essere un giorno ricca, forse anche felice. E cosí aspetta. Ma Joseph e Suzanne invece sono stanchi di aspettare, hanno fame di una vita che sentono sfuggire via dalle mani e che temono di non poter piú riafferrare. Un libro in cui risplende nitida, spietata e dolente tutta la luce della grande letteratura. Il romanzo che ha rivelato al mondo Marguerite Duras, una delle scrittrici piú importanti del Novecento.
Marguerite Germaine Marie Donnadieu , known as Marguerite Duras, was a French novelist, playwright, screenwriter, essayist, and experimental filmmaker. Her script for the film Hiroshima mon amour (1959) earned her a nomination for Best Original Screenplay at the Academy Awards.
Indocina francese, 1931. Colonialismo brutale e silente dove la sventura si sparge iniqua, soprattutto verso i bambini che muoiono di fame e malattia, mentre un’autorità indifferente e gretta ingrassa i privilegiati sulle spalle dei deboli. Anche i protagonisti del terzo romanzo di M.D. sono vittime. Eppure sono francesi, di razza bianca. Ma non hanno il denaro, non hanno le giuste conoscenze, non hanno un briciolo di potere.
La madre, ex insegnante, e i suoi due figli poco più che adolescenti, Joseph e Suzanne, vivono in un bungalow (su cui incombe un’ipoteca) sulle rive del Mekong. Hanno ricevuto dall’amministrazione locale una concessione: un pezzo di terra coltivabile che dovrebbe garantire loro una vita senza stenti. E invece no. Sono stati turlupinati, raggirati, costretti alla fame come i contadini che quelle terre dovrebbero lavorare. I campi sono funestati dalle regolari maree monsoniche che allagano i raccolti e li distruggono con il potere subdolo e sottile del sale. L’impresa eroica e impossibile della madre è costruire una diga che possa arginare la forza imperturbabile del mare, che possa offrire un riparo e una opportunità di migliorare le condizioni di tutti. Un progetto che verrà realizzato insieme ai poveri contadini locali e che all’inizio sembra funzionare…fino alla prima devastante mareggiata che, con la complicità dei granchi roditori, spazzerà via tutto, compresa la speranza.
A partire da questo tragico evento M.D. costruisce un racconto intenso, vibrante, che disegna non soltanto un affresco del mondo coloniale novecentesco, ma crea anche dei personaggi indimenticabili. In particolare la madre, figura tragica e archetipica (di cui infatti non conosciamo il nome) che, pur contaminata a morte dal tarlo della sconfitta, continuerà a ergersi, figura sottile e resistente, contro un potere soverchiante e muto. La scrittura di M.D. rende questo materiale incandescente, questa storia drammatica e intensa, un capolavoro senza tempo.
Colonna sonora del romanzo la canzone amata da Joseph e Suzanne: Ramona di Marbel Wayne, simbolo di struggente desiderio verso un orizzonte futuro a lungo vagheggiato e sempre lontano.
Ho letto questo libro per una lettura condivisa su X. Il romanzo è ambientato in Indocina negli anni trenta. È la storia di una madre, vedova, che con i suoi due figli, Joseph e Suzanne, deve provare a sopravvivere in una zona in cui è impossibile coltivare alcunché. Gli errori di valutazione della madre e la sua mancata percezione della realtà in cui si trova, la condurranno verso un viaggio senza ritorno. I due figli per crescere devono imparare ad affrancarsi da questa madre.
Scrive Rosella Postorino nella postfazione
“L’istante in cui Lina accende il motore dell’auto sulla quale è stata caricata la bara della madre è quello in cui finisce Una diga sul Pacifico e comincia – in un altro luogo, un’altra terra inondata; in un altro tempo, vent’anni prima; e con un’altra famiglia di contadini – Mentre morivo di William Faulkner. E forse cosí la madre avrebbe intitolato questa storia, se a raccontarla fosse stata lei. Nel pieno della loro «età stupida» i due giovani imboccano la pista su cui tante volte hanno aspettato una macchina o un furgone disposti a portarli via, e presto i bambini scompaiono assieme al sole, ma nel buio si continua a sentire «il loro dolce pigolio».
Risuoneranno per sempre, quelle voci, perché nessuno si sbarazza mai davvero dell’infanzia, tantomeno uno scrittore. Per Marguerite Duras l’infanzia è stata il taglio, il buco, il vuoto di solitudine estrema che ha originato il bisogno di scrivere. È stata la scoperta prematura che l’ingiustizia può trionfare, umiliando i sogni di una madre che non ha fatto altro che amare i suoi figli, di un amore violento, scandaloso, soffocante, ma pur sempre amore. Una madre smisurata – una pianura sopra cui i figli camminano, e ballano, e crescono, e diventano adulti: e una di loro diventa, contro ogni previsione, scrittrice. Una madre che partecipa del divino – ma solo i figli lo sanno. Una madre mortale, come tutte. Una madre senza Dio. Dura, terribile: «come la vita». Comica e drammatica come i personaggi romanzeschi piú potenti. «Trovo che in letteratura», disse Duras, «nessun’altra madre di scrittore valga quanto la mia».”
Il romanzo ha ispirato il film di René Clement del 1956, La diga sul Pacifico, con Silvana Mangano, Anthony Perkins e Alida Valli, girato tra la Thailandia e Cinecittà.