Luglio 2019. In una Roma allegramente fascista, assediata dalle bizze di uno spirito capriccioso detto «il Verme», Dario Clementi è finalmente riuscito a innamorarsi. Durante il funerale di sua madre. Lei è Bianca Belpasso, «una vera principessa di Roma Nord» apparsa come uno squarcio su piazza della Balduina. Dario ha quarantasette anni, è un esperto di poesia barocca, esercita il suo furore enciclopedico su Star Trek, a suo tempo ha scritto un romanzo cervellotico che ha venduto sessanta copie e adesso lavora per la misteriosa Fondazione Nevralia, col compito ancora più misterioso di fingersi un modello di IA su una piattaforma sperimentale. Ha un’ex moglie logopedista di successo, un figlio gay bullizzato dai compagni di classe, virtuoso del cubo di Rubik e in definitiva genio matematico, soprattutto ha un molesto coinquilino, il Černobyl’, «un orizzonte di vizio in pantofole a forma di koala». Bianca di anni ne ha ventinove, gestisce un portale online di baby-sitter a noleggio e vanta un circoletto di ammiratori nella borghesia di destra, pronti a farla pagare molto cara a Dario. Che mentre affonda nell’incomprensibile progetto della Fondazione Nevralia dovrà vedersela con le conseguenze impreviste – e immancabilmente nefaste – della sua relazione; col cordoglio del padre, che ha preso il colore di una stupidità trionfante; con la bara di sua madre bloccata in un deposito, prigioniera della burocrazia. Ma cosa succede quando siamo costretti a sopportare simultaneamente l’amore e il lutto? Rispondiamo alla tragedia o alla fantascienza? William Shakespeare o William Shatner?
Da un funerale nasce un susseguirsi di vicende tragicomiche in una Roma assolata per finire in una descrizione minuziosa di un amplesso pornografico come rivalsa del protagonista verso il mondo intero.
C’è sempre un lutto, al centro dei romanzi di Fabrizio Patriarca. Come l’Alberto Roi di Tokyo Transit, e parimenti al Riccardo Sala dell’Amore per nessuno, Dario Clementi in William Shatner baciava da dio rielabora a modo suo una perdita. Al funerale della madre, il quarantasettenne ex-studioso di lirica barocca e ora al soldo dell’intelligenza artificiale, s’innamora di Bianca Belpasso, di diciott’anni più giovane di lui, con la quale vivrà una relazione non priva di effetti collaterali.
Patriarca riesce a narrare l’anaffettività persino quando di mezzo c’è una totalizzante storia d’amore, e lo fa con l’unico stile possibile, quel barocco studiato dal protagonista, nell’accezione migliore del termine – ammesso che ne esista una peggiore. La lingua viene portata alle estreme conseguenze, in un pastiche dal sapore apparentemente gaddiano, e che però ha in sé un’anima figlia di Philip Roth e Martin Amis: un po’ come se entrambi avessero fagocitato il miglior Aldo Busi, con il classico (nel senso di greco-latino) a far da contraltare alla cultura pop, alla fantascienza, al dialetto, a un tragico mutuato in farsesco.
Il primato della forma, nel caso di Patriarca, fa inevitabilmente il paio con l’esaltazione della sostanza, giacché l’una non esiste senza l’altra. E mai come ora necessitiamo di autori e romanzi così, in una contemporaneità letteraria nella quale l’italiano è spesso asettico e dove imperano i contenuti preconfezionati.