14/09/2019 (*****)
Capolavoro.
Riuscire a spiegare in maniera chiara, e persino scorrevole, un evento immensamente complicato e colmo di dettagli quale una battaglia moderna - per di più, una battaglia su cui si è scritto di tutto e il contrario di tutto - è già di suo difficile. Riuscire a farlo con rigore storico inappuntabile, corredando il testo con uno sterminato apparato di note e bibliografia, e una chiarezza d'impostazione così netta, è un mezzo miracolo.
Quando parlo di chiarezza d'impostazione, non parlo (solo) di come è strutturato il libro. Parlo della capacità di Barbero di impostare il saggio senza preconcetti o tesi ideologizzate, arrivando in maniera naturale e storicamente corretta a delineare - con grandissima chiarezza - un quadro generale che prenda in considerazione tutti i punti di vista, per quanto possibile, dato che la storia è un animale complicato, dalle mille sfaccettature, e che poco si presta a letture secche, nette e prive di sfumature.
Caporetto rappresenta un momento chiave della storia d'Italia, non solo perché è la più spaventosa sconfitta militare della sua storia (paragonabile, come accennato giustamente da Barbero, anche per come si svilupparono poi le cose in seguito, a Canne), ma perché rappresenta un sofferto passaggio nella complessa e dolorosa strada dello stato unitario verso la consapevolezza di sé, dei propri limiti e delle proprie forze.
Come Canne, rappresentò uno di quei momenti in cui la Storia sembra prendere una certa direzione, che pare ineludibile, per poi evolvere nel segno opposto; come Canne, pur con tutti i distinguo del caso e senza fare paragoni storici campati per aria, considerato che in ogni caso l'uscita di scena dell'Italia nell'ottobre del '17 avrebbe provocato contraccolpi imprevedibili nello sviluppo della Grande Guerra, dato che il fronte orientale era già bello che morto.
Caporetto è una colossale disfatta militare, di proporzioni tali per cui usare il termine catastrofe non pare affatto una esagerazione: in tre giorni l'esercito italiano perde più o meno un terzo dei suoi effettivi, una quantità indescrivibile di beni materiali (armi, vestiario, artigliera, mezzi, bestiame, viveri, munizioni) e circa 150 km di territorio nazionale, quando in due anni e mezzo di durissima guerra ne aveva guadagnato qualche decina.
Barbero prova a spiegare i motivi che portarono a un disastro del genere: cosa non facile, data la complessità del tema e l'affastellamento di teorie e controteorie che seguirono, negli anni, sull'argomento.
Sintetizzando. L'esercito italiano viene travolto a Caporetto, dopo due anni e mezzo di guerra combattuta quasi tutta all'offensiva, essenzialmente perché sul fronte italiano appare qualcosa di nuovo: l'esercito tedesco.
Gli austriaci, allo stremo dopo l'XI e sanguinosissima battaglia dell'Isonzo, temono alla prossima spallata il collasso del proprio fronte; chiamano quindi in aiuto l'alleato, che a malincuore decide d'intervenire su un fronte che ritiene di nessuna importanza.
Qui urge una nota: i tedeschi, e in particolare i tedeschi dei due Reich (il Secondo, quello del Kaiser; il Terzo, quello di Hitler), furono l'espressione di uno stato fortissimamente improntato sull'assolutismo militare, dogma che Bismarck - pescandolo fra le principali eredità prussiane portate in dote alla Germania unita dagli Hohenzollern - utilizzò da subito come collante in una nazione da sempre politicamente divisa e frammentata. Se si unisce questo esasperato militarismo, fondato su una rigidissima disciplina sociale e su una casta di militari altamente professionalizzata e carica di prestigio, a una nazione di dimensioni demografiche e economico-industriali senza paragoni nell'Europa continentale, nonché culturalmente molto solida, il risultato non può che essere una macchina da guerra praticamente inarrestabile. E Caporetto non è altro che l'ennesima battaglia stravinta dal miglior esercito del mondo in qualunque scontro uno contro uno fin lì tenuto dopo l'unità (1866, Sadowa, Austria KO; 1870, Sedan, Francia KO; 1914-15, Tannenberg, Russia KO), grazie all'applicazione di tattiche assolutamente innovative (nel caso in questione, le celeberrime e rivoluzionarie tattiche d'infiltrazione); all'utilizzo di armi e quadri ufficiali di livello assoluto; all'organizzazione maniacale.
Che poi i tedeschi abbiano sempre o quasi vinto tutte le battaglie, ma sempre o quasi perso tutte le guerre, dipende dal fatto che gli dei, alle nazioni come agli uomini, non concedono tutti i talenti: e se i tedeschi sanno indubbiamente organizzare e fare la guerra meglio di tutti, così come non sanno mangiare non sanno né improvvisare né guardare alla realtà scendendo dal piedistallo che si sono costruiti da sé.
Sfortuna volle per l'Italia che l'attacco da parte di un avversario così fuori portata avvenne anche in un momento delicato, dopo la sanguinosa presa della Bainsizza: male guidato da ufficiali spesso inetti, male in arnese per via delle perdite, male organizzato e preda di continui e incomprensibili stravolgimenti d'organico, l'esercito collassò, esaurito per via dei suoi stessi difetti di costruzione, che il sorprendente attacco tedesco portato con tecniche del tutto nuove fece venire di colpo a galla.
Erano i limiti di un intero paese, arretrato e ancora lontano dal compimento della sua rivoluzione industriale, che si riflettevano sull'esercito, di cui dopotutto era una rappresentazione speculare.
Un esercito di contadini, strappati dalle proprie campagne senza una spiegazione, trattati come numeri da ufficiali spaventosamente classisti, sottoposti a una vita infernale e mandati, letteralmente, come pecore al macello. Nell'inedia di quei primi due anni di guerra covava già la più cupa rassegnazione, l'esasperazione e l'avvilimento che portarono poi la truppa, a Caporetto in molti casi, a smettere di combattere pur di porre fine a quella vita orrenda. Molto comprensibilmente direi.
Gli errori furono molti, e si sommarono - fra quelli fatti prima della battaglia e quelli fatti durante (e i responsabili sono molti, da Cadorna giù fino a Capello e Badoglio, e giù ancora) - ai difetti di una struttura che, come detto, non poteva reggere l'urto di un avversario del genere (mentre avevo retto, e messo seriamente in difficoltà, un avversario alla portata come l'Austria-Ungheria dei miei avi).
Terribile fra l'altro il resoconto della ritirata fino al Piave, che assunse le dimensioni di una vera e propria apocalisse con scenari da fine del mondo.
Sconfortante la vuota retorica dei comandi e del corpo ufficiali e la malsana concezione di patriottismo da cui questa scaturiva (ma direi che questo accomunava l'Italia a tutti gli altri paesi in guerra).
Contro ogni ipotesi, come noto, la linea del Piave tenne: e gli stessi tedeschi che avevano sbaragliato intere divisioni sull'Isonzo vennero irrimediabilmente bloccati sul Piave (rimarcando il clamoroso errore strategico commesso dai tedeschi stessi che, contrariamente all'opinione dei parenti poveri austriaci - che, come spesso capita ai parenti poveri, sono più umili e sanno guardare più in là del loro superbo naso - insistettero nel puntare in profondità verso la pianura veneta, invece di aggirare verso il mare la rimanente parte dell'esercito italiano assembrata sul Carso - mossa che avrebbe inevitabilmente costretto l'Italia alla resa).
E' un errore che la Germania pagherà caro: perché il Piave terrà, gli austriaci andranno incontro a una disfatta - questa sì, esiziale - nell'ottobre dell'anno dopo e alla Germania, rimasta sola e accerchiata da forze preponderanti, non rimarrà che la resa incondizionata.
Sic transit gloria mundi.
Il saggio è veramente di qualità superiore, senza sbavature. Ovviamente sono 500 pagine dense e fitte, consigliate agli appassionati ma leggibili e comprensibili veramente da tutti. E questo è il merito più grande delle capacità divulgative di Barbero.