Wi'am Qudaih è una studentessa di diciannove anni della Striscia di Gaza. Il 7 ottobre 2023 la sua vita, come quella di ogni palestinese, viene stravolta; dopo i primi mesi di sfollamento inizia a riversare su quaderni comprati per collezione ciò che sente e osserva durante l'assedio israeliano. Scopriamo così i desideri, i ricordi e le paure dell'autrice prima della guerra, quando il voto di maturità, i giri in macchina e le uscite con le amiche avevano un senso ordinario e confortante. Questo bisogno di restare aggrappata alla vita nel ricordo del passato lascia spazio, però, all'orrore del presente, alla distruzione smisurata, all'attesa e a volte all'invocazione della morte. Lascia spazio anche all'ascolto del dolore degli altri, le cui storie vengono annotate con delicatezza e rispetto. Leggere queste pagine è un'occasione di aprirsi a una testimonianza ravvicinata del genocidio del popolo palestinese. Se il flusso costante di notizie tragiche offerto dai giornali può rendere sfuggenti e irreali anche gli avvenimenti più gravi, seguire Wi'am Qudaih nel suo gesto quotidiano di scrittura del diario restituisce concretezza e valore all'esperienza di chi, avendo subito ogni abuso, continua a restare in piedi.
Un diario che forse tutti dovrebbero leggere. Le immagini e i video di Gaza sono atroci da uno schermo, leggere la testimonianza di chi li sta vivendo sulla propria pelle è straziante. Uno spaccato crudo su ciò che i palestinesi sono costretti a subire, ormai da quasi 2 anni. Wi'am Qudaih, spero che un giorno potrai tornare ad essere felice, e a scrivere delle risate, e non delle lacrime.
Abbiamo passato la vita a costruire i ricordi per cui piangiamo oggi. La felicità di ieri è diventata le lacrime di oggi.
Questo diario racconta ciò che noi in Occidente sentiamo soltanto attraverso dati, statistiche e titoli di giornale, mentre osserviamo distrattamente il telegiornale, già catturati dallo scandalo del momento costruito per spostare altrove la nostra attenzione. Wi'am è una ragazza di diciannove anni la cui vita si è spezzata nell'ottobre del 2023. Da allora ha conosciuto ogni volto della guerra: l'umiliazione, la tortura, la fame, la sete e il dolore incolmabile della perdita delle persone amate. Ciò che più mi colpisce della letteratura palestinese è la capacità di raccontare l'orrore senza rinunciare alla bellezza della lingua. Gli scrittori e le scrittrici palestinesi attraversano la sofferenza sostenuti dalla fede e da un lirismo che attinge alla natura, gli uccelli, il vento, il mare diventano immagini di resistenza e speranza, anche quando la morte investe le città desertiche e le tende degli sfollati. È un libro che non concede alcuna consolazione, a nessuno. Il diario si interrompe alla fine del 2024, ma sappiamo che gli orrori disumani dell'esercito israeliano continuano ancora oggi a massacrare un popolo. Ancora oggi c'è in atto un genocidio volto a distruggere fisicamente e psicologicamente un popolo.
Wi’am Qudaih ha 19 anni. Il 7 ottobre 2023 (proprio nei giorni in cui avrebbe dovuto scegliere il corso di laurea e iniziare l’università) tutto cambia. Da quel momento prende in mano qualsiasi supporto per scrivere pagine di diario disperate: il racconto di una quotidianità spezzata.
Ci sono le risate che svaniscono, le esistenze smarrite tra case distrutte, i sogni ridotti a ricordi lontani. La notte diventa culla di incubi. Persino i volti dei bambini, che dovrebbero custodire solo spensieratezza, appaiono induriti: la guerra li fa crescere in fretta. Ogni giorno è uguale all’altro, fatto di conti macabri – vittime, feriti, macerie.
A Gaza, scrive Wi’am, “hanno rubato il significato della vita”. Eppure tra le righe emergono anche frammenti di canzoni, piccoli gesti quotidiani che resistono, l’impotenza che stringe ma anche una speranza fragile, che continua a farsi spazio.
Il diario si chiude il 7 agosto 2024. Ma l’orrore, lo sappiamo tuttə, non si è ancora fermato.
C’è una persona che scrive, tra le bombe. Ha diciannove anni, e avrebbe voluto raccontare dell’università, delle amicizie, dei sogni. Invece, scrive tra le macerie, nel buio che precede l’alba, con il suono dei droni a fare da colonna sonora. Il suo nome è Wi’am: è nata a Khan Yunis, nel cuore della Striscia di Gaza ed è palestinese. E questo, nel mondo infame che abitiamo equivale a una condanna.
Wi’am ci consegna un diario che è anche una prova vivente dell’orrore sistemico: l’assedio permanente, l’isolamento, il massacro a puntate di un intero popolo, completamente dimenticato quando non viene apertamente criminalizzato. Scrive di notti senza sonno, non per inquietudini esistenziali, ma perché non esiste più un luogo sicuro dove dormire. Perché la casa non c’è più. Il letto, i libri, la strada, la scuola… tutto è diventato polvere. La sua voce, fragile ma incrollabile, ci parla di una violenza strutturale, voluta, organizzata con precisione da chi esercita un potere coloniale attraverso mezzi militari da oltre decenni. Ogni pagina è un grido contro l’assuefazione e l’indifferenza. Ogni parola è una ferita aperta nella carne di chi legge. E poi ci sono le domande: Wi’am si chiede se sia giusto sognare, quando tutto intorno muore. Se ha senso sperare, quando l’infanzia viene sepolta sotto i calcinacci. A volte vacilla, poi si rialza. E scrive, resistendo: per sé, per chi non c’è più, per chi continua a sopravvivere senza un domani.
«Sono arrivata ad avere una vasta collezione di penne e di quaderni non utilizzati. Non avrei mai immaginato che un giorno li avrei usati. Ma poi è arrivato un momento in cui in tutta Gaza non si trovavano più né quaderni né penne, e la scrittura è diventata il mio unico sfogo.» (Wi’am Qudaih, “Diario da Gaza”, p. 25, 15 febbraio 2024)
7 ottobre 2023, Gaza. La diciannovenne Wi’am Qudaih, fresca di diploma, prende un autobus che dovrebbe portarla all’università, dove ha intenzione di scegliersi un corso di laurea. Non ci arriverà mai. Dopo l’attacco subito dai terroristi di Hamas, Israele sferra la sua controffensiva e per i civili che affollano le strade di Gaza si scatena l’inferno dei bombardamenti. Da questo istante, per Wi’am, la sua famiglia e le persone da lei amate, inizia un calvario di terrore, fame e continue fughe in cerca di un lembo di terra che ancora si possa dire sicuro. Wi’am riesce a tenere con sé penna e quaderni, che le consentono di annotare, sin dal primo giorno, la cronaca della tragedia che si è abbattuta su di lei e su tutte le persone della striscia di Gaza. Nasce così il suo “Diario da Gaza” (Tamu, 2025), un resoconto crudo e autentico della guerra in corso, attraverso gli occhi di una giovane palestinese.
Il testo, che raccoglie i pensieri e i resoconti scritti dall’autrice tra il 7 ottobre 2023 e il 7 agosto 2024, è un concentrato di dolore e di angoscia, il pianto di chi sta vivendo una guerra dall’interno. È un libro che grida il proprio strazio, che piange chi è morto, che intona preghiere sottovoce, che fa liste di desideri ancora da esaudire, che si aggrappa con le unghie e con i denti alla speranza di un’alba senza morte né distruzione. È un testo che ferisce e che strazia, una preziosissima testimonianza diretta che ci parla senza censura alcuna, spezzando la nostra quotidianità e obbligandoci a un ascolto autentico.
Wi’am parla di eterne notti insonni, in cui anche il più fragile rumore fa balzare il cuore in gola nel timore di un nuovo, ennesimo bombardamento. Parla di giorni aspri e vuoti in cui si cerca di sopravvivere e in cui la vita vera, quella di prima, pare sospesa in un limbo, lontana e ormai irraggiungibile. Il suo è un viaggio terribile, di tenda in tenda, di casa distrutta in quartiere sfollato. Passa per strade piene di macerie e di morti, in cui non c’è tempo di seppellire i cadaveri. Fa la conta dei sogni infranti, quelli di una ragazza che vorrebbe studiare all’università, pubblicare un libro, viaggiare, o anche solo poter ancora prendere un gelato con le amiche.