Alla fine degli anni Novanta, Fabrizia Ramondino trascorre a Ventotene due stagioni, nel tentativo di uscire dall’alcolismo e dalla l’isola si farà specchio e riflesso non solo della sua vita ma del cambiamento sociale che è in corso alla fine di quegli anni. Osserva, le case, i bar, ma anche il finocchio marino, la ginestra, l’elicriso, o la palma nana. Incontra donne misteriose vestite di tuniche bianche. le sue parole accolgono le storie di cui l’isola è popolata, dagli anni del carcere borbonico a quelli del confino degli intellettuali antifascisti come Pertini e alla stesura del primo Manifesto federalista europeo di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, e più volte i loro fantasmi si sovrappongono all’osservazione del presente, e dietro le immagini dei bagnanti appaiono Eugenio Colorni che dà lezioni di analisi matematica a Ernesto Rossi, incidendo con un bastone teoremi e formule sulla terra battuta, o Umberto Terracini che cammina discutendo con Camilla Ravera. Ma nello specchio di Ventotene appare anche l’anima di Fabrizia Ramondino e il libro si fa memoir di una donna eccezionale capace di fermarsi e di interpretare un luogo fisico in dialogo con la propria vita. E il racconto del sé coincide col racconto di quel che è fuori di sé, e in quel fuori sta sbiadendo l’Utopia, che proprio a Ventotene aveva preso forma. Sarà Goffredo Fofi a “Nel suo libro più doloroso e più luminoso, nel suo libro più bello, Fabrizia Ramondino piange la fine di un mondo, e si mette in gioco per parlare di noi, delle gioie o delle sofferenze di ieri e delle dimenticanze di oggi”.
Fabrizia Ramondino (1936–2008) was an Italian author who has many works "which includes and crosses the boundaries between poetry, novels, plays, travelogues, memoirs, confession, self-reflection, anthropological, cultural and linguistic comment" according to Adalgisa Giorgio, who has conducted research of Ramondino's life and works.
Ne “L’isola riflessa” Fabrizia Ramondino (scrittrice, poetessa, giornalista e attivista del Novecento) racchiude in poche ma potentissime pagine, verità ed emozioni di un intenso viaggio nella profondità della sua anima. Durante una permanenza di alcuni mesi sull’isola di Ventotene la scrittrice tiene un diario di quell’esperienza, delle storie dell’isola e delle persone che l’hanno abitata. Ma non solo, durante quell’esilio volontario, la Ramondino cerca di curare il suo corpo e la sua anima tentando di uscire dalla depressione e dalla spirale dell’alcolismo.
L’autrice consegna tutta sé stessa a quel sole, a quel vento e a quelle acque. Sull’isola carcere che è stata Ventotene, la scrittrice decide di abbandonarsi alla solitudine per cercare di curare le sue ferite. Combatte con i suoi fantasmi e quelli che hanno abitato e abitano l’isola.
L’isola come luogo di riflessione sia fisica che spirituale, un luogo dove riflettere e riflettersi, per ritrovarsi.
Ma la vera protagonista tra queste pagine, oltre all’autrice e all’isola, è la scrittura. Scrittura che si fa dialogo tra l’interiorità dell’autrice e la terra che la circonda con la sua storia, il suo passato e il suo tempo. Scrittura che diventa testimonianza di un carcere interiore che non ha sbarre o confini, ma solo smarrimenti, tentazioni e dipendenze. Scrittura che è fuga ma anche luogo sicuro come lei stessa scrive:
“Questo, solo questo, sempre, è l’unico luogo che mi appartiene anche se sto male. Il quaderno la mia piccola isola.”
Amo i libri che parlano di isole o sono ambientati sulle isole (vedi “L’isola di Arturo” della Morante o “La mia famiglia e altri animali” di Durrel per citarne due) trovo che abbiano un fascino malinconico e misterioso; atmosfere senza tempo dove uomini e donne non devono fingere di essere quello che sono, nel bene e nel male, e tra le pagine de “L’isola riflessa” di questa autrice, che non conoscevo ma di cui avevo sentito parlare, ho ritrovato tutto questo.
Fabrizia Ramondino elegge Ventotene come luogo dove poter essere sé stessa, perché non può essere diversa da quello che è. Non si può sfuggire ai propri fantasmi, ma solo affrontarli, così come non si può dimenticare il passato, e tutto questo ce lo racconta in queste pagine, attraverso una lucida, schietta e dolente autoanalisi.