Lo stupro non è solo cronaca nera. Dalla tragica vicenda di Lucrezia – violentata da Sesto Tarquinio e il cui suicidio diede origine alla Repubblica romana – alle molestie sul lavoro, lo stupro è un «nervo scoperto» della società in cui viviamo. Secondo Mithu M. Sanyal, il nostro modo di concepire lo stupro è rimasto nei secoli sostanzialmente immutato, nonostante il mondo sia cambiato radicalmente. Il linguaggio che usiamo per parlarne rivela non solo come intendiamo la «violenza sessualizzata», ma anche il sesso e il genere. Perché associamo ancora lo stupratore a uno sconosciuto appostato in un vicolo buio, piuttosto che a una persona a noi vicina? Perché fatichiamo a riconoscere che anche gli uomini possono esserne vittime? Con uno stile provocatorio e diretto, sempre teso a rovesciare gli stereotipi, Sanyal sfida la narrazione dominante, discutendo di rape culture tra ambigue rappresentazioni mediatiche e cultura pop.
Accidenti, che bella sorpresa! Ero pronto a criticare questo libro sconosciuto che avevo acquistato solo per il titolo volontariamente sensazionalistico, nelle mie aspettative reo di teatralizzare e lucrare su un fenomeno tanto delicato come quello della violenza sessuale. Invece il libro di Sanyal è un saggio esaustivo, ricco di fonti, interrogativi stimolanti ed esempi reali (soprattutto storie avvenute in Germania, patria dell'autrice) che mettono in luce numerosi aspetti del crimine più indicibile della nostra società. L'analisi dell'autrice tocca il tema a 360º, dal punto di vista storico, a quello linguistico, per poi passare all'aspetto antropologico, politico e ben altri campi ancora. Unica criticità che ho rilevato è che in alcuni punti di alcuni capitoli il testo restituisce l'impressione di non avere una tesi compatta, ma anzi che voglia solo citare studi e statistiche talvolta anche scollegati o in contraddizionr fra loro.