Premessa:
Ho comprato questo libro all’usato (meno di due euro) il giorno che ho sentito alla radio della morte dell’autrice. Mai letto niente di suo, la sapevo autrice de “Il danno”, da cui hanno tratto l’omonimo film, mai visto.
L’acquisto alla mia piccola ma fornita libreria dell’usato ha, anche, il fine di comprare libri di autori per me “nuovi”, di cui non comprerei i libri a prezzo pieno, onde evitare di mangiarmi le mani una volta letto e scoperto che non é il mio genere.
La Hart la di cui produzione mi era ignota, mi ha incuriosita, letta la quarta di copertina, che mi ha stuzzicato, l’ho portato a casa.
A fine lettura affermo che questo é uno di quei casi per cui mi felicito con me stessa per essere divenuta così saggia nell’uso che faccio dei miei soldi, (almeno per quello che é dell’acquisto di libri) e gioisco dell’avere a pochi km da casa la mia piccola libreria dell’usato. (fine premessa)
Dunque l’ho iniziato ieri sera, arrivata a pg 79 mi girava la testa.
L’ho finito stamattina, faticosamente, e ho dovuto pure mettermi la giacchetta di pile perché avevo freddo, (sia perché qua l’estate pare un’utopia, ma credo anche che sto libro emana un gran freddo, come quello che esce quando apri il congelatore) perché a me le prose “cerebrotiche” (cervellotiche+nevrotiche) e psicoletterarie mi irritano i neuroni in un biz. (soprattutto in casi come questi dove c’é troppa carne al fuoco, e il fuochista non é un professional)
(dalla terza di copertina:
“La Hart, in pagine bellissime di analisi dell’inconscio, descrive l’ossessione e la tragedia in uno stile minimalista che costringe il lettore a scavare in ogni singola frase. La sua prosa, fredda, dettagliata, lontanissima dal melodramma, delinea i contorni di una vita desolata, tragica e al tempo stesso seducente.” )
La Hart però, ahimè, nell’analisi dell’inconscio ci mette di tutto sulla griglia:
complesso di Edipo, Laio e Giocasta, scena primaria, tabù dell’incesto, Freud, Jung e Lacan, Deleuze&Guattari, Lévi-Strauss, linguaggio, parola, (anche il tono della voce!) memoria, storia che sono quello che siamo ma che possiamo anche manipolare al fine di sapere, capire, cambiare, ricostruire… (anche rimuovere e negare), e la domanda di fondo su cosa sia meglio per la qualità di vita e la salute mentale di un individuo che ha vissuto un trauma importante, ossia se confrontarsi con la propria storia e gli eventi (e il dolore/sofferenza) che la compongono oppure non avvicinarsi alla materia incandescente, tenere tutto a bada, con riti appropriati, in un oblio artefatto, mettendo in scacco la memoria, ricostruendo un passato, un tessuto storico altro. (la Hart fornisce la risposta la quale non é che mi ha soddisfatto molto, un po’ “tirata via” rispetto a tutto il resto del racconto dove invece si dilungava troppo, pazienza).
Il quesito é di quelli molto interessanti ma il tutto é “glassato” da una scrittura a volte così artificiosamente complessa da farmi sentire i neuroni impantanati nelle sabbie mobili. (per intenderci quel tipo di linguaggio usato per dire concetti semplicissimi complicandoli in maniera tale per cui non ci si capisce niente, ma in apparenza é tutto così “intelligente” e ti vengono i dubbi sul tuo QI come non mai prima, ma poi quando togli il superfluo scopri che semplicemente volevano dire che l’acqua é calda…).
Il ritmo della prosa inoltre é decisamente discontinuo, un inizio lento, poi un accelerazione quando il protagonista va in Irlanda e i ricordi affiorano, e un finale dove si percepisce la difficoltà di tirare le fila di tutto quanta la carne messa sulla graticola.
Per concludere ho avuto l’impressione che l’autrice sia stata folgorata sulla via della psicanalisi, lacaniana soprattutto, ma il cercare di farla transitare nel racconto non le sia riuscito molto bene.
Senza dolenzie, informo che la Hart ed io abbiamo deciso di non più frequentarci.
Libro che verrà rimesso in circolo.