Nel gelido inverno abruzzese del ’43, al mutare degli eventi dopo l’armistizio, un gruppetto di fascisti di paese abbandona le proprie case alla volta di un eremo di montagna, e nel fitto dei boschi cattura una partigiana ormai agli ultimi giorni di gravidanza. Il tribunale di guerra del campo ne decreta la fucilazione, ma non è così facile, perché all’eremo giunge un prete che vuole accompagnare la condannata fino al giorno dell’esecuzione, e perché la “Rossa”, che da donna ribelle e futura madre si fa beffe di quei figuranti inconsapevoli – ma a suo giudizio colpevoli – del virile teatrino sociale eretto nel Ventennio, diviene simbolo della parte mancante in ciascuno di loro, del femminile che occorrerebbe al mondo per risorgere, mentre i principi e i valori di poco tempo prima, all’apparenza così saldi, rapidissimi si sgretolano lasciando negli animi nient’altro che macerie. Completato a metà degli anni Ottanta ma pubblicato postumo soltanto nel 2003, La rappresaglia è l’ultimo romanzo di Laudomia Bonanni e la sua opera più cruda e tormentata; la scrittura, mai stata tanto violenta, nervosa e acuminata, è strumento possente che come un piccone abbatte le contrapposizioni di facciata – bene e male, giusto e sbagliato, “rosso” e “nero” –, sfonda il muro che separa il passato dal presente e mette prepotentemente ogni lettore, uomo o donna, di fronte alla sua intima potenza e fragilità.
Non mi capacito di come sia possibile che Laudomia Bonanni sia stata praticamente dimenticata nel panorama della letteratura italiana del dopoguerra. Più la leggo e più mi piace, più approfondisco e più mi fa soffrire. Questa storia è dura, cruda, rabbiosa; il linguaggio lo è ugualmente. Scritta in un tempo presente che ci ricorda l’eterna ripetizione dell’insensatezza della guerra e della nostra inevitabile mortalità. Mi ha scavato dentro, non la dimenticherò facilmente.
"La rivoluzione è femmina, partorisce da sola come me"
Un romanzo di resistenza partigiana che vede la luce dopo una travagliata esperienza editoriale. Avendo origini abruzzesi, ed essendo interessato al tema, non potevo non leggere questo classico riscoperto.
Un gruppo di fascisti abruzzesi si imbatte in una donna partigiana impegnata in un traffico d'armi di contrabbando nei pressi dell'eremo di Acquafredda. Decidono di comune accordo di giustiziarla, fino a quando non scoprono il fatto che la donna è in piena gravidanza. La "Rossa", così soprannominata nel libro, ha una forza d'animo tale da assumere quasi le sembianze di una strega, la violenza del suo eloquio rende gli uomini prigionieri.
Lo spunto narrativo è davvero interessante, il problema vero è lo stile e i personaggi. Laudomia Bonanni usa una lingua dura come le montagne abruzzesi, difficile da leggere e all'inizio respingente. Anche i personaggi maschili (eccetto quello del giovane seminarista) sono appena abbozzati, segni di acquerello nero su sfondo bianco. L'effetto all'inizio quindi è quello di leggere un romanzo non pienamente riuscito. Dalla metà in poi però si capisce che tutto il penare nella lettura è preparatorio, il romanzo erompe in tutta la sua potenza e ruvidità in un inarrestabile climax e un finale che segna. Duro, difficile, ma forse proprio per questo riuscito.
4.5/5 “La Rappresaglia” è uno dei romanzi più significativi della scrittrice italiana Laudomia Bonanni, una figura che ha avuto un ruolo di rilievo nella letteratura italiana del Novecento, anche se purtroppo si annovera tra le grandi dimenticate.
Il romanzo fu pubblicato soltanto postumo ed è stato poco noto al grande pubblico, ma merita sicuramente di essere riscoperto per la sua ricchezza emotiva, la profondità dei temi trattati e lo stile affilato e penetrante con cui l’autrice riesce a raccontare una vicenda drammatica.
La trama è molto semplice: una donna, una partigiana, viene catturata da un gruppo di fascisti radunati in un eremo di montagna. Una volta scoperto che la “Rossa” è in avanzato stato di gravidanza, decidono che verrà giustiziata solo dopo il parto.
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Bonanni qui sembra scrivere col coltello tra i denti. Uno stile crudo, selvatico, rozzo, persino le bestemmie senza alcuna censura, coerente e vero come la storia raccontata. A volte la narrazione si fa criptica e ambigua, non si capisce bene cosa stia succedendo e chi faccia cosa, ma credo sia stato intenzionale, per rigettare in modo deciso quella narrativa ortodossa dei buoni vs cattivi, così polarizzante da essere per forza falsa.
Un modo di raccontare l'arcigna natura umana, oltre le posizioni di giusto e sbagliato, che in alcuni frangenti mi ha fatto pensare a Silone, anche per la rustica attenzione al dettaglio tipico abruzzese, e per quella asciuttezza dei modi. È un racconto triste, drammatico, vivo e palpitante, come le ultime angoscianti scene che ti tengono col fiato in gola. Nessuno viene assolto, tutti hanno addosso brandelli di colpa, senso di sconfitta, e tutti ne pagheranno lo scotto, fino alla fine.
Laudomia Bonanni meriterebbe tanta più attenzione. Un'autrice autentica, con una sua voce chiara e senza orpelli, tanto che La rappresaglia fu pubblicazione postuma. Deve essere stato scioccante per qualcuno trovarsi dinanzi a un'opera femminile così poco incline all'indulgenza.
Un libro estremamente crudo sugli ultimi giorni della Resistenza. Oltre alla lingua scelta da Bonanni, che all’epoca doveva avere già quasi ottant’anni (come il narratore del romanzo) mi ha colpito la fitta presenza di rimandi intertestuali - alcune immagini o scelte lessicali - al Bambino di pietra (e possibilmente anche alle Droghe che però non ho letto), romanzo almeno in apparenza lontanissimo da questo. La rappresaglia è certo un libro un po’ ostico sia per i temi trattati e per una certa confusione che riflette volontariamente il contenuto, sia per i dialoghi, che (e questo penso involontariamente) sembrano sempre un po’ forzati, impressione che avevo già avuto leggendo il Bambino di pietra. Ma c’è comunque da dire che Bonanni rimane per tanti motivi una scrittrice sorprendente.
Lettura difficile, richiede impegno da parte del lettore. Romanzo centrato sulla figura di una partigiana incinta catturata da un gruppo di fascisti in fuga, decisi ad ucciderla dopo il parto. Non è una semplice storia di resistenza: la presenza della donna e del bambino la rende una tragedia universale. “Le donne fanno tragedia. I bambini sono l’agnello.” scrive l’autrice. Durante la lettura ho provato emozioni forti nei confronti della partigiana soprattutto nel momento della fucilazione, ho avvertito impotenza...le grandi scrittrici fanno sentire anche questo durante la lettura... come se fossi lì a guardare e non poter intervenire in nessun modo per salvare una vita. Non ho dato cinque stelle perché ho avuto difficoltà nella fluenza della lettura, tanto da sentirla pesante nel portarla al termine nonostante il suo profondo contenuto.