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192 pages, Paperback
First published April 30, 2014
A differenza di quanto accade mentre si cammina, o durante una marcia, correndo c'è un momento quasi magico in cui entrambi i piedi sono staccati da terra. È quella che viene chiamata, appunto, «fase di volo»: i muscoli si contraggono e, mentre un arto si sta già preparando a tornare nella fase di appoggio, l'altro ha già compiuto il suo balzo. Tra l'istante in cui il baricentro viene spinto verso l'alto e accelerato in avanti e quello in cui, al contrario, decelera e si abbassa, c'è un intervallo brevissimo in cui il corpo è sospeso.
In quell'istante non si è più ancorati alla terra. La forza di gravità, anche se per una frazione di secondo (tuttavia ripetuta moltissime volte, in una corsa), viene sfidata. Il suolo non è più un polo di attrazione, e il corridore si concentra solo sul proprio corpo, un corpo che non è più prigione o ostacolo, ma trampolino di lancio per la libertà.
Appoggio, stacco, volo.
Un numero infinito di volte.
Che si tratti di un professionista che si allena per una gara o di un appassionato che attraversa correndo un parco cittadino la domenica mattina, il corridore gode, innanzitutto, della liberazione del corpo. Non più servo di protesi meccaniche o tecnologiche, il corpo di chi corre riprende la propria funzione. Si muove, soffre, produce energia. Il corridore ha dunque la possibilità di disertare l'abitudine alla stasi propria del nostro tempo. Di spogliarsi della nuova idea del corpo come ostacolo - non più per l'anima, ma per il completo affermarsi dei dogmi meccanici e tecnologici della modernità.
Una volta messi in moto i muscoli anche la mente comincia a liberarsi.
È curioso come molte locuzioni legate alla corsa abbiano assunto un carattere negativo e risultino spesso fuorvianti. «Andare di corsa», «fare le cose di corsa», «correre sempre», sembrano caratteri distintivi dell'uomo contemporaneo. Questo perché si tende a confondere la corsa con la fretta, che sono, invece, due cose ben diverse. Il vero corridore non ha mai fretta. Anche durante una competizione sa benissimo che la fretta porta solo guai, impedisce quello stato di liberazione mentale che solo può portare a grandi risultati.
A maggior ragione la fretta è del tutto estranea a chi corre senza scopo, per il piacere di farlo, privo di alcun obiettivo. Anzi, con un unico obiettivo: spazzare via con la forza delle proprie gambe le nevrosi e le ossessioni della nostra epoca, e inseguire un altro tipo di temporalità.
Il tempo della corsa è uno spazio di sospensione, in cui ci si può lasciare alle spalle la lunga catena di obblighi che ci stringe. Ogni passo in avanti è un piccolo addio ai doveri e agli impegni. Chi corre non ha storia. Vive solo nel presente. È un flusso vitale che avanza, una forza pura, un ritorno all'essenzialità animale in cui tutto, a partire dal susseguirsi consueto degli eventi, è solo un artificio. Tutto, tranne il tratto di strada che si ha davanti. E più si procede più qualcosa di arcaico torna a vivere nel corridore, che si disconnette da ciò che ha intorno per entrare in contatto con la potenza selvaggia della propria materialità.