Erano le undici e quarantacinque di una mattina che sapeva di cane bagnato. Quattro piani più sotto, qualcuno schiacciò il pulsante con il suo nome. Il campanello la svegliò di colpo, rovesciò il caffè caldo sulla coscia. Imprecò. Il bastone appoggiato al tavolo scivolò a terra. Imprecò di nuovo.»
Nel corso di una lunga carriera da magistrata, Alida Savich è riuscita nel difficile compito di inimicarsi tutti i colleghi della procura di Pavia. Le hanno affibbiato il nomignolo di Mostrino perché è burbera, irritante, supponente, ma geniale. È instancabile e pretende dalla sua squadra il massimo. Lavorare con lei è un incubo, ma risolvere un caso in sua assenza è impossibile. Sono giorni che non si presenta al lavoro. Si dice che sia gravemente malata, che si regga in piedi solo appoggiandosi a un bastone, che passi le giornate a fumare sigarette a letto e ad ascoltare vecchi dischi di musica classica. Ma un caso la spinge a tornare in un camper abitato da un clochard è esploso nel pieno della notte sulle rive del Ticino, là dove la nebbia non si dirada mai. Sulla scena del crimine è stato trovato un vecchio biglietto da visita della procuratrice Savich. Una traccia inspiegabile, la scintilla che innesca un'indagine che guarda a un passato dimenticato, lontano.
Attirata dal sodalizio collaudato e tanto apprezzato dei due scrittori, ho comprato quasi alla cieca il libro. Come sempre si distinguono per personaggi, ambientazione ed elaboratezza della trama. Tuttavia, una menzione di (dis)onere per l’editing del libro: uso improprio delle virgole, parti del libro che si ripetono, errori più o meno gravi (confusione tra libretti di opere, libri quarti del codice di procedura penale sugli scaffali…)
Una piccola donna avvolta in un soprabito sgualcito avanzava a passo stentato aiutandosi con un bastone sull’asfalto luccicante, illuminata dai semafori lampeggianti. La borsa le pesava, la testa le pesava, persino la vita le pesava in quel momento. Quando Alida si strinse nel soprabito le sembrò di scivolare in una vasca di tiepida tristezza e considerò, sospirando, che la malattia l’aveva resa debole e fragile. Il magone le strinse la gola e nemmeno seppe dirsi il perché. Gli psicologi le avevano detto che la malattia si portava dietro anche la depressione, ma lei era convinta che il male di vivere lo avesse già dentro, da sempre.
Sono una persona semplice: se finisco un libro, penso ai protagonisti e sento la loro mancanza significa che ho appena finito di leggere un bel libro. Ed è proprio il caso di "Dove si mangia la nebbia...". Un giallo che mi ha preso per la trama avvincente, per le ambientazioni e come già scritto per i tre personaggi principali: il procuratore aggiunto Alida Savich e gli ispettori Roberto Bernasconi e Nicola Nolè. Confido in un "secondo episodio" :-)
La storia, intricata ed appassionante, mi è piaciuta. Ho fatto fatica ad entrare nell'ottica del tipo di scrittura, che non mi è piaciuta granché e dei personaggi, tutti un po' macchiettistici. L'ambientazione pavese poi è un po' poco realistica. Do comunque 5 stelle perché intrigante la storia.
Altra protagonista della scena cosy-crime italiana: una ventata di aria fresca - nella fattispecie omicidi, indagini e misteri a far da corollario a poltrona e tisana - al punto che sui mercoledì sera con Mostrino ci metterei la firma. Terapeutico.