Il patrigno di Kuno ha un obiettivo preciso: fare di lui un albero. Un esperimento pedagogico assurdo e mostruoso, portato avanti con rigore, a cui la madre assiste senza ribellarsi e che il ragazzo, prigioniero di un’educazione oppressiva, accetta con inquietante zelo.
Pubblicato nel 1967, Kuno è uno dei romanzi più spiazzanti della letteratura tedesca del dopoguerra, un’opera che sconvolse critica e pubblico per il suo immaginario claustrofobico e disturbante. Con una scrittura tagliente e una satira che non permette di sorridere, Rasp costruisce una parabola spietata sulla violenza psicologica e sull’annientamento dell’individuo in nome di un ideale soffocante.
Oggi Kuno torna a farsi spazio come un classico da riscoprire, un monito feroce su ciò che accade quando l’educazione si trasforma in dominio e l’amore in costrizione.
Renate Rasp was the daughter of German actor Fritz Rasp. After attending a high school (Gymnasium) in Berlin, she began studying acting in 1954. She then studied painting for at the Berlin University of the Arts and then at the Academy of Fine Arts in Munich. She worked as a commercial graphic artist and started writing in 1965.
She gained attention in 1967 at the last meeting of the so-called Gruppe 47 with her irreverent and provocative poems; in 1968, she caused a stir again at the Frankfurt Book Fair by giving her reading topless. Her debut novel, Ein ungeratener Sohn—a "pitch-black parable" about "educational torture"—was generally well received by critics. However, her subsequent publications, which often dealt with sadistic and masochistic sexuality, found increasingly less approval. Rasp’s final novel, Zickzack, published in 1979, was in some cases even regarded as a "literary declaration of bankruptcy."
Renate Rasp had been a member of the PEN Center Germany since 1971. In 1968, she received the Hamburg Readers' Prize.
Portato in Italia dalla casa editrice indipendente Storie Effimere e su traduzione di Silvia Amalia Di Cocco, “Kuno, un figlio degenere” di Renate Rasp si presenta come una delle opere più impressionanti e amare di tutta la letteratura europea del ‘900.
Tutto ha inizio dal folle esperimento pedagogico di zio Felix, perfezionato da studi personali e supportato, a suo dire, da evidenze empiriche ovvero fare di suo nipote Kuno un albero, scegliendo con cura perfino dove “piantarlo”. Dal preciso istante in cui si renderà disponibile, al fine di una ricerca di approvazione da parte di zio Felix, questa decisione cambierà radicalmente il corso della sua vita. Per Kuno avrà inizio un addestramento fatto di disciplina ferrea, giorni durissimi e immutabili spezzati solo da posizioni innaturali e diete estreme.
Questo, va detto subito, è un libro provocatorio e disturbante. Renate Rasp, con il piglio di una grande narratrice, scava nelle pieghe più intime dei suoi personaggi e lo fa con precisione chirurgica e distacco, dando vita a un romanzo lucido e a quella che è, a tutti gli effetti, un'oscura e distorta storia di formazione. Come l’albero, il protagonista si trova a vivere una condizione d’immobilità forzata, non solo fisica ma anche mentale. Kuno è abbarbicato a tale circostanza, accetta di buon grado di sottoporsi all’insensato progetto per essere accettato e visto da quello zio che per lui è un pilastro, una guida. La madre resta una figura marginale, sommessa e profondamente ambigua, osserva e talvolta si rende partecipe nel far eseguire gli esercizi o dare suggerimenti non richiesti, anche lei assoggettata a quella spasmodica voglia di essere considerata da Felix. Ecco, madre e figlio – anche se in maniera differente – sono accomunati da due aspetti: la dissoluzione del sé – dalla parvenza autodistruttiva - e il forte senso di servilismo. La metafora dell’albero, che attraversa tutto il romanzo, tratteggia un trauma ben stratificato a causa di una subdola forma di controllo esercitato dallo zio\patrigno.
Grazie a una costruzione brillante, ci immergiamo nel drammatico universo di Kuno, intanto che avviene la perdita dell’innocenza, che scruta quanto lo circonda con sguardo attento, interiorizzando e trattenendo il proprio dolore, smascherando atteggiamenti di facciata con la consapevolezza che niente sarà più come prima.
Un clima decisamente surreale permea tutto il romanzo eppure, allo stesso tempo, ciò ne acuisce il realismo esasperato. A Rasp, con quest’opera, interessa lasciare qualcosa al lettore e lo interpella sul significato di cieca obbedienza all’autorità e sul concetto di alienazione.
quella di kuno è una storia grottesca, opprimente, e poterla vivere attraverso la sua interiorità lascia un segno nella testa del lettore che difficilmente riuscirete a lavare via
è un romanzo che parla di oppressione, di prepotenza, di perversione addirittura, in cui un ambiente apparentemente sicuro come quello familiare diventa una fossa, che si riempie di terra ogni giorno che passa, per mano di persone che dovrebbero amare e proteggere
con uno studio psicologico dei personaggi così minuzioso da fare venire i brividi, viene sviscerata la crudeltà umana in modo magistrale, sorprendente quasi, perché com'è possibile arrivare a fare certe cose a un'altra persona? senza provare orrore, rimorso, disgusto, vergogna?
è un libro che vi consiglio di leggere, e lo faccio con più insistenza se avete già letto e amato 'Trilogia Della Città Di K' e 'La Vegetariana', che condividono diversi punti con il testo di Renate Rasp
I first read A Family Failure when I was very young - too young, truthfully. As literature, it posed no problems for a bright pre-adolescent; it's a slim book (at 126 pages) and an easy read, in the sense that the language and plot are straightforward, not in the least poetic or opaque. But the story is unbearably nightmarish and has haunted me all these years. I recently acquired a second hand copy and, although it took a bit of nerve, I'm very glad I chose to re-visit it. Quite simply, it's the story of a boy whose abusive stepfather, Felix, and bitter, ineffectual mother try to turn him into a tree.
While there is a fantastic element to the tale, this is by no means a traditional work of fantasy. There is never any suggestion that other little boys are being turned into trees by their parents, nor that this is even a possible, achievable, goal. Which, of course, is the whole point. The book works on two levels. On the one hand, it is the most realistic portrayal of a family suffering under the domination of a psychologically abusive and controlling patriarch that I have ever encountered and, on the other, it is a brilliant allegory illustrating the very real damage done to children whose parents refuse to accept them as they are and try to force them to be something they are not.
The narrator, Kuno, is fifty years old at the book's opening. He is almost completely immobile, obese, without hands and confined to a wheelchair. In flashbacks, he recounts his years from the age of ten, when his "Uncle" Felix decides he should become a tree, to the age of seventeen when he is finally planted in their back garden. Because both the boy and his mother work tirelessly for Felix's approval, they are initially as excited and motivated for the plan to work as he is. As the story painfully unfolds, we are given glimpses into Felix's alienation of his wife's friends, his intolerance of her beloved piano playing, his disregard for her belongings, his utter meanness with money, his sexual withdrawal - all in aid of our understanding that, although almost gleefully complicit in the torment of her son (which is considerable), she too, is a victim of her husband's abuse. At times, she and Kuno are allies against Felix's manipulations but more often, they are adversaries, vying against one another for his approval and affection. When Kuno's inevitable failure to become a tree is finally, incontrovertibly, evident, Felix blames the both of them, hatefully insinuating that the boy is soft and his mother indulgent. Although Kuno is penitent, both parents despise him ever afterward.
The book is relentless in its depiction of the escalating horrors perpetrated on the boy - isolation, starvation, sense depravation, bondage, brutal amputation - all told in the flat, unknowing tone of someone who is blind to his status as a victim, instead painting a portrait of himself as merely a failure in his Herculean efforts to please his stepfather. Kuno is the ultimate unreliable narrator.
This book (an English translation of a novel by German poet Renate Rasp) has been out of print for many years. As far as I can tell, Ms. Rasp never wrote another novel. But I urge anyone to seek this book out and read it. For a long time I suspected my reaction to it, as a child, was perhaps overly dramatic, but having just re-read it (in one sitting), I can say with confidence that it is one of the richest, most unsettling, deeply disturbing, effecting and powerful books I have ever read.
Questo breve romanzo, “Kuno” di Renate Rasp, rimasto nell’oblio tanti anni, è a dir poco sconvolgente. Ha una prosa lineare, pulita, tanto quanto la storia è angosciante.
In poche parole, la trama parla di un ragazzo il cui patrigno violento e la madre succube cercano di trasformarlo in un albero.
Nonostante l’elemento paradossale, non c’è nulla di paranormale o fantasy.
Da un lato, si ha il ritratto realistico di una famiglia che soffre sotto il dominio di un uomo psicologicamente violento e controllante e, dall'altro, è una brillante allegoria che sottende il danno arrecato ai figli i cui genitori si rifiutano di accettarli per come sono e cercano di costringerli a essere altro. [...]
Talvolta, dall’oblio della letteratura, riemergono opere che, per ragioni non facili da identificare, vi sono cadute e non avevano ragione di meritarselo. È certamente il caso di “Kuno. Un figlio degenere” di Renate Rasp, portato nuovamente all’attenzione del lettore italiano dalla giovane casa editrice Storie Effimere, che sta facendo un lavoro di (ri-)scoperta di opere del genere di per sé già degno di lode. Renate Rasp nasce a Berlino nel 1935 ed entra nel Gruppo 47, fondato quell’anno – il 1947 – con lo scopo di «rinnovare la cultura tedesca, oscurata e repressa dal regime nazista», come recita la “Nota biografica”, arrivando a pubblicare varie opere tra le quali, come esordio nel mondo delle lettere nel 1967, proprio “Kuno. Un figlio degenere”. È triste dover constatare, tuttavia, che sino alla sua morte, avvenuta nel 2015, Renate sarà «pressoché dimenticata dal mondo editoriale». Eppure, Rasp aveva non solo uno stile fresco e chirurgico, chiaro e tagliente, in grado di render conto della psicologia dei personaggi in modo mirabile ma anche una capacità inventiva degna di attenzione. E “Kuno. Un figlio degenere” ne è, in questo senso, un riferimento esemplare. Ma Renate Rasp – e lo dimostra con quest’opera – era anche in grado di avvalersi della satira e della crudezza delle storie al fine di far riflettere. “Su che cosa?”, potreste chiedermi; ebbene, se si prende proprio “Kuno.” a riferimento, si può dire che, nel tentativo di stupire e sconvolgere per la trama – che può racchiudersi in un “esperimento grottescamente anti-pedagogico” di un patrigno – lo zio Felix – che intende fare di Kuno, adolescente obbediente e patologicamente solerte, un albero, con la complicità disgustosa e silente della madre di quest’ultimo –, Rasp incarni perfettamente l’appellativo di «specialista del male», come venne definita insieme a Gisela Elsner e Gabriele Wohmann, in un senso che richiama non solo l’idea di scrittrice che coi suoi «testi satirici e crudi [arricchì (e sconvolse)] il panorama letterario alla fine degli anni Sessanta», ma, a mio avviso, anche nel senso di scrittrice che, coi suoi lavori, dimostrò una capacità invidiabile di analizzare il ‘male’ sino a coglierne i mortiferi riverberi sulla psiche umana. In effetti, il ‘male’ al quale sono soggetti Kuno e la madre è quello di una sorta di “terrorismo psicologico”, di costante paura – quella paura che «non è già una punizione?», si chiede lo stesso adolescente –, di sottile violenza prodotta dalla presenza autoritaria e inflessibile del patrigno, lo zio Felix, la cui volontà è l’unica che conti e alla quale si deve sottostare, anche quando questa è diretta a idee completamente folli, come quella di fare di un minore un albero. A tal proposito, avrei tanto voluto chiedere alla Rasp a partire dalla prospettiva di chi sia nato quel sottotitolo – “Un figlio degenere” –, che rappresenta poi – Ein ungeratener Sohn – il titolo originale dell’opera… Il ‘male’, dunque, l’obbedienza all’autorità e la violenza psicologica mi sembra siano i temi che percorrono tutta la narrazione di “Kuno. Un figlio degenere”. Una volta chiuso il libro della Rasp mi sono domandato se l’autrice conoscesse gli esperimenti condotti dallo psicologo Stanley Milgram tra il 1960 e il 1963 presso l’Interaction Laboratory dell’Università di Yale dai quali lui intese analizzare il concetto di “obbedienza all’autorità”. Mi sono venuti in mente poiché i comportamenti della madre di Kuno e di Kuno stesso ricalcano quelli di molti partecipanti all’esperimento dello psicologo statunitense che si trovavano in una condizione di eteronomia, e che si vedevano imporre l’ordine di infliggere del male (non realmente indotto, ma loro non lo sapevano) da un’autorità che, di fronte alle loro esitazioni, li spronava con esortazioni che diventavano progressivamente più pressanti. Insomma, il testo della Rasp pare, a modo suo, analizzare il concetto di “obbedienza all’autorità” secondo un’impostazione sperimentale milgramiana, per quanto finzionalmente resa, e pare interrogarsi su che cosa accade quando questa obbedienza è portata all’estremo, focalizzandosi sugli effetti psicologici di chi è soggetto a quella autorità. “Kuno. Un figlio degenere” mi sembra, in ultima istanza, un testo attualissimo, perché, visto da questa prospettiva, ci ricorda che il passo da “Un figlio degenere” a “Una società degenere”, incline a obbedire ciecamente a un’autorità (ritenuta tale), quale che sia il suo grado di follia, è davvero troppo breve, come peraltro la realtà non ci ha risparmiato dal ricordarcelo e farcelo esperire in tempi così bui come quelli che stiamo vivendo. Alla fine, questo “esperimento grottescamente anti-pedagogico” mi pare si riveli una lezione provvidenzialmente pedagogica per tutti e tutte noi…
Kuno è un adolescente quando il patrigno gli rivela il grande progetto che ha in serbo per lui: dopo lunghi studi e ricerche sul mondo delle piante, ha elaborato una serie di compiti e processi grazie ai quali il ragazzo potrà diventerà un albero ed essere interrato in giardino. Comincia dunque a sottoporlo a una dieta sempre più ferrea, lo costringe a esercizi insostenibili, durante i quali deve rimanere immobile in posizioni innaturali, fino ad agire su di lui delle trasformazioni fisiche deumanizzanti.
È chiaramente il progetto di un folle, ma è una parola che non sarà mai pronunciata. Anzi, ciò che rende questa storia realmente crudele e disturbante è che si svolge con la totale approvazione, accondiscendenza e servilismo di tutte le persone coinvolte, compresi la madre di Kuno e Kuno stesso. L’obiettivo comune, a prescindere dalla riuscita dell’esperimento, è obbedire alle indicazioni del patrigno, evitare che lui possa indisporsi o innervosirsi. Pena il silenzio, e un senso di colpa indotto con sapienza.
Renate Rasp, scrittrice tedesca tra le più provocatorie del Gruppo 47, scrive un libro tagliente, crudele, senza speranza, che strizza l’occhio all’esperienza del nazismo da cui la Germania era appena uscita.
È una metafora per nulla banale sull’educazione (sia in ambito familiare che sociale), su cosa significhi proiettare su altre persone quelli che sono i nostri desideri, i nostri ideali, i modelli che noi riteniamo validi, seguendo dinamiche egoistiche e ottuse che limitano la libertà altrui.
Non solo, Kuno è anche una riflessione sull’obbedienza incondizionata, sulle pericolose e mostruose conseguenze che può assumere se manca la capacità critica del singolo, e quindi la determinazione a opporsi, contestare, mettere in discussione chi si è eretto a figura di riferimento.
Con questo importantissimo recupero, Storie Effimere riporta a scaffale un classico che rappresenta la famiglia disfunzionale modello, e se sapete di cosa stiamo parlando mettete pure in conto che vi farà male. Lì dove fa male sempre, e pure lì dove non vi faceva male da un po’.
[non so se s’era capito, ma i trigger warning non si contengono]
Quando ho iniziato questo libro, avevo bisogno di una storia disturbante. Non posso dire di non averla trovata. Disagio e senso di impotenza hanno accompagnato il frusciare delle pagine. Kuno ha l'ingenuità del bambino che vuole rendere orgoglioso un genitore, ma si scontra con un uomo che, per sentirsi onnipotente, ha bisogno di diventare impeccabile giardiniere delle vite altrui. Un libro in cui l'immobilità, da costrizione, assume gradualmente i tratti di una passiva e silenziosa rivolta. Una storia che non lascia indifferenti. Perché non serve trasformarsi in albero per restare vittime della morbosa ricerca dell'approvazione altrui. E non è nemmeno necessario architettare un piano tanto diabolico per riuscire nell'intento di sottomettere totalmente qualcuno al proprio volere. Un'ultima nota di merito va, a mio avviso, alla descrizione dell'atteggiamento di competizione che viene a crearsi tra Kuno e la madre. Una sorta di 'mors tua, vita mea' scaturito dal tentativo di conquistarsi il favore di quell'uomo che ha ormai assunto le sembianze di un dio.
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Un romanzo tanto disturbante quanto affascinante, capace di sconvolgere profondamente il lettore con la sua parabola sulla violenza dell’educazione e sulla trasformazione forzata dell’individuo.
La storia segue il giovane Kuno, un bambino cresciuto in un ambiente familiare oppressivo, dominato da un patrigno dispotico che decide di trasformarlo in un albero. La narrazione svela con crudele precisione la follia di questa pedagogia distorta, mostrando la complicità della madre e la cieca sottomissione di Kuno, che accetta la sua metamorfosi con una devozione inquietante.
Rasp costruisce una storia dal tono gelido e implacabile, dove l’assurdo e il grottesco si intrecciano con una critica sociale feroce, riecheggiando atmosfere di kafkiana memoria. Con continui salti temporali, il romanzo non concede scappatoie né momenti di sollievo: l’evoluzione di Kuno è una lenta e angosciante discesa nell’abisso, fino a una paralisi esistenziale che lo lascia intrappolato in una condizione sospesa tra l’umano e il vegetale.
Kuno è un romanzo di rara originalità che anticipa tematiche che si ritrovano in opere più recenti come La foresta trabocca di Maru Ayase e La vegetariana di Han Kang, entrambe incentrate sulla trasformazione del corpo e sulla perdita dell’identità. Non è una lettura facile, ma chi è disposto a confrontarsi con un’esperienza letteraria provocatoria troverà in queste pagine una riflessione profonda e inquietante sulla sottomissione, sull’individuo e sul potere.
Un mix tra la vegetariana di Han Kang, la scrittura asettica e tagliente di Agota Kristof e l'esperimento di Milgram, Renate Rasp ci racconta di un esperimento pedagogico del tutto singolare: crescere il proprio pupillo, la propria cavia, con l'obiettivo di trasformarlo in un albero. Per il raggiungimento della meta, con una devozione e uno zelo totale e immotivati, Kuno accetterà di buon grado di sottoporsi a esercizi fisici spossanti, diete che degenerano in digiuni e addirittura ad un'amputazione. Renate Rasp ha una capacità incredibile di farci entrare nella psiche dei suoi personaggi (nonostante il punto cieco del romanzo resterà tale fino alla fine: perché accettare tutto ciò?), soprattutto nella descrizione dell'ambiguo rapporto madre-figlio, in una spietata competizione che ogni tanto lascia trapelare affetto e umanità. Che vi devo dire: a me più è disturbante più piace
Mi prenderò del tempo per scrivere un qualcosa che abbia senso, ma è quasi l’una di notte e ho appena terminato di leggere un libro che mi ha scossa.
Parlare di educazione per me è la norma: ormai sono più di otto anni che insegno e la mia professione è intimamente correlata alla formazione e alla pedagogia. Kuno ne è l’esempio più distorto e disturbante e la parabola della vita di questo adolescente che si fa succube delle volontà di un patrigno crudele e sadico mi ha fatto male al cuore.
Rasp racconta l’educazione nella maniera più malsana possibile, servendosi di quella che spesso viene usata come una metafora (l’idea di far crescere dritta una pianta nel senso di far crescere rettamente un ragazzo) nella maniera più grottesca e concreta. Ho amato.
Poco dopo aver compiuto dieci anni, lo zio svela a Kuno il progetto che ha in serbo per lui: trasformarlo in un albero. E una rivelazione destabilizzante, grottesca e disturbante - eppure Kuno, lungi dal mostrarsi turbato, accoglie la proposta con uno slancio di entusiasmo, sostenuto con convinzione dalla madre. Inizia così una preparazione durissima, scandita da una disciplina inflessibile che ha come scopo ultimo l'interramento nel giardino di famiglia: una dieta rigida, esercizi fisici al limite della sopportazione, lunghi periodi di isolamento, digiuni imposti, privazione sensoriale - per arrivare fino alle mutilazioni. Tutto concorre a un processo di spoliazione dell'umano in vista di un'ibridazione finale con la natura vegetale.
Non c'è via di fuga, non c'é ribellione: solo il lento avanzare dell'accettazione passiva, il desistere del pensiero, la resa silenziosa, la frantumazione della soggettività. Assistiamo inerti alla graduale e inesorabile caduta di Kuno negli abissi più oscuri, verso 'annientamento dell'identità, che lo rende prigioniero di uno stato di immobilismo, liminale, informe, a metà tra la vita umana e quella vegetale - ciò che rimane è l'eco sommesso di una volontà che si spegne.
Rasp scrive un romanzo implacabile in cui l'educazione diventa una forma di addomesticamento, di disfacimento dell'altro, di (s) radicamento forzato - il pensiero addestrato a non pensare; una coscienza educata a non esistere.
Ma va oltre: mostra il letale, esiziale influsso del potere dell'autorità su chi lo subisce, racconta le derive dell'obbedienza cieca e incondizionata, le forme mostruose che può assumere in assenza di spirito critico, di autonomia, di dissenso, ne parla come strumento di distruzione dell'individuo.
Così la soggettività si assottiglia, il pensiero critico si atrofizza, e ciò che resta è un'adesione silenziosa, 'asservimento volontario - l'autorita, qualsiasi follia cerchi di imporre, non deve più ricorrere alla violenza: ha già colonizzato la mente.
Il vero orrore sta proprio qui, nella mente che non si oppone: questo è il vero annientamento dell'individuo - la morte del pensiero.
«Mi rimproverava di aver distrutto la sua vita e allo stesso tempo mi baciava»
Uno dei libri più strani che abbia mai letto, ma estremamente coerente nella sua stranezza. Spesso con premesse del genere l'impalcatura metaforica vacilla, ma in questo caso nell'assurdità tutto ha perfettamente senso.
Kuno è un bambino normale, con un disperato bisogno di essere amato e stimato dalla madre e, soprattutto, dal patrigno. Quindi, quando quest'ultimo rende manifesto il desiderio di trasformarlo in un albero, fa i salti di gioia.
Kuno è quasi una satira della famiglia patriarcale, della dittatura arbitraria di uomini fondamentalmente inadeguati. Quasi, perché l'elemento comico è del tutto assente. Lo zio Felix detta legge in una casa che progressivamente perde il senso della realtà, tortura compagna e figlioccio inneggiando al bene di entrambi ed enumerando i propri sacrifici mentre mozza le mani a uno e toglie libertà all'altra. Fuor di metafora, è il delirio pedagogico di una società che cerca di trasformare a forza i propri giovani in qualcosa che non sono e non potranno mai essere. E se non riescono a rientrare nello stampo, li si può sempre mutilare.
Renate Rasp è spietata, il linguaggio semplice del bambino diventa veicolo di una coscienza che piano piano prende forma, per poi sbrindellarsi. Lascio un estratto:
Recensione a cura della pagina instagram Pagine_e_inchiostro: Kuno é romanzo spiazzante, disturbante e sorprendentemente attuale. Il protagonista, un ragazzino educato brutalmente da un patrigno deciso a trasformarlo in un albero, accetta passivamente un destino assurdo, mentre la madre osserva in silenzio. In un’atmosfera quotidiana ma claustrofobica e annichilente, viene costruita una parabola feroce sulla violenza psicologica e sulla disumanizzazione dell’individuo in nome di un ideale totalizzante. Con uno stile apro e grottesco, l’autrice smaschera le sconcertanti ipocrisie della società tedesca del dopoguerra, con una lucidità che esclude ogni indulgenza. É una lettura che inquieta e scuote, invitando a riflettere su quanto l’educazione possa diventare una forma di dominio.
Un romanzo che non sarà semplice da capire ma, se capito a dovere, può essere un bel pugno nello stomaco. Una critica al mondo genitoriale ma anche uno scontro generazionale tra vecchia e nuova guardia, il tutto da catapultare in una Germania appena uscita dalla guerra. Bello.
Sentite qua: Kuno vive con la madre e il patrigno e un bel giorno a quest'ultimo viene in mente di fare un esperimento pedagogico per trasformare il ragazzo in un albero. Potrebbe fare anche ridere se fossimo nel mondo dei Barbapapà, e invece questo è uno dei romanzi più disturbanti che io abbia mai letto: il fatto che le violenze psicologiche e fisiche vengano snocciolate così, in mezzo a una prosa limpida e secca che di enfatico ha ben poco, come se si stesse raccontando la cronachetta di una gita al lago, è una roba che mi ha steso. Notevolissimo, e brava la gente di Storie Effimere che ha ripubblicato in italia questo romanzo dopo anni di oblio.
4.5 ⭐️ “era come se lui mi avesse preparato a protrarre l’inganno il più a lungo possibile” Ho letto con fatica questo romanzo nonostante sia molto scorrevole ; l’unico motivo è stato il tema trattato dall’autrice. Questo senso di oppressione che esce dalle parole del protagonista si fa sentire chiaro è lampante. In un ambiente famigliare ci si dovrebbe sentire bene e sicuri, ed invece non è sempre così …
Soggetto per Haneke se facesse body horror. Molto disturbante, molto figo, non il mio genere di libro. Se le scrittrici giapponesi sono paxxe anche le tedesche non scherzano.
nulla poteva suscitarmi piu empatia verso le mie piante morte che questo libro (finito in un paio d’ore, come quelle che passerò a guardare il muro adesso)