Che dire, un libro che è nelle mie corde. Chi me l'ha consigliato lo sapeva, ma proprio nelle mie corde precise precise! Una saga familiare, una regione di caldo e mare (anche se di mare se ne vede pochino!), un'epoca - almeno nella parte finale - che si sovrappone alla mia adolescenza. Una saga poi, vista tutta al femminile, come anche a noi donne Ibba piace pensare...una linea materna
“La mamà dice che non vuole cucinare perché costa troppo dare da mangiare a tutti quanti e perché non c’è da far festa per la fine della guerra.”
“La mamà ha ragione, scrocconi e morti di fame che non sono altro,” era stata la conclusione di Donato. “Che dobbiamo festeggiare, poi? Chi era fascista ieri, è ancora fascista oggi.”
Santi aveva passato un disastroso pomeriggio di silenzio con Selma, mentre Selma aveva passato un meraviglioso pomeriggio di silenzio con Santi.
E così Rosa, la domenica successiva, aveva voluto incontrare Santi Maraviglia nel patio dell’Osteria. Accanto a lei, composta, c’era Selma. Fernando stava dietro, in piedi, utile come una colonna quando non c’è il tetto - Just like a man!!!
Dentro Il Barbiere di Siviglia c’era un’aria che si chiamava La calunnia è un venticello. Era iniziata sottile come una brezza, lungo tutto il quartiere, la diceria su Lavinia Maraviglia e Peppino Incammisa. Era una vergogna questo fatto che, dopo tutto quello che padre Donato Quaranta aveva fatto per lui, Peppino gli insidiasse la nipote; e in chiesa le pettegole non parlavano d’altro, alla faccia delle buone cristiane che non erano mai state.
Ogni volta che zio Fernando si rivolgeva a lei, lo faceva con il fare saggio di un capofamiglia, ma senza comandare e senza la scortesia con cui, nei ricordi di Marinella, Santi Maraviglia si rivolgeva sempre a Selma.
“Perché non è suo marito,” era stata la spiegazione di Lavinia.
Umberto avrebbe buttato un occhio verso le ragazze, ignorandole tutte, specialmente Rosaria. Questo perché, di tutte le cose false mai scritte, “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” restava forse la più crudele.
Eduardo Cancellaro non era uno scemo. Aveva buoni voti a scuola e, se non si fosse fissato con quella cosa del calcio, suo padre gli avrebbe volentieri pagato l’università. E forse avrebbe esercitato la sua arguzia per diventare un uomo migliore del ragazzo che era nel 1981. O magari no. Quanta gente faceva l’università e rimaneva tale e quale, e anche peggio.
Magari non è nemmeno l’abito da sposa a calzare male, magari è soltanto lei che ci si vede poco. O forse è come diceva nonna Rosa dei mariti e la mamà dei vestiti: “Tutta abitudine Patri’, appena prendi le misure poi non ci pensi più”
Patrizia si aggiusta la cintura di seta e punta il naso contro le sue sorelle. “Lo sapete, vero, che il cognome delle donne è una cosa che non esiste. Portiamo sempre quello di un altro maschio.”
“Vabbe’, ma una può pure dire: da qui in poi il cognome è quello mio e di nessun altro.”