Credo sia molto facile giudicare questo libro, e credo che coloro che lo hanno fatto troppo in fretta non abbiano neanche finito di leggerlo (nel migliore dei casi). Nonostante la scrittura non sia di altissimo livello, penso che questo piccolo gioiellino abbia un grandissimo valore: spiega, insegna l’altruismo, l’amore verso il ‘prossimo’, cerca di spiegare attraverso i volti e la “gioia di vivere” dei ragazzi senegalesi e degli “aiutanti in grazia di Dio” che prende in esempio, il concetto VERO, SENTITO di Condivisione. Non vale arrabbiarsi con questo libro solo perché antepone la fede in Dio (che riesce a procurare una luce negli occhi) agli atteggiamenti di indifferenza ed egoismo che, senza che noi lo possiamo negare, caratterizzano gli italiani, il popolo europeo in generale, i “tubab”. Tutto ciò che è scritto in questo libro, che piaccia o meno, ci appartiene. È vero che l’Italia non ha la cultura dell’aiutare, ma che piuttosto sa praticare la diffidenza. È vero che tra i nostri volti non arde nessun fuoco, e che abbiamo bisogno di alcol e “droghe” per sentirci leggermente più appagati. È vero che ci deprimiamo per un qualsiasi “nonnulla”, è tutto vero. Libri come questi vanno accolti, non giudicati in partenza. Mi accorgo di certi toni troppo accusatori utilizzati dallo scrittore soprattutto all’inizio del libro, di come più che un confronto risulti un’accusa, ma anche se il libro non tratta dell’argomento promesso le intenzioni si rivelano assolutamente buone. La luce negli occhi è propria di chi aiuta e di chi ha fede, speranza, sempre. Noi non conosciamo l’emozione della condivisione senza limiti e l’intensa gioia che ne deriva, è un qualcosa per cui ci dovremmo adoperare. La mentalità chiusa è anche giudicare troppo velocemente qualcosa come mentalità chiusa. E questo libro o è compreso e speriamo apprezzato, o giudicato.
Metto 4 stelle perché ancor prima dello stile di scrittura (che non è il massimo), è l’argomento, l’intenzione a meritarsele.
Comprato per strada da un ambulante. Volevo dargli una possibilità, ma questo libro è francamente illeggibile. Il tema avrebbe potuto essere interessante, ma invece niente da fare: alla superficialità estrema nel giudicare gli italiani (tutti superficiali, consumisti e cattivi, tranne quelli che aiutano gli africani) si aggiunge addirittura il pappone moraleggiante sull'importanza della religione! Se ve lo propongono per strada scappate!
Se si potesse dare zero stelle gliele darei Orribile, di cattivo gusto, fuorviante, non lo consiglio a nessuno
Le altre recensioni qui presenti già dicono tutto: questo libro è di una banalità disarmante
Pura disinformazione - partendo già dalla copertina “come gli immigrati giudicano gli italiani”: per immigrati intende solo gli africani, e per africani intende solo i senegalesi - ai quali, comunque, non viene mai veramente concessa parola - un disastro.
Giuseppe Cecconi vuole solo esprimere dei suoi argomenti (pochi) e suoi giudizi (molti) su un’Italia/Occidente poco definito e semplificato, così come esemplifica e banalizza l’idea di straniero/immigrato/nero/senegalese/extracomunitario in un tutt’uno vago; riproponendoci, tra le altre cose, l’immaginario di un popolo “semi primitivo e mistico”, “poveri neri dotati di semplicità, purezza e ingenuità mista ad un’altissima morale e saggezza cruda e ancestrale che devono servirci da esempio”. Questo sono gli stranieri per l’autore: servono A NOI, entro i limiti che ci fanno comodo, per far critica, moraleggiante, su NOI STESSI, ancora
Ridicolo il modo in cui ripropone il solito e stantio “muoiono di fame, MA SORRIDONO” perchè “lasciar convivere tristezza e povertà altrimenti diventa una cosa ingestibile”, cosa che, perciò, non lasciano accadere, semplice questione di scelta insomma;
E l’altro solito e stantio “sono così avanti a noi, TRASCENDONO le nostre BANALITÀ di uomini civilizzati, loro sanno cosa è davvero importante!”, per poi sparare che, con questa motivazione, addirittura starebbero “alle nostre regole senza criterio”: serve il permesso di soggiorno? Non sanno cosa sia, ma cosa sarà, davanti all’immensità della vita? Un nonulla veramente, perciò vanno a richiedere il permesso di soggiorno, ciecamente, adorabili, così puri e semplici, ah
Il tono moraleggiante fa venire la nausea. In particolare parlare della Questura come un “posto dei miracoli” mi ha scandalizzata - per non parlare dei raccontini di aneddoti SOLO POSITIVI tra persone straniere e istituzioni italiane, il suo giudicare così banalmente e pesantemente sigarette, alcool, droga e gioventù italiana, piazzare così tanta “bontà cristiana” (spiccia! Pure molto spiccia!) strumentalizzando la figura dello straniero come gli pare e piace… assurdo veramente, e offende l’intelligenza di chi legge.
Contavo ci fossero delle pecche essendo d’altronde un libro del 2011 ed essendo il tema di cui finge trattare molto dinamico, ma è stato un vuoto totale di informazione
C’è sentore di zero affidabilità nel contenuto di questo libro, che non arrivi mai nelle scuole mi raccomando
I toni accusatori con cui si apre il libro sono pesanti, la scrittura estremamente semplice, un tema antropologico e sociologico necessario che qui diventa superficiale e moraleggiante. Però infastidisce. Questo mi fa credere che lo scopo dell’autore sia stato comunque raggiunto.
L’esagerato attaccamento alle cose, il rifiuto della morte, l’altruismo studiato ma non messo in pratica, la diffidenza, il fuoco spento negli occhi del Tubab (il popolo europeo), l’insoddisfazione e la frustrazione che ci nutre sono sputati in faccia da queste 60 pagine.
“ ‘Oh sono minorenni’ e tra un lustro sono come pesci che si mangiano fra loro. Per ora giocano, si parlano, non bisticciano e invece si odiano. Bisogna fermare questo degrado umano che è la rovina del mondo”.
Eppure libri come questi vanno accolti, ascoltati e non giudicati in partenza. Il mio invito è quindi quello di separare il cosa dal come; ragionare sul ruolo sociale degli immigrati in quanto segnale dei limiti strutturali della democrazia italiana e l’ambiguità di qualunque politica di welfare laddove avviene il pervertimento dell’amore in servizio, l’istituzionalizzazione del prossimo (categorizzando chi debba essere il prossimo).
“I Tubab amano ripetere l’apologo del bicchiere d’acqua mezzo pieno o vuoto. Ebbene per gli immigrati un bicchiere con un po’ d’acqua è stracolmo di acqua”.
Nonostante l'idea di partenza fosse estremamente interessante, la lettura di questo libro si è rivelata noiosa e confusionaria.
L'autore affronta gli stereotipi e i giudizi sociali sugli italiani da parte degli immigrati africani, in particolare i senegalesi, con una critica morale che ho trovato in gran parte condivisibile. Tuttavia, la mancanza di struttura e la sensazione che si trattasse più di una bozza che di un lavoro finito hanno reso difficile apprezzare appieno il contenuto.
Il testo è costellato di ripetuti riferimenti a scrittori come Ivan Illich, Leo Tolstoj, Pier Paolo Pasolini e Mahatma Gandhi, oltre a numerosi accenni all' cattolicesimo. Questi elementi, sebbene possano essere stati inseriti per mostrare un'apertura mentale verso la cultura italiana, risultano eccessivi e appesantiscono ulteriormente la lettura.
Una delle poche cose che ho realmente apprezzato è una citazione che mi ha colpito particolarmente: 'È più facile trovare il proprio prossimo fra coloro che sono lontani da te per fede, per cultura e per caratteristiche somatiche... Più un essere umano differisce da te in senso antropologico, più ti è vicino in senso spirituale.' Tuttavia, nonostante queste riflessioni interessanti, il libro nel suo insieme non sembra pronto per la pubblicazione.
Vastly misleading title, which promises the views of immigrants on Italians and Italian society. What we get instead is an evangelical religious tract berating the host country for its decadence and immorality (drinking alcohol, public displays of affection) and recommending devout islamism as the cure. We are then treated to a series of anedotes about miracles, as proof of the truth of the proposition. It's not even clear whose views are being out forward here, as neither of the authors are Senegalese, and yet they claim to speak for them. I dropped it after 30 pages (about halfway through).
Questo libro è stato venduto di fronte alla Feltrinelli di Pisa a me e al mio ragazzo da un ragazzo senegalese molto bravo nel suo lavoro.
È una lettura breve e credo che avrebbe beneficiato da maggiori revisioni, una divisione più netta tra gli argomenti (magari dare titoli ai paragrafi) e da usare meno citazioni. Durante la lettura, vengono spesso utilizzate lunghe citazioni di Tolstoj e Pasolini: non ho approvato la scelta per due motivi. In primis, amo leggere libri che si reggono in piedi senza usare come colonne portanti altri autori. Le storie che sono state scelte avrebbero guadagnato dall’essere sviluppate di più, senza essere schiacciate da queste citazioni vagamente pertinenti. In secondo luogo, se proprio non si poteva fare a meno di citare qualcuno, credo che il pubblico italiano avrebbe tratto maggior profitto dal conoscere citazioni di autori senegalesi o africani, ai quali non viene esposto.
Questo libro tratta principalmente di immigrati senegalesi e si sviluppa mettendo assieme varie vignette ed esperienze dei suddetti in Toscana.
Penso che il sottotitolo “come gli immigrati giudicano gli italiani” sia estremamente adatto.
« In particolare i Senegalesi sono attentissimi nel giudicare gli Italiani. Sanno per filo e per segno come si comportano in ogni circostanza; ne capiscono a colpo d’occhio i vizi e le virtù; conoscono a menadito il loro modo di pensare; sono sempre consapevoli di quel che possono aspettarsi. Accolgono con emozione le buone azioni, e sopportano con acrimonia i voltafaccia. »
Io ci vedo dei pregiudizi… e voi? Da un certo punto di vista, comprendo che chi è stato messo ai margini da pregiudizi ne sviluppi a propria volta, non manca comunque di deludermi. Nella prima parte della lettura, sopratutto, c’era un’aria di “noi dall’alto della nostra superiorità insegniamo all’italiano corrotto come si vive veramente! Queste ragazzine vestite poco non sanno campare! L’alcool e le droghe ottundono i sensi dell’italiano e i senegalesi ne sono salvi! I senegalesi sono gentili ed educati e gli italiani no!”. Mi sembrava di leggere dei post su Facebook scritti da boomer… e mi è dispiaciuto. Forse perché, da siciliana, do valore diverso alla condivisione di usi e costumi, e mi aspettavo di trovare un contrasto e un confronto tra questi in questa lettura.
Faccio un esempio: « Di fronte a un pubblico di ragazzine con i jeans a vita bassa, magliette scollacciate e pacchetto di sigarette in tasca, Aliou espose il significato di tre parole senegalesi: teranga, kereze, jom. »
Mi ha fatto molto piacere imparare qualcosa di nuovo su una cultura diversa (anche se, da siciliana, il concetto di teranga non mi è di certo estraneo). Eppure, ho ricevuto queste informazioni intrise nel moralismo.
« “Non va bene che vi baciate per strada, non dovete mai mostrare i vostri sentimenti in pubblico” tuonò Aliou. » E ancora « Perché Aliou ebbe l’ispirazione di dire quelle cose? Che impressioni gli suscitava quel pubblico di giovanissime? Lui capiva benissimo che, per indole ed educazione, quelle tubab non avrebbero mosso un dito per dare soccorso a qualcuno. Le vedeva altresì spavaldamente impudiche nel mostrarsi libere da ogni tabù, e tuttavia pronte a entrare in crisi per qualunque cosa di storto potesse capitar loro. Aliou sapeva che lo ascoltavano senza contraddirlo solo perché erano state colte di sorpresa, ma non avrebbero cambiato di un millimetro la loro concezione della vita, talmente connaturata era nel loro aspetto fisico. I tubab, quasi tutti, sono ormai come quelle ragazzine, pensano solo a star bene per sé, al macchinone, alla casa. »
Vedo un po’ di ipocrisia in questa presentazione degli italiani, considerato che i senegalesi emigrano per motivi economici… siamo sicuri che a nessuno di loro piacerebbe un macchinone? O poter costruire e possedere una grande casa? O non avere preoccupazioni economiche?
Il messaggio di fondo, o quello che credo volesse essere il messaggio di fondo, sul cercare il proprio prossimo ed essere compassionevoli a vicenda è buono. L’esecuzione può di molto essere migliorata, e credo non aiuti affatto la causa. Io non smetterò di aiutare chi posso, proprio perché è una qualità intrinseca che una lettura non può cambiare. A livello divulgativo, questo libro fallisce: chi ha una certa idea sull’immigrazione, rimane di questa idea. Una persona che pensa poco degli immigrati, leggendo le prime 20 pagine di questo testo, lo chiuderà con scherno, e sarà convinto che devono tornare a casa loro. Mi dispiace.
“Tubab è l’uomo bianco, con il suo ostentato senso di superiorità; il suo sentirsi più intelligente; l’attaccamento esagerato alle cose; la sua insicurezza; il suo modo tracotante di agire, quando beve alcolici o fuma sigarette; il suo rifiuto dell’idea della morte”. Un solo concetto per riassumere l’opinione degli immigrati sui nostri costumi, mentre la nostra oscilla tra svariate impressioni. Ecco perchè Ibraima, laureato all’Università di Dakar e pastore di pecore a Siena, non può fare a meno di scontrarsi con uno stile di vita così diverso senza danni collaterali. Non è tuttavia lui il vero protagonista della storia quanto piuttosto l’autore Giuseppe Cecconi, toccato profondamente dall’incontro con questo sventurato clandestino. Sventurato perché caduto nella spirale dell’alcol e quindi allontanato dai suoi stessi connazionali. Gli italiani visti con occhi del Senegal. Interessante.
Questo libro ha buone intenzioni, inizialmente mette a confronto la cultura italiana con quella dei diversi immigrati citati nel libro. Non è il caso di prendersela se viene affermato che l'italiano medio è meno propenso alla religione o all'aiuto per il prossimo per il semplice senso di farlo, e non per un proprio tornaconto. Condivido il libro finché fa un confronto, rimanendo neutrale, ma nel momento in cui si cade verso uno schieramento nei confronti della cultura degli immigrati e la si esalta come se fosse migliore di quella italiana, il libro perde il suo senso. Sarebbe stato bello se, invece di elogiare una cultura a discapito dell'altra, ci fosse stata una costante neutralità; allora i questo caso si sarebbe potuto comprendere come gli immigrati vedono gli italiani
I senegalesi ci chiamano ‘tubab’ , pensano che siamo degli sciocchi nel non credere come si deve in Dio, che non onoriamo in maniera adeguata la madre, che siamo superficiali e che non capiamo le fortune che abbiamo. Ci sono alcune eccezioni tra noi Italiani, e ne vengono raccontati alcuni esempi in queste poche pagine. Mi aspettavo qualcosina in più. Mi sono sembrati dei cliché, al contrario.
Non mi è piaciuta l'impostazione del libro, troppe citazioni forzate che fanno perdere il focus su alcune riflessioni molto interessanti.
"La solidarietà non basta, non è più una virtú, occorre qualcosa di diverso, di indefinibilmente intimo, di spirituale, per collaborare realmente con gli immigrati"