Due gemelle palestinesi, Nur e Layla, fuggono a nord della Striscia a seguito del 7 ottobre 2023. Già orfane di padre, morto anni prima in uno degli innumerevoli attacchi israeliani su Gaza, durante le prime offensive dell’IDF perdono anche la madre, trovandosi quindi sole ad affrontare il genocidio in corso. Nur è cieca dalla nascita e viene guidata dalla sorella Layla che, pensando di proteggerla, le mente su ciò che sta accadendo.
Il suono delle bombe diventa così lo scoppio di fuochi d’artificio, le urla dei feriti urla di festa e le lenzuola bianche con cui vengono avvolti i corpi dei civili abiti da sposa. Le sorelle trovano rifugio nell’ospedale di Al-Ahli Arab a Gaza City, il quale, tuttavia, viene bombardato poco dopo. Nel conseguente disastro umanitario, Layla perde Nur, portata via dai soldati.
Da qui in poi il suo obiettivo diventa ritrovarla. Tutto ciò che ha della gemella è il suo volto identico, ad eccezione degli occhi bianchi, che mostra agli estranei per ritrovarla.
Mi sono immersa completamente nelle 100 pagine di questo libro che ci trascina nell'inferno di Gaza con tutta la delicatezza di una fiaba e la forza della verità. Sembra forse strano parlare di delicatezza e di fiaba ma questa è l'esperienza che ho fatto leggendo queste pagine. Perché le fiabe sono quello che ci raccontano da piccoli per farci affrontare il mondo, per spiegarcelo, quando ancora non lo possiamo capire. E questo libro è un po' quello: un modo per spiegare a noi, privilegiati, colpevoli, comodi, cosa vuol dire stare in mezzo all'inferno. Ci sbatte in faccia, con forza, la verità. LEGGETELO.
Bello, molto bello. Anche se molto duro. Scritto bene, con uno stile asciutto - ma altro un tema simile non lo accetterebbe. Come possiamo ancora oggi andare a letto tranquilli SAPENDO cosa sta succedendo ORA sotto i nostri occhi? Come faremo a perdonarcelo? Come lo spiegheremo ai nostri figlio, ai nostri nipoti?
I martiri, diceva papà, sono i morti che non muoiono e quando li avvolge il lenzuolo non dormono, aspettano il mattino. Nella notte ci accom-pagnano, stanno sulle nostre spalle come un respiro leggero, intarsiato con l’oro delle stelle che non il cielo ma loro e solo loro portano su Gaza. I martiri hanno una fiamma sopra il petto, sono pettirossi di fuochi fatui che ci scaldano le ossa: un giorno torneranno, illumineranno ogni cosa. Un giorno ci riporteranno a casa. Ogni palestinese ucciso all’ombra dei papaveri un giorno tornerà e sfilerà tra i palazzi liberati come l’acqua con cui irrigheremo i campi senza più confini, senza muri né checkpoint. I primi saranno i martiri bambini, diceva papà. A loro è aperta la porta di ogni paradiso. Io li guardo spesso, appesi alle costellazioni e mi manca il fiato.
Adesso i giornali di tutto il mondo parlano dei nostri quindici anni e di quel 7 ottobre 2023. Hanno cancellato il prima, non è esistito. Parlano di difesa, di ostaggi, di Hamas. La verità però non è guscio di mora né foglia di ortica, non è semplice e non ci sta nella paura. Le sbarre della nostra prigione c’erano già, da molto prima che papà scrivesse “libertà” sui muri, da molto prima che la casa dei nonni venisse loro strappata e, con soltanto la chiave dell’ingresso a ciondolo sul collo, arrivassero qua da villaggi che ora non esistono più. Molte cose sono state cancellate e i nostri morti sono morti due volte, in attesa
«Finché ci saranno rovine, ci saranno sassi da ti-rare. Fino ad allora resisteremo». [...] Un sasso proprio a punta, pare una freccia, ti chini e lo raccogli, soddisfatta. Decidi che non lo farai vedere a Mimi, che non ti lascerebbe andare ma glielo racconterai dopo, come le racconti il mondo perché lei non può muoversi dalla tenda, non può camminare senza il suo bastone, né correre. Scacci il pensiero. Non accadrà niente. Un altro mese perché si sfoghino, poi tornerà come prima, ti dici. Davanti a una casa alcuni soldati si fanno dei selfie. Ti nascondi dietro la colonna monca di un palazzo, osservi. Ridono sguaiati per farsi sentire bene, si passano biancheria da donna e si fotografano facendo finta di indossarla. La pietra ti prude nella mano, il momento non è giusto e tua nonna ti aspetta.
Ieri, attorno all’unico cellulare rimasto, stavano in un gruppetto di cinque, attaccati a una centra-lina elettrica moribonda. Cercavano notizie dal mondo fuori perché la domanda è un po’ sempre la stessa. Che fanno, gli altri, il resto degli esseri umani? Ci stanno guardando? E se ci guardano morire in diretta, se stanno vedendo questo genocidio consumato in streaming, perché rimangono a guardare?
Lo so che sei stata benedetta ancora, che non è toccato a me. Lo so che sei morta.
Il libro è stato proposto dal gruppo di lettura cui partecipo e ammetto che, una volta letta la sinossi, non partivo con molte aspettative. Temevo erroneamente potesse risultare un po’ scontato. Invece mi ha stupita, non è stata tanto la narrazione dei fatti a colpirmi, ma una serie di immagini e suggestioni che possono riuscire ad arrivare direttamente più nel profondo, come fosse una lunga poesia, una canzone. Ci sono parti molto crude e dirette, ma mai gratuite, che combinate a questo linguaggio visionario, mi hanno fatta empatizzare in modo particolare e commuovere. È ancora più sorprendente per il fatto che l’autrice non ha esperienza diretta della situazione. Spero molte persone lo leggeranno.
Due sorelle gemelle Nur e Layla, legate insieme dalla nascita e ancorate alla Palestina dalla volontà di custodire la terrà; proprio di chi sa di esserci nato e non di averla occupata. Un doppio legame di sorellanza e Resistenza fino al martirio. Perché dalla terra si nasce e per la terra si muore.
Poche pagine, tanto significato. Uno straziante viaggio all'interno di una piccola immagine nella vita del genocidio. Un racconto che ti mastica, ti spezza e ti lascia sulla fredda terra della realtà della sofferenza. Un libro che cambia, come ci ha cambiatə questa falsa guerra ad un popolo ormai inerme, un libro che non darà la forza di lottare forse, ma di ricordare sicuramente.