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139 pages, Kindle Edition
First published January 1, 2015
Hai mai avvertito il desiderio di fede?
Non ricordo di averlo mai fatto. C'era un che di falso che mi repelleva in quel mondo cristiano - non parlo dei miei genitori - e da giovane, non appena raggiunta l'età consentita, mi sono tolto dalla Chiesa di Stato luterana.
Le cose che propugnavano mi sembravano davvero stupide. Il modo in cui quei cristiani volessero quasi costringere me e gli altri a credere in qualcosa di assolutamente irragionevole che andava contro ogni buon senso e, se non ci credevo, solo limitandomi a usare un minimo di senno, sarei stato punito con l'inferno, dove sarei bruciato tra le fiamme e avrei subito pene e tormenti in eterno. Mentre loro, i redenti, avrebbero goduto di ogni gioia e felicità nel loro paradiso. Come facevano a sapere che sarebbero andati in cielo, come potevano esserne così sicuri? ricordo di aver pensato. E se il paradiso voleva dire starsene tra quella gente, non era forse meglio trovarsi all'inferno?
Lì almeno c'erano persone che parlavano onestamente e si comportavano come si deve. Oppure, come dice una poesia del giovane Georg Johannesen: «Fa così freddo nel duomo, madre / invece nell'osteria all'angolo c'è luce a ogni tavolo». Cito liberamente.
Via via, con il passare del tempo, ho trovato più verità, vita sincera e calore umano tra i miei compagni di bevute che negli ambienti cristiani. Erano loro a essere molto più vicini alla verità, sì, in un certo senso più vicini a ciò che è cristiano. Non era di certo un vanto venire da Nazaret e colui che vi viveva allora non frequentava i cristiani dell'epoca. Gesù era un ribelle, implacabile contro ogni genere di formalismo e orpello. Quelli che scelse come apostoli non erano certo i più virtuosi figli di Dio, ma esattori e peccatori, inoltre prendeva puntualmente le distanze dalla fede basata unicamente sulla rigida osservanza della legge, con l'espressione «avete inteso che fu detto... ma io vi dico...»
Che cos'è questo spirito ribelle che c'è in te?
Penso che abbia a che fare con una specie di bisogno di verità e con l'insoddisfazione e il disagio che provo verso ciò che è falso e affettato. In parte forse anche verso ciò che è convenzionale, per tutto ciò che in apparenza vuole essere - o almeno cerca di essere - qualcosa che non è.
Tuttavia apprezzo ciò che è palesemente falso, il teatrale, sia nel singolo individuo che nella cultura.
Invece mi sento profondamente a disagio in quei contesti dove tutti si annoiano e condividono le stesse opinioni senza avere la benché minima idea su che cosa concordino. I raduni cristiani possono essere così, ma vale anche per i cosiddetti incontri «culturali»: nel mondo della cultura, questo consenso può essere davvero insopportabile. Soprattutto nel teatro. In un certo senso il cattivo teatro non è altro che questo tipo di consenso costruito su convenzioni ben rodate. Si potrebbe dire lo stesso della maggior parte della fiction, con i gialli quale esempio più lampante. A dire il vero, vale anche per molta poesia contemporanea. Per non parlare della politica. La politica è il consenso fatto sistema. L'intera vita associativa funziona così. Io rifuggo tutto questo. Non sono coinvolto in nessun tipo di sistema. Questo non vuol dire che il consenso o le organizzazioni non siano necessari, certo che no. Ma personalmente sono del tutto inservibile in tali contesti.
Qualcuno potrebbe dire che mi sottraggo. C'è del vero anche in questo.