Dopo una piacevolissima rilettura, ripubblico la mia recensione di 5 anni fa, aggiungendo questo: è un romanzo dove figurano diverse figure femminili che hanno un certo spicco: alla “lupa” Maria si contrappongono la solare Irma, moglie del poliziotto Chevrière (“più che a una capra somigliava a una pecora”..), pronta a rilevare insieme al marito il bistrot da usare come specchietto per le allodole, divertendocisi un sacco, sopportando anche le mani degli avventori sul sedere (ma preoccupata che il marito non esploda e li prenda a pugni in faccia!).. (nota linguistica: “bistrot” indicava ancora, oltre al locale, il gestore, e “bistrote” sua moglie!); e Nine, la povera strabica bisognosa di dare affetto e che si era presa tanta cura del marito tardivo Albert, la vittima.
Qui Maigret gioca come non mai da “aggiustatore di destini”, proponendo a Nine di adottare il povero innocente figlio di Maria, che sarà probabilmente ghigliottinata (e a questo punto, commento del lettore: perchè non anche la bambina unica testimone sopravvissuta al massacro della propria famiglia?).
In ogni caso, che dopo tanti orrori nasca proprio dalla “belva” Maria un bambino destinato forse a portare un po’ di felicità a una delle vittime, è un vero simbolismo simenoniano..
È talmente affascinante lo svolgersi sinuoso della storia, la potenza della descrizione di ambienti, che non ci si accorge di quanto sia fragile la trama: Albert, la vittima, avrebbe trovato per terra all’ippodromo un biglietto di treno emesso in uno dei paesini teatro delle efferatezze della banda? E con questo avrebbe pensato di ricattarli, con l’aiuto di Jo il pugile e Ferdinand? E la banda dei cecoslovacchi sarebbe arrivata a lui perchè aveva già iniziato a ricattarli in autonomia? O mi sono perso dei passaggi oppure l’autore chiede al lettore di riempirli.
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Si sa che i romanzi di Maigret costituiscono il lato “solare” dell’opera di Simenon; quelli in cui l’ordine viene ristabilito, il protagonista ha una specchiata e sincera vita coniugale anche se non allietata dai figli, per i criminali anche più incalliti c’è sempre un gesto di misericordia.. tutto quello che manca nei suoi “romans romans”.
Ma in qualcuna delle inchieste dell’amato commissario affiora del vero “noir”. Soprattutto quando quello che sembrava un tipico delitto del “milieu”, consumato tra un bistrot su una banchina del lungo Senna (a Bercy, allora affollato porto fluviale) e place de la Concorde, porta a indagare nella conigliera umana dei quartieri come rue du Roi-de-Sicile, popolati da immigrati da tutta Europa (Italia, Polonia, Armenia..) che nel caos del dopoguerra affollano le officine Citroen, per sopravvivenza o per copertura di altre attività. E qui troveranno una banda di criminali Cecoslovacchi non solo di inaudita ferocia, non solo dediti ai piaceri della vita più elementari, come sfogare una fame atavica (siamo lontani dai criminali internazionali di alto bordo degli anni ’30!), ma sotto il comando di Maria, una contadina slovacca, vera lupa verghiana che li tiene in pugno nella più completa promiscuità e forse più feroce di tutti loro, visto che tortura personalmente le vittime, trovate in case di campagna isolate..
Sarei davvero curioso di sapere se prima della traduzione Adelphi del 2002 ce ne sia stata una Mondadoriana, e se questa fosse integrale o “purgata” .
Da notare quanto sia lontana dai gialli di Conan Doyle o Agatha Christie, e ben più vicina a quella di Chandler, la tecnica di Simenon, che nel corso di un romanzo cambia più volte punto di vista e protagonisti, e dove Maigret rivela a due terzi del romanzo pensieri e ipotesi di cui il lettore fino a quel momento era stato tenuto all’oscuro.