Questo saggio è un esercizio di spirito critico. E quanto ne abbiamo bisogno di cagnacci come Fini ai tempi odierni. D'altra parte è lui stesso a dirlo nella prima pagina del libro (cito):
Questo libro è dedicato soprattutto ai giovani perché, attraverso le menzogne sulla storia di ieri, sappiano riconoscere quelle, per loro certo più importanti, sulla storia di oggi.
Solo questo pensiero, credo assolutamente sincero vista la caratura morale del personaggio, varrebbe il massimo dei voti.
Ovviamente, e credo di poter parlare anche a nome di Fini (dato che rispetto molto la sua indubbia intelligenza), non è che qui si fa riferimento alla pagliacciata delle fake news, e alle commissioni inter-parlament-planetarie nate per soffocare questo pericolosissimo fenomeno. Quelle sono sciocchezze che alimentano il tronituante e garguantuesco appetito del mondo dei mass media, che vivendo di notizie, in un mondo interconnesso che ne fabbrica - vere, finte, un pò e un pò non ha la minima importanza - ogni secondo a migliaia, troveranno sempre e comunque alimenti per la loro voracità.
Fini parla dei grandi argomenti, di quelli che cambiano la storia, grande o piccola che sia. E non preoccupatevi che gli apparati di potere, e i media che ne sono l'autorizzato megafono, quegli argomenti non li scandaglieranno mai come fanno con le altre cazzatine, quelle che servono da specchietto per le allodole.
Viviamo in un mondo sempre più misero. Culturalmente e intellettualmente.
Perchè allora solo tre stelle?
Perchè, a mio modestissimo parere, nel suo lodevole e ben argomentato intento - rivalutare Nerone - Fini tracima un pò.
Nerone non fu un pazzo sanguinario. Fu un uomo colto con un ben preciso piano politico in testa: abbattere in maniera definitiva i fingimenti ipocriti ereditati da Augusto, quelli che mascheravano una monarchia assoluta de facto in una repubblica formale, con al vertice un princeps primus inter pares che aveva il compito di mediare fra gli interessi degli spaventosamente ricchi aristocratici della classe senatoria e quelli delle classi emergenti (oltre che, molto più defilato, del popolino).
Ma Augusto, baro nato, lavorava di fioretto; i suoi successori si barcameneranno, ereditando da lui gli squilibri evidenti dovuti a questa situazione e agendo anche con ferocia nei confronti di un Senato che non aveva nessuna intenzione di perdere alcuno dei propri immensi privilegi; infine Nerone, che nella prima parte del suo principato tenterà di mediare (imboccato da quella vecchia volpe conservatrice di Seneca) mentre nella seconda, messo via il fioretto, comincerà a colpire di spada per finire di randello. Sarà la rottura totale col Senato, le congiure e infine la deposizione.
Qui critico Fini. Nerone fu sicuramente un uomo del popolo e delle classi emergenti, vedendo in esse la vitalità che era necessaria per uno stato di dimensioni colossali come l'Impero. Dell'immobilismo parassitario dei senatori, pensava, Roma non trarrà nessun beneficio; anzi, solo nocumento.
E aveva ragione. Ma sbagliò i modi e probabilmente i tempi, non avendo forse la pazienza di tessere la giusta tela intorno agli incartapecoriti senatori per prenderli ai fianchi un pò alla volta.
Inoltre, cosa ben più grave, perse il favore delle classi emergenti, da lui ampiamente favorite, con quella "rivoluzione culturale" ellenizzante con cui voleva modificare (stravolgere, sarebbe meglio dire) la rigida mentalità romana. Alzò decisamente troppo il tiro e la pagò cara. Che poi la cultura e la mentalità ellenistiche fossero più adatte a governare il mondo, come sostiene Fini (e come credeva Nerone) è tutto da dimostrare: Alessandro Magno, il fondatore dell'ellenismo, fu uno straordinario visionario ma di fatto si curò assai poco del governo dell'immenso regno che aveva conquistato; e i suoi diadochi passarono la vita a scannarsi fra di loro disintegrando l'Impero mentre i loro discendenti, formalmente potentissimi, vennero letteralmente spazzati via, con somma facilità, dai retrogradi romani.
Se la visione egualitaria di Nerone e la politica conseguentemente intrapresa di scontro col Senato fu, ai nostri occhi certamente encomiabile e coraggiosa (al pari delle scelte pacifiste in politica estera), più discutibile fu la svolta culturale filoellenica, fatta sia per ragioni ideologiche che per seguire la propria personalità esuberante e poliedrica. Il popolo non capì, così come oggi non capirebbe - per dire - un Presidente del Consiglio che va a cantare a Xfactor (Renzi, se stai leggendo, sarebbe un'idea comunque...).
Grandi onori, grandi oneri potremo dire. E Nerone era un uomo politico, non un cantante ed entrambe lo cose non potevano coesistere insieme pubblicamente. Il citaredo assassinò il politico, prendendo il sopravvento alla fine: l'inedia con cui Nerone fu travolto dagli eventi nel 68 è emblematica e propone altre criticità sulla statura politica dell'uomo.
Poi ci sono i pochi delitti su cui non vale nemmeno la pena soffermarsi: primo, perché vai a sapere quali effettivamente commissionò Nerone (le fonti che ce li raccontano sono tutte, senza esclusione, a lui avverse e notoriamente scandalistiche); secondo, perché che sappia io non c'è stato un solo uomo politico del passato (e non solo del passato) che non ne abbia commessi, di crimini. Nerone non fu certamente peggio dei suoi predecessori (né dei suoi successori): il raffinato Adriano, per dire, cominciò il suo regno con una purga generale degna del miglior Stalin.
Insomma, il saggio è ottimo per fare un pò di chiarezza su una figura che, sicuramente, non fu il mostro tramandatoci dalla storiografia conservatrice romana e da quella sommamente ridicola di stampo cristiana, ma nemmeno il grandissimo politico che Fini vorrebbe. Un buon capo di stato, persosi nei suoi sogni artistici troppo presto.