Figlia ribelle di una famiglia borghese, razzista e conformista degli Stati Uniti, Grace scopre fin da piccola la danza e il jazz. Per fuggire dai suoi genitori si sposa giovanissima con un giocatore di rugby da cui ha la sua prima figlia. Ma il matrimonio dura poco, la madre e il marito tramano alle sue spalle portandole via la bambina. La danza, la vita e il dolore per la perdita la spingono a scappare ancora più lontano, fino a New York. Sono gli anni Sessanta e la città è in fermento; arte, danza, teatro, letteratura si intrecciano nei club e tra le strade. Nutrita da questo ambiente e dall’amore ardente per Sam, un musicista afroamericano, trombettista che spesso suona con John Coltrane, Grace è al centro della rivoluzione artistica di quegli anni. Partecipa con creatività e talento al movimento della Postmodern dance, basando le sue coreografie sull’improvvisazione e la performance. Ma la droga, i pregiudizi, le incomprensioni e la fatica di essere sia artisti che genitori tormentano la coppia e l’esistenza di Grace, che continua negli anni a sentirsi unfit, inadatta. Gli ostacoli sono moltissimi, gli addii anche, i cambiamenti non mancano, ma Grace ha la tenacia di resistere, non tradire la propria identità e aprirsi sempre al viaggio e alla scoperta. Chiara Mezzalama, tra le avenues di New York spazzate dal gelo e i vicoli di Roma dove il caldo si attacca alla pelle, ci racconta una figura femminile ammirevole e intransigente che vive intensamente per la sua arte, e lo fa con empatia e inventiva andando al cuore di cosa vuol dire danzare per essere sé stesse.
Il romanzo abbraccia la storia di Grace che va dagli anni settanta al 2014, ambientata tra New York e Roma.
La prima parte del romanzo non sembra scritto da una scrittrice italiana: mi è sembrato avere lo stile tipico degli scrittori afroamericani.
Una storia molto travagliata, in cui solo la danza è l’unica via di salvezza
“il palco è la vita più vera, è lì che gli artisti vivono, il resto è ombra e oblio, ma sul palco si è vivi il doppio e io mi sento bene, potrei danzare per sempre, senza mai fermarmi, e in effetti mi accorgo che c’è una gran folla di musicisti e danzatori e tutti sono intorno a me e mi portano dei fiori e io ho voglia di piangere ma ingoio le lacrime, sul palco non si piange, sul palco si vive e forse si piange anche, perché no, e allora mi lascio andare, tutto si mischia e si confonde, finché lentamente il palco si svuota. Mi ritrovo sola, seduta su una sedia. Step into the circle of life and breath.”
“La terra”, disse, “che sia legno o sabbia o cemento; è sempre sulla terra che devono poggiare i piedi. I piedi sono le tue radici. I fianchi sono il baricentro. Il cuore è il motore. Tutto il resto viene di conseguenza”.
La storia di Grace comincia a San Francisco, negli anni Cinquanta. Fin da bambina manifesta un temperamento artistico e un carattere determinato. Nata in una famiglia borghese benestante e reazionaria, ben presto Grace entrerà in conflitto con i genitori, anche se da loro assorbe le passioni che la accompagneranno per tutta la vita: la musica, in particolare il jazz, e la danza.
L’autrice segue le vicissitudini della sua protagonista dagli anni Sessanta al primo decennio dei Duemila, saltando con disinvoltura nel tempo e nello spazio. Dalla California a New York, dalle Hawaii alla Nuova Zelanda, dall’America all’Italia (e ritorno) Grace combatte la sua battaglia per l’indipendenza, la libertà, l’amore. Attraversa la sofferenza della perdita, difendendo strenuamente la propria intima passione, patendo le conseguenze devastanti delle sue difficili scelte, assumendosi il rischio della trasgressione, sfidando la rigida morale del perbenismo borghese, cadendo mille volte, rialzandosi mille e una volta ancora.
La seguiamo con trepidazione, ammirandone il coraggio, comprendendone la debolezza, vivendone i conflitti, rivisitando nel corso di 270 pagine l’humus culturale, sociale e politico dei decenni che hanno profondamente segnato la nostra storia, cambiato il nostro modo di guardare la realtà, lacerato le nostre certezze, acceso e spento le nostre speranze.
Grace è l’emblema di una donna che si sente “unfit”, inadatta, ribelle per natura e per scelta, mai conforme al ruolo che la società le impone e mai obbediente a ciò che da lei gli altri si aspettano. E mentre attraversa, ferita, i cambiamenti epocali e le tragedie della sua vita, persevera, nonostante i venti contrari, a difendere e praticare la sua vocazione più intima e pura, ciò che la riempie di vera gioia: la danza.
In esergo ai vari capitoli incontreremo le citazioni di coloro che hanno rivoluzionato la musica e la danza, da John Coltrane a Martha Graham. E ci immergeremo soprattutto nelle atmosfere degli anni Settanta e Ottanta, cammineremo sulle strade di New York e su quelle di Roma.
Con pennellate sicure, partecipazione emotiva, intensa vibrazione ma anche capacità di distacco, Chiara Mezzalama costruisce un romanzo la cui stesura è essa stessa un romanzo, come l’autrice racconta in una toccante intervista sul quotidiano “Domani”.
E infine questo libro è una celebrazione dell’arte come espressione e strumento della libertà interiore, il cui raggiungimento è il modo in cui il daimon personale realizza il senso del nostro destino, avvicinandoci forse all’universale sorgente divina.
Come recita un proverbio sufi: “Dio ti rispetta quando lavori, ma ti ama quando danzi.”
Grace nasce nella San Francisco borghese degli anni ’50, dove si respira un’educazione conformista, ipocrita, fatta di buone maniere e razzismo mascherato da modernità. Lei, però, si è sempre sentita fuori posto. Ribelle, istintiva, danzante: il corpo è il suo modo di esistere. Fin da piccola si integra ovunque, guidata da scelte impulsive e profondamente autentiche. La musica, soprattutto il jazz, la chiama e le entra dentro, la fa muovere, vivere. Negli anni ’60, il primo amore la allontana dalla danza per un po’. Rimane incinta, e la madre — incapace di accettare le sue scelte — prende una decisione che spezzerà qualcosa in lei. Grace taglia i ponti e parte per New York. Lì incontra Sam, musicista nella band di John Coltrane: il grande amore, quello che ti travolge. Due figli, Sally e Michael, una vita intensa tra loft pieni di artisti e notti senza regole. Ma alcol e droga rovinano il sogno e Grace, ancora una volta, sceglie di salvarsi. Ricomincia da capo: cameriera, danzatrice, madre. Un incontro fortuito la porta a Roma, nei primi anni ’80. È l’inizio dell’Estate Romana e Grace torna a respirare attraverso la danza.
Sul palco tutto è possibile. Nell’improvvisazione non esistono errori.
È una storia di madri e figlie, di ferite e perdoni, di rinascite e bellezza. C’è Martha Graham, Pina Bausch, Cunningham. C’è Coltrane, il jazz, la carne che vibra. C’è New York e c’è Roma, con la sua luce calda e accogliente.
Grace è viva, è uscita dalla pagina e mi è rimasta addosso. È un libro per chi ha danzato, ma anche per chi ha solo desiderato farlo. Per chi sa che il corpo ricorda, che la vita si attraversa e non si guarda da uno schermo. La scrittura di Mezzalama è limpida e potente. Un invito a vivere. Senza filtri.
Un romanzo che sorprende per tono e stile: non sembra scritto da un’autrice italiana, e per certi tratti ricorda le atmosfere tese e borghesi di Revolutionary Road.
La struttura narrativa è uno dei suoi punti forti: i diversi punti di vista ci permettono di entrare nei silenzi, nelle fratture e nei non detti di una donna che si destreggia tra situazioni complicate. Una storia di coraggio, ma anche di scelte che lasciano l’amaro in bocca e che non sempre si riescono a comprendere o perdonare.
Personalmente, non sono sempre riuscita a entrare in sintonia con la protagonista, ma forse anche questo fa parte della forza del romanzo: restituire una donna sfaccettata, imperfetta, a tratti respingente. Un libro che si lascia leggere e che, pur con qualche distanza emotiva, lascia qualcosa su cui riflettere.
una storia difficile di una ragazza che cerca il suo posto nel mondo. La musica è la costante della sua vita. La sua àncora. La sua salvezza. Un libro fatto di arte, di incontri e viaggi.
Sarebbero 3.5 ⭐️ Una storia che ha molto le vibes alla Mangia, prega, ama, la storia di una donna che sta cercando il suo posto nel mondo, che fa delle scelte non sempre corrette ma che contribuiscono a renderla ciò che sono. La danza è la costante comune della sua vita. Passiamo dall’America degli anni 60 all’Italia degli anni 80 e questo passaggio è ben visibile e i paesi sono ben riconoscibili nelle descrizioni. Unica pecca, forse: la narrazione è un’auto in corsa, narra tanti eventi in poche pagine e a volte si rischia di perdersi. Per fortuna la scrittura è scorrevole e ci si risolleva facilmente.
L’inadatta è un romanzo intenso e toccante che racconta la storia di Grace, una donna fuori dagli schemi che trova nella danza la propria forma di libertà. Con una scrittura delicata e coinvolgente, Chiara Mezzalama esplora temi come identità, razzismo e maternità, dando voce a una protagonista fragile e potente al tempo stesso. Un libro che celebra il coraggio di non adattarsi e la forza di vivere secondo la propria natura.