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Published February 5, 2024




Ho ventitré anni. Mi hanno violentata quando ne avevo quattordici. A volte la mia vita mi pare tutta qui.
Mi sentivo così sola dentro a un dolore, così in fondo, che avevo smesso di credere che persino un dosaggio potesse intercettarmi. C'è del titanismo, così in fondo. Guardavo il mare livido che facevano i pensieri, i pezzi di me che cozzavano con quella schiuma da balene, da artico, quel grigio opaco di bolle, e pensavo che nessuno sarebbe arrivato fin lì. Se qualcuno provava, scappavo. Passavo il tempo a sperare che qualcuno mi tirasse fuori di lì, di peso, come i sacchi, le principesse. Ma poi preservavo quel dolore come una galleria del vento.
Le cose non andrebbero dette mai. Creano – socchiuse – una serie di connessioni, implicature, filamenti viola e vischiosi come le foto delle sinapsi nei sussidiari delle elementari. Portate a esistenza, messe in mezzo, sono neonati tremendi, fagotti color arrosto dallo sguardo implacabile. Una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi.
La racconto perché non voglio affezionarmi al mio dolore. Non voglio coltivarmelo addosso, portarlo come un feltro di sghimbescio, con quel tanto di spregiudicatezza e di disgrazia. Sembra viscido, ricattante? Ne parlai con Angelo un giorno. Il dolore ha qualcosa di ricattante, sempre. Inchioda, nella sua indigenza. E in un certo qual modo, sbarra la fuga, preclude l'abbandono.
Perché a non dirle, le cose, restiamo compatti come le sfere, abbiamo altre incidenze, traiettorie, solvibilità. Ogni parola ci sfrangia come un handicap, si fa tallone, lembo afferrabile, giugulare che spunta, dove giugulare non c’era.
Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi comincia a mancarvi chiunque.