C’è una persona che scrive, tra le bombe.
Ha diciannove anni, e avrebbe voluto raccontare dell’università, delle amicizie, dei sogni. Invece, scrive tra le macerie, nel buio che precede l’alba, con il suono dei droni a fare da colonna sonora. Il suo nome è Wi’am: è nata a Khan Yunis, nel cuore della Striscia di Gaza ed è palestinese. E questo, nel mondo infame che abitiamo equivale a una condanna.
Wi’am ci consegna un diario che è anche una prova vivente dell’orrore sistemico: l’assedio permanente, l’isolamento, il massacro a puntate di un intero popolo, completamente dimenticato quando non viene apertamente criminalizzato.
Scrive di notti senza sonno, non per inquietudini esistenziali, ma perché non esiste più un luogo sicuro dove dormire.
Perché la casa non c’è più. Il letto, i libri, la strada, la scuola… tutto è diventato polvere.
La sua voce, fragile ma incrollabile, ci parla di una violenza strutturale, voluta, organizzata con precisione da chi esercita un potere coloniale attraverso mezzi militari da oltre decenni.
Ogni pagina è un grido contro l’assuefazione e l’indifferenza. Ogni parola è una ferita aperta nella carne di chi legge.
E poi ci sono le domande: Wi’am si chiede se sia giusto sognare, quando tutto intorno muore. Se ha senso sperare, quando l’infanzia viene sepolta sotto i calcinacci.
A volte vacilla, poi si rialza. E scrive, resistendo: per sé, per chi non c’è più, per chi continua a sopravvivere senza un domani.