C’è sempre un lutto, al centro dei romanzi di Fabrizio Patriarca. Come l’Alberto Roi di Tokyo Transit, e parimenti al Riccardo Sala dell’Amore per nessuno, Dario Clementi in William Shatner baciava da dio rielabora a modo suo una perdita. Al funerale della madre, il quarantasettenne ex-studioso di lirica barocca e ora al soldo dell’intelligenza artificiale, s’innamora di Bianca Belpasso, di diciott’anni più giovane di lui, con la quale vivrà una relazione non priva di effetti collaterali.
Patriarca riesce a narrare l’anaffettività persino quando di mezzo c’è una totalizzante storia d’amore, e lo fa con l’unico stile possibile, quel barocco studiato dal protagonista, nell’accezione migliore del termine – ammesso che ne esista una peggiore.
La lingua viene portata alle estreme conseguenze, in un pastiche dal sapore apparentemente gaddiano, e che però ha in sé un’anima figlia di Philip Roth e Martin Amis: un po’ come se entrambi avessero fagocitato il miglior Aldo Busi, con il classico (nel senso di greco-latino) a far da contraltare alla cultura pop, alla fantascienza, al dialetto, a un tragico mutuato in farsesco.
Il primato della forma, nel caso di Patriarca, fa inevitabilmente il paio con l’esaltazione della sostanza, giacché l’una non esiste senza l’altra. E mai come ora necessitiamo di autori e romanzi così, in una contemporaneità letteraria nella quale l’italiano è spesso asettico e dove imperano i contenuti preconfezionati.
(recensione uscita su «Blow Up» di maggio 2025)