“La coltre” di Alessandro Giannotta non è un libro per tutti. E non è colpa sua (del libro, ma neanche dell’autore). Siamo in un mondo di fantasia dove una città, Nebula, convive con una coltre nebbiosa totalmente candida che, ogni sera (ma questa è una deduzione perché il tempo, lì, non procede, gira in cerchio come un criceto), sale e avvolge tutto in un colore e rumore bianco che addormenta, placa, annulla, dissolve. I nebulesi vivono nell’empasse e sono tranquilli, sereni. Felici no, la felicità è una scossa e a Nebula le scosse non esistono, il tempo non scorre, le decisioni vengono prese dall’autorità, ai creativi viene detto, da un Guru, cosa e come devono creare. Nessuno deve raccontare nulla, le cose devono essere evidenti, nessuno sforzo interpretativo, nessuna partecipazione. Se ci pensate c’è un sacco di gente che vorrebbe vivere così. Anzi, a ben guardare ci sono molte persone che vivono così. Nessun giudizio negativo: l’inconsapevolezza, la zona di conforto, è comoda, accogliente, avvolgente come l’abbraccio di una mamma chioccia. Però. Però, nel romanzo, fin dalle primissime pagine, qualcosa cambia. E a cambiarlo siamo noi, io e chiunque si sia avventurato sul Molo, all’ombra del Monolite, in quel mondo tutto bianco e tutto nero, dove si pesca per estrarre inchiostro da seppie e polpi. Cisterne d’inchiostro che servono a creare, scrivere, disegnare una realtà fittizia. Però noi lettrici e lettori siamo l’elemento di disturbo, siamo il Viandante, l’estraneo. Portiamo un cambiamento ed è un cambiamento che ci somiglia, quindi diverso per ognuno di noi. Non c’è nulla di rassicurante, ne “La coltre”. Niente di facile, di fruibile. Ogni pagina (non numerata) una sfida, uno sforzo di interpretazione. Sì, è un libro interattivo, perché leggerlo richiede partecipazione attiva. E chi legge vìola, per la sua stessa presenza, tutte le regole di Nebula, tutti i dogmi del Guru. Se poi, oltre a leggere, amate scrivere e vi cimentate con la creazione di romanzi… beh, leggendo questo libro (esclusivamente cartaceo e non vi spoilero il motivo, ma il motivo c’è) riderete. Riderete moltissimo. Riconoscerete cose e persone, atteggiamenti e alleanze. Che altro devo dirvi? Io l’ho letto, l’ho amato, ho cercato di sviscerarne tutti i livelli di comprensione. Ho prestato attenzione (non è un libro da ombrellone), ho inveito contro l’autore e mi sono divertita a scovare le trappole che ha seminato, i sottotesti, le citazioni (dotte, dottissime, ad alcune proprio non potevo arrivarci ma… tutto viene spiegato), i significati metaletterari. Ve l’ho detto all’inizio, non è un libro per tutti. È scrittura sperimentale dove anche l’allineamento delle righe sul margine ha un significato preciso. All’autore è stato detto che ha una cover orribile, che non venderà nulla, che non sarebbe stato letto neanche se lo avesse regalato. Io l’ho acquistato, l’ho letto, ho trovato la cover perfettamente allineata a ciò che contiene. E arrivo a consigliarvelo, pensate un po’.
“La coltre” di Alessandro Giannotta non è un libro per tutti. E non è colpa sua (del libro, ma neanche dell’autore). Siamo in un mondo di fantasia dove una città, Nebula, convive con una coltre nebbiosa totalmente candida che, ogni sera (ma questa è una deduzione perché il tempo, lì, non procede, gira in cerchio come un criceto), sale e avvolge tutto in un colore e rumore bianco che addormenta, placa, annulla, dissolve. I nebulesi vivono nell’empasse e sono tranquilli, sereni. Felici no, la felicità è una scossa e a Nebula le scosse non esistono, il tempo non scorre, le decisioni vengono prese dall’autorità, ai creativi viene detto, da un Guru, cosa e come devono creare. Nessuno deve raccontare nulla, le cose devono essere evidenti, nessuno sforzo interpretativo, nessuna partecipazione. Se ci pensate c’è un sacco di gente che vorrebbe vivere così. Anzi, a ben guardare ci sono molte persone che vivono così. Nessun giudizio negativo: l’inconsapevolezza, la zona di conforto, è comoda, accogliente, avvolgente come l’abbraccio di una mamma chioccia. Però. Però, nel romanzo, fin dalle primissime pagine, qualcosa cambia. E a cambiarlo siamo noi, io e chiunque si sia avventurato sul Molo, all’ombra del Monolite, in quel mondo tutto bianco e tutto nero, dove si pesca per estrarre inchiostro da seppie e polpi. Cisterne d’inchiostro che servono a creare, scrivere, disegnare una realtà fittizia. Però noi lettrici e lettori siamo l’elemento di disturbo, siamo il Viandante, l’estraneo. Portiamo un cambiamento ed è un cambiamento che ci somiglia, quindi diverso per ognuno di noi. Non c’è nulla di rassicurante, ne “La coltre”. Niente di facile, di fruibile. Ogni pagina (non numerata) una sfida, uno sforzo di interpretazione. Sì, è un libro interattivo, perché leggerlo richiede partecipazione attiva. E chi legge vìola, per la sua stessa presenza, tutte le regole di Nebula, tutti i dogmi del Guru. Se poi, oltre a leggere, amate scrivere e vi cimentate con la creazione di romanzi… beh, leggendo questo libro (esclusivamente cartaceo e non vi spoilero il motivo, ma il motivo c’è) riderete. Riderete moltissimo. Riconoscerete cose e persone, atteggiamenti e alleanze. Che altro devo dirvi? Io l’ho letto, l’ho amato, ho cercato di sviscerarne tutti i livelli di comprensione. Ho prestato attenzione (non è un libro da ombrellone), ho inveito contro l’autore e mi sono divertita a scovare le trappole che ha seminato, i sottotesti, le citazioni (dotte, dottissime, ad alcune proprio non potevo arrivarci ma… tutto viene spiegato), i significati metaletterari. Ve l’ho detto all’inizio, non è un libro per tutti. È scrittura sperimentale dove anche l’allineamento delle righe sul margine ha un significato preciso. All’autore è stato detto che ha una cover orribile, che non venderà nulla, che non sarebbe stato letto neanche se lo avesse regalato. Io l’ho acquistato, l’ho letto, ho trovato la cover perfettamente allineata a ciò che contiene. E arrivo a consigliarvelo, pensate un po’. LAURA COSTANTINI PER BABETTE BROWN BLOG
Nebula è una città dall'architettura fitta in cui domina il solo colore nero; a essa si contrappone la Coltre, bianca e avvolgente. Questo mondo bicolore, dominato dall'Empasse dove nulla muta e tutto è regolato, è l'ambientazione di questo romanzo metanarrativo. L'idea alla base (della storia, della ambientazione, che poi sono così intrecciate da non poter essere separate) è l'aspetto che più mi è piaciuto e che da subito ha attirato la mia attenzione. Mentre leggevo le prime pagine mi dicevo che doveva esserci qualcosa dietro questa ambientazione, ma che mi sfuggiva. Purtroppo, questo senso di mistero è durato poco: ho capito presto qual era il meccanismo sottostante e questo mi ha fatto leggere il libro come una storia piacevole, ma senza il brivido di sapere cosa sarebbe successo. Allo stesso modo, ho trovato pure il sottotesto troppo poco… sotto; avrei preferito fosse più nascosto, magari giocandola più con l'Empasse (concetto che aveva molto potenziale) e meno con il Guru, le cui affermazioni per me sono state fin troppo esplicative. Riuscita è invece l'impaginazione del testo, che può apparire "ostile" al lettore (pochissimi a capo, rientri quasi inesistenti, carta bianca invece del solito color crema che affatica meno gli occhi), ma ha il suo significato, legato, di nuovo, all'ambientazione e al gioco metanarrativo. Il finale mi lascia un poco combattuto: dell'ultimo capitolo ho apprezzato la prima parte, quella più metanarrativa se vogliamo, mentre nella seconda parte la scena a mio avviso si prolunga troppo in discussioni per quello che comunque è il climax della vicenda. I dialoghi invece non mi hanno convinto, gli ho sentiti un poco ingessati. Il libro è ricco di citazioni, la più importante ed evidente è quella a uno degli ultimi libri di Calvino e, non a caso, il più metaletterario: "Se una notte d'inverno un viaggiatore", richiamato sia nel nome del Viandante sia nell'uso del tu e che costituisce un riferimento importante per La Coltre, ma ce ne sono molte altre, in parte rivelate in una sorta di glossario finale. Si coglie l'amore dell'autore per scrittori come Calvino e Borges, ma anche Lovecraft.
Un romanzo che parla ai lettori, ma anche agli scrittori, ma anche dell'autore stesso. Come in Flatlandia, l'autore ha immaginato un mondo che segue delle regole sue, quelle della metanarrativa. Come in tutti i libri del Giannotta, nulla è come sembra anche se tutto è lì, davanti ai nostri occhi. Ogni parola detta in più rischia di spoilerare qualcosa, e forse l'ho già fatto. La Coltre si avvicina, quindi mi taccio.