Questo memoriale narra le esperienze di Giovanni Comisso nella Grande guerra. Prima soldato e poi, a causa del suo titolo di studio, sottotenente del Genio (oggi si direbbe Trasmissioni), Comisso si trova prima a stendere fili telefonici nella zona del Carso, poi nell'alta Valle dell'Isonzo, nei pressi di Caporetto. E' testimone oculare della disfatta e del conseguente collasso del Regio Esercito, e racconta con ampiezza di dettagli le sue peregrinazioni assieme a un'armata in rotta. Riesce a raggiungere la natia Treviso col suo reparto, e in seguito prende parte sia alla battaglia del Solstizio che all'offensiva di Vittorio Veneto. Scritto con una prosa tersa e misurata, che ha retto sorprendentemente bene al passare del tempo, Comisso riesce a mantenere sempre un certo distacco dal marasma in cui vive, e si astiene da qualsivoglia valutazione morale o politica.
Da un lato si fa apprezzare l'elegantissima ma semplice prosa di Comisso; dall'altra, non aveva tutti i torti Isnenghi a parlare di "guerra privata". Il trevisano Comisso passa buona parte della guerra "in casa", in terre che già conosceva e frequentava; e per quanto l'attività di stendere fili telefonici fosse occasionalmente non del tutto scevra di rischi, era comunque ben altra cosa dall'andare all'assalto nella terra di nessuno. E' comunque un affascinante tassello nella rappresentazione della guerra offerta dagli scrittori italiani, che non sfigura accanto a Un anno sull'altipiano di Lussu e Vent'anni di Alvaro, per quanto non abbia la fulminante ironia del primo e la lacerante intensità del secondo.