Marelargo è convinto di essere nato con la pelle difettosa, troppo fina, ci passa il mondo attraverso. La sua unica amica, Isabella, dice che i suoi undici anni li porta davvero male, manca di gioco, ha pensieri in formato adulto. Adele è sua nonna, vive la montagna, madrelingua silenzio, conosce il dialetto della natura, si intende con gli alberi, gli animali le parlano. Non sappiamo ancora se questa è la storia di un bambino di città mandato in montagna per guarire dall'ipersensibilità o di sua nonna, custode misteriosa del bosco. Della sua amica, bella e selvaggia, o della montagna, santuario dalle leggi imprescindibili. A ben vedere, questa potrebbe essere benissimo la tua storia. Il nuovo romanzo di Gio Evan racconta la sua prima la straordinaria complicità con una nonna che gli insegnò i valori inestimabili della montagna, della poesia, dell'invisibile.
Gio Evan è un artista poliedrico che si dedica alla poesia e alla musica, alla performance e alla street art. Dopo aver pubblicato con Fabbri Editori le raccolte di poesie Capita a volte che ti penso sempre e Ormai tra noi è tutto infinito, nel 2018 esordisce nel mondo della musica con l’album Biglietto di solo ritorno. Nel 2019 escono il suo romanzo Cento cuori dentro e un nuovo disco, Natura molta. Con i suoi concerti e spettacoli teatrali si esibisce in tutta Italia e all’estero.
Questo libro è una carezza al cuore, un balsamo per le bruttezze che aggrovigliano il mondo. Un libro che ti fa “credere” (dal sanscrito “mettere il cuore”) che esiste ancora il bello, la meraviglia, la gratuità e lo strabiliante. Un libro da avere in libreria.
“Noi siamo la somma delle magie che non possiamo raccontare agli altri, siamo il risultato dell'incredibile che ci è capitato ma che non sappiamo spiegare.”
Il libro parla di Marelargo, un bambino considerato ipersensibile. Per curare questa sua caratteristica viene mandato in montagna, per un tempo indeterminato, da sua nonna Adele, con la quale imparerà a conoscersi, ad ascoltarsi e a superare le sue più grandi paure e preoccupazioni. Il problema principale del romanzo è la prima parte, che ho considerato un po’ noiosa e priva di un filo logico e narrativo costante. Questo è dovuto anche al fatto che lo scrittore, essendo principalmente un poeta, non riesce a costruire una narrazione davvero coerente; di conseguenza il testo appare come un insieme di ricordi ed episodi. Questo aspetto non mi ha infastidito particolarmente, ma ha reso la lettura iniziale meno coinvolgente. La seconda parte del romanzo, invece, mi ha preso molto di più. Ho apprezzato soprattutto il significato generale dell’opera, che risulta molto valido: la città divide, mentre la natura unisce e permette di conoscersi davvero. Questo messaggio, insieme alle lezioni di vita presenti nel romanzo, molto belle e profonde, risulta però in parte sprecato a causa di un filone narrativo poco solido(per i miei gusti). Nonna Adele appare come un vero e proprio Virgilio, che guida il nipote nel suo viaggio nell’età degli undici anni; il suo personaggio è molto interessante e rappresenta uno degli aspetti meglio riusciti del libro.
Le chiamava persone medicina di Gio Evan è un libro accogliente, una favola spirituale che usa la montagna come vera e propria terapia per l'anima. La storia segue Marelargo, un ragazzino di undici anni affetto da ipersensibilità, mandato a trascorrere l'estate in alta quota dalla nonna Adele. Lì, lontano dai rumori urbani, impara a trasformare la sua presunta debolezza in un dono: la capacità di "sentire" il mondo. Ho apprezzato profondamente la prosa poetica di Evan. La sua scrittura scava nell'origine delle parole e tramuta semplici gesti agricoli in potenti lezioni di vita. Il cuore del libro è racchiuso in un concetto bellissimo: "Nonna diceva che esistono persone che tu le vedi e ti si tranquillizza il respiro, i pensieri". Sono le cosiddette "persone medicina", quelle che "fanno di te stesso un miglior te stesso". Se da un lato la componente riflessiva è il punto forte, dall'altro ho trovato i dialoghi a tratti troppo aforistici. Le conversazioni tendono a distaccarsi dal realismo quotidiano: nonna Adele, il contadino Pavilio o la giovanissima Isa parlano raramente in modo spontaneo, esprimendosi piuttosto come veri e propri maestri spirituali. I loro scambi, costellati di massime come "La lamentela t'ammazza, la gratitudine ti salva" o "prega due volte chi canta", spostano l'equilibrio della narrazione verso la parabola filosofica, mettendo un po' in secondo piano la naturalezza in favore della lezione morale. Bisogna dunque approcciarsi a questa lettura accettandone la natura allegorica. Superato questo scoglio, resta un libro che regala pace. Come ricorda il testo: "Ci sono giorni che accadono come premi". Consigliato a chi cerca una delicata carezza letteraria.
Ho letto questo romanzo spinta dalla curiosità suscitata dalle recensioni eccellenti… e me ne sono, purtroppo, pentita.
𝙇𝙖 𝙨𝙩𝙤𝙧𝙞𝙖: Marelengo, un bambino di città di 11 anni che parla come se di anni ne avesse 40, va a trascorrere l’estate in montagna da nonna Adele, vedova. Adele è un po’ mistica, un po’ strega, un po’ figlia della montagna. Insieme a lei conosciamo il suo vicino di baita/amore platonico, Pavilio, e la di lui nipote, Isabella. L’estate di Marelengo si svolge lenta e misurata come la vita tra i monti, trascorsa nel rispetto e nella gratitudine per i frutti della terra e della roccia.
Il problema principale della trama è che non dice nulla di nuovo, anzi, 𝘂𝘀𝗮 𝗶𝗱𝗲𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝘀𝗮𝗽𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗴𝗶𝗮̀ 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗼: Cognetti (Le otto montagne, Il ragazzo selvatico) e Vidotto (Onesto) incontrano Tiziano Terzani e Thich Nhat Hanh.
𝑷𝒂𝒔𝒔𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒑𝒐𝒊 𝒂𝒍𝒍𝒐 𝒔𝒕𝒊𝒍𝒆… Oltre ad avere un protagonista undicenne che parla come un adulto, un fatto sottolineato di frequente anche da Isabella, quasi a volerci far chiudere un occhio su questa cosa, abbiamo nonna Adele, la quale parla buttando dentro i suoi discorsi pressoché tutte le figure retoriche esistenti nella lingua italiana - sineddoche, analogie, metonimie, allegorie. I suoi confronti lessicali sono 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼, tanto da mandare spesso in corto circuito il cervello. Il risultato è dover rileggere da capo il paragrafo e, ciononostante, non capirci ugualmente nulla (di libri impegnativi ne ho letti molti, in vita mia, dunque temo il problema sia di questo romanzo).
Un esercizio di stile in cui la ricerca di un italiano elevato sembra dover essere effettuata a ogni costo, mantenendo al tempo stesso un approccio narrativo semplice, accessibile a tutti. Un romanzo in cui le parole vengono mescolate in un modo tale da non avere, alla fine, alcun senso compiuto o logico.
A volte il linguaggio è grammaticalmente sbagliato: “𝘐𝘭 𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘮𝘰𝘯𝘵𝘢𝘨𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘷𝘢𝘯𝘪𝘴𝘤𝘦, 𝘴𝘪 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘢 𝘵𝘦𝘴𝘵𝘪𝘮𝘰𝘯𝘦, 𝘦̀ 𝘴𝘵𝘢𝘧𝘧𝘦𝘵𝘵𝘢.” (Manca articolo determinativo.) “𝘓𝘦𝘪 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘷𝘢 𝘮𝘢 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 𝘣𝘶𝘵𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘢𝘭𝘭’𝘢𝘳𝘪𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘰𝘭𝘢 𝘴𝘪 𝘱𝘦𝘳𝘮𝘦𝘢𝘷𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘰.” (Di nuovo, manca l’articolo determinativo. Tralascio il fatto che la frase, anche contestualizzata, resta di difficile interpretazione) “[…] 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘷𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘳𝘦.” (Il non andava messo prima?) “[…] 𝘯𝘦𝘭 𝘭𝘢𝘮𝘱𝘰 𝘥𝘪 𝘨𝘦𝘯𝘪𝘰 𝘦 𝘯𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘪𝘯𝘨𝘳𝘦𝘥𝘪𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘭 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰𝘳𝘢𝘭𝘦. 𝘊𝘳𝘦𝘥𝘰 𝘯𝘦𝘭 𝘴𝘰𝘭𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘧𝘶𝘰𝘳𝘪 𝘴𝘪 𝘧𝘢 𝘢 𝘨𝘢𝘳𝘢 𝘢 𝘤𝘩𝘪 𝘦̀ 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘱𝘪𝘰𝘨𝘨𝘪𝘢.” (Chiedo la telefonata a casa…)
Pur volendo lasciare da parte il linguaggio e i capitoli in teoria pregni di lezioni di vita, resta il problema che questo romanzo sembra un gran pastone in cui si mescolano nozioni tratte dritte dal Treccani (ad ogni inizio capitolo), citazioni già sentite, epigenetica e sciamanesimo, creando, in generale, una storia poco coinvolgente che sta già cominciando a svanire dalla mia memoria.
“Nonna diceva che esistono persone che tu le vedi e ti si tranquillizza il respiro, i pensieri. Che non si spaventano dei tuoi dolori, che non hanno paura di abbracciarti i traumi. Persone che hanno imparato a frequentare così bene il sole, che sanno addirittura accompagnarti fino al tuo tramonto. Persone che fanno di te stesso un miglior te stesso. A detta sua le uniche persone da frequentare, le uniche persone da diventare. Nonna le chiamava persone medicina.”
“Piangevo per morti non mie, per ingiustizie che toccavano altre nature. Era questa la mia malattia, abitare la pelle degli altri.”
“Dovremmo afferrare il comportamento del vuoto prima di impratichire il riempimento. Si viene alla luce, così si parla quando si inaugura una vita, ed è vero. Nasciamo luce, le cellule in noi conservano fotoni, particelle di bagliore. Siamo luce dal primo giorno ma nei tempi a seguire accumuliamo buio. Dunque, se togli da dentro la notte, rimane il sole, tolto il nero resta il bianco. Pochi giorni avanti capii cosa voleva dire. Nasciamo felici, poi collezioniamo separazioni. Riuniamo tristezze che barattiamo con sprazzi di entusiasmo. L'uomo per natura spinge ai limiti i suoi pezzi di gioia, finendo così a contatto stretto con le depressioni, le pigrizie, le malinconie. La vita è felice dalla nascita, per mantenerci in forma con questo miracolo bisogna spazzare via i piccoli abbattimenti che il quotidiano introduce. Bisogna lavare i pensieri brutti come si fa con i piatti, così da poter servire i nostri omaggi su stoviglie pulite. Bisogna sbattere le paure come si fa con i tappeti. Siamo una casa.”
“«In cosa credo? Io credo in ogni cosa ma soprattutto credo nelle cose che non vedo, nell'invisibile, nella buonanotte da lontano, nell'intangibile, amare un corpo che non c'è più, nel colpo di fulmine, nel lampo di genio e negli altri ingredienti del temporale. Credo nel sole anche quando fuori si fa a gara a chi è più pioggia. Credo a chi fa le cose di cuore quando la testa consiglia l'opposto. A chi va a riordinare i pensieri in camera sua nel silenzio più doloroso. A chi va al mare da solo per fare il bagno alle idee. Credo a chi sente le cose a pelle, alla carne così sensibile da dettare il fatto prima ancora dell'evento. Credo nel presentimento, a chi sente prima ancora che il suono giunga alle orecchie. Credo nelle previsioni, a chi ha un cinema nella pancia. Credo a chi dà un senso alle sensazioni, a chi ha l'istinto dell'intuito, a chi duetta con il fato ma canta solo il suo coro. Credo nelle parole che non sono mai state pronunciate, a nuove forme di "ti amo", a un nuovo tipo di "mi manchi", a un inedito "ricominciamo". Credo alla potenza della quercia, costretta a essere forte per resistere nei boschi più folti, per sopportare in silenzio i lupi che si fanno le unghie sulla sua corteccia. Credo negli istrici che si riposano accanto a grotte pericolose contando solo sul loro dorso spinoso. Credo a chi in tutto questo marasma di mondo, sai che fa? Si trova un prato dove sedersi, un posto per recuperare un poco di energia, un giardino affine, un campo emotivo disteso e inizia a mettere da parte tutte le liste delle frette da fare.”
Un libro meraviglioso, fatto di semplice profondità, regala forti sensazioni e ti pone tantissime domande. Un libro di filosofia antica in chiave estremamente chiara a e moderna.
«In cosa credo? Io credo in ogni cosa ma soprattutto credo nelle cose che non vedo, nell'invisibile, nella buonanotte da lontano, nell'intangibile, amare un corpo che non c'è più, nel colpo di fulmine, nel lampo di genio e negli altri ingredienti del temporale. Credo nel sole anche quando fuori si fa a gara a chi è più pioggia. Credo a chi fa le cose di cuore quando la testa consiglia l'opposto. A chi va a riordinare i pensieri in camera sua nel silenzio più doloroso. A chi va al mare da solo per fare il bagno alle idee. Credo a chi sente le cose a pelle, alla carne così sensibile da dettare il fatto prima ancora dell'evento. Credo nel presentimento, a chi sente prima ancora che il suono giunga alle orecchie. Credo nelle previsioni, a chi ha un cinema nella pancia. Credo a chi dà un senso alle sensazioni, a chi ha l'istinto dell'intuito, a chi duetta con il fato ma canta solo il suo coro. Credo nelle parole che non sono mai state pronunciate, a nuove forme di "ti amo", a un nuovo tipo di "mi manchi", a un inedito "ricominciamo". Credo alla potenza della quercia, costretta a essere forte per resistere nei boschi più folti, per sopportare in silenzio i lupi che si fanno le unghie sulla sua corteccia. Credo negli istrici che si riposano accanto a grotte pericolose contando solo sul loro dorso spinoso. Credo a chi in tutto questo marasma di mondo, sai che fa? Si trova un prato dove sedersi, un posto per recuperare un poco di energia, un giardino affine, un campo emotivo disteso e inizia a mettere da parte tutte le liste delle frette da fare. Ma soprattutto, Mare, io credo nelle persone come noi.»
Questo è senza dubbio un libro poetico e riflessivo. La scrittura di Gio Evan ha una forte carica emotiva, arriva più al cuore e all'anima che alla mente, suggerisce più che spiegare. È un testo che parla di legami, di natura, di guarigione emotiva e spirituale, e lo fa con delicatezza tramite gli occhi di un protagonista 'malato di ipersensibilita'. Forse Gio Evan con questo libro vuole davvero farci fare l'esercizio di diventare ipersensibili per una volta nella vita.
Allo stesso tempo, durante la lettura ho avuto spesso la sensazione che il romanzo non stesse davvero insieme. Più che una narrazione compatta, l’ho percepito come una successione di immagini, frammenti e piccoli nuclei di riflessione. In questo senso, forse il modo migliore per leggerlo non è quello di considerarlo un romanzo vero e proprio, ma una lunga poesia o una canzone dilatata nel tempo, cosa che rispecchia bene il fatto che l’autore sia anche un poeta e un cantautore. A tratti sembra quasi un libro di "quotes": frasi da sottolineare, pensieri su cui riflettere uno alla volta, più che una storia da seguire dall’inizio alla fine.
È probabilmente un libro che richiede tempo e riflessione, e forse anche una rilettura, per essere colto pienamente. Sicuramente aiuta avere una certa familiarità con alcuni concetti spirituali - dall’induismo alla figura dei guaritori, fino a quelle filosofie che vedono l’anima come un’entità in percorso, che apprende attraverso l’esperienza terrena, e del ruolo della natura. Tutti elementi non inerenti al contesto del libro nello specifico, ma che fanno parte del vissuto dello scrittore e che quindi li vediamo inseriti nell'opera (volutamente o no), anche se come elementi secondari. Senza queste basi, il rischio è che il testo resti suggestivo ma sfuggente.
Ne comprendo e ne apprezzo il lato emotivo, l’intenzione e la sensibilità. Tuttavia, come opera narrativa, mi ha lasciato una sensazione di incompiutezza. Un'opera più sentita che costruita, più evocata che tenuta insieme. Un libro che chiede di essere sentito più che seguito e letto.
Grazie amica mia @martina.chantal.s per avermi prestato questo libro. Mi hai detto che era una carezza per il cuore e, una volta arrivata alla fine, ho capito cosa intendevi! È il mio primo romanzo di Gio Evan e sono felice che il nostro incontro sia avvenuto proprio attraverso queste pagine.
È una lettura che non si lascia riassumere facilmente, che preferisce suggerire piuttosto che spiegare e che accompagna il lettore tra emozioni e pensieri che accarezzano l'anima. È una storia che mi ha aperto una porta su un modo diverso di guardare il mondo.
La scrittura è poetica e delicata. Nulla viene detto in modo esplicito eppure il messaggio mi è arrivato con una forza sorprendente: forse non siamo noi a essere sbagliati. Forse, semplicemente, ci troviamo nel posto sbagliato.
Mi ha colpita anche il profondo legame con la natura, una presenza viva e silenziosa che si manifesta come una cura senza pretese: Lei c'è, è sempre stata lì, nelle cose più semplici, in attesa che qualcuno trovi il tempo di accorgersene.
Ho amato la dolcezza del rapporto con la nonna e l'amore che affiora tra queste pagine, soprattutto grazie a Isabella. Un amore silenzioso, fatto di presenza, comprensione e piccoli gesti capaci di lasciare il segno.
È una di quelle letture che non fanno rumore, ma che riescono comunque a farsi sentire.
𝙇𝙤 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙞𝙜𝙡𝙞𝙤 𝙨𝙚: • ami le letture introspettive • cerchi una storia che faccia riflettere • trovi bellezza nelle cose semplici • apprezzi la scrittura poetica • hai bisogno di una coccola per l'anima
"In cosa credo? Io credo in ogni cosa ma soprattutto credo nelle cose che non vedo, nell'invisibile, nella buonanotte da lontano, nell'intangibile, amare un corpo che non c'è più, nel colpo di fulmine, nel lampo di genio e negli altri ingredienti del temporale. Credo nel sole anche quando fuori si fa a gara a chi è più pioggia. Credo a chi fa le cose di cuore quando la testa consiglia l'opposto. A chi va a riordinare i pensieri in camera sua nel silenzio più doloroso. A chi va al mare da solo per fare il bagno alle idee. Credo a chi sente le cose a pelle, alla carne così sensibile da dettare il fatto prima ancora dell'evento. Credo nel presentimento, a chi sente prima ancora che il suono giunga alle orecchie. Credo nelle previsioni, a chi ha un cinema dentro la pancia. Credo a chi dà un senso alle sensazioni, a chi ha l'istinto dell'intuito, a chi duetta con il fato, ma canta solo il suo coro. Credo nelle parole che non sono mai state pronunciate, a nuove forme di "ti amo", a nuovi tipi di "mi manchi", a un inedito "ricominciamo". Credo alla potenza della quercia, costretta a essere forte per resistere nei boschi più folti, per sopportare in silenzio i lupi che si fanno le unghie sulla sua corteccia. Credo negli istrici che si riposano accanto a grotte pericolose contando solo sul loro dorso spinoso. Credo a chi in tutto questo marasma di mondo, sai che fa? Si trova un prato dove sedersi, un posto per recuperare un poco di energia, un giardino affine, un campo emotivo disteso e inizia a mettere da parte tutte le liste delle frette da fare. Ma soprattutto, Mare, io credo nelle persone come noi."
Questa è la storia di Marelargo, ragazzo a cui è stata diagnosticata una sindrome da ipersensibilità. Unica cura per questa "sindrome" è la diminuzione di sovrastimolazione sensoriale di cui un ambiente come la città ne è colma, quindi viene mandato a passare l'estate in montagna da nonna Adele: "avevo appena compiuto sette anni quando mi fu prescritta la montagna come terapia". In montagna Marelargo impara ad ascoltare se stesso ma soprattutto ad unirsi con sé stesso. Impara la lingua della natura, impara tutto ciò che la città né la scuola insegnano, impara a lasciare andare le sue paure e a prepararsi per la crescita, l'età adulta. Con uno stile narrativo musicale e fluente, Gio Evan fa il punto sull'importanza dell'invisibile agli occhi, portando il lettore a fermarsi, respirare e prendere per la mano quella parte di se stesso fragile e pura che nella vita di tutti i giorni, spesso, viene tenuta in un angolo del nostro cuore e nascosta sotto le macerie del tempo e della logica. Sicuramente da leggere.
«Non bisogna volerlo, bisogna essere pronti, Le cose succedono quando si è pronti, non quando si vogliono. Volere non basta mai.»
Gio Evan ci accompagna attraverso un viaggio spirituale, dove la montagna fa da tempio e la nonna Adele da maestro. Ogni capitolo accompagna il lettore nelle profondità dell’animo, scavando tra paure e insicurezze, per poi portare pace e serenità. Non a caso lo scrittore usa le quattro leggi della spiritualità come struttura guida.
La prosa è poetica e a tratti filosofica, la spiegazione di alcune parole (amore, tatto, crescere, credere) e il loro utilizzo sono una la ciliegina sulla torta di un testo delicato e commovente.
"La vita continua anche quando sei concentrato a non viverla, la vita accade anche quando tu non accadi".
All'ombra di un albero in poche ore ho terminato questo libro, breve ma molto intenso ed interessante. Il contatto con la natura e respirare determinati odori mi ha calato meglio nelle atmosfere di questo libro. Qui troverete un bambino troppo fragile e sensibile che cerca di combattere completamente disarmato la realtà di tutti i giorni; e troverete anche una nonna che trasmette al proprio nipote empatia, rispetto per la natura ed una filosofia davvero profonda sulla montagna ed i suoi esseri viventi. Libro piacevole per "vedere" la montagna con altri occhi. 📚📚📚/5 #receumile #recensionivelocidilibri #gioevan #lechiamavapersonemedicina
Dal lat. “respirare”, comp. di re- e spirare «soffiare, respirare». a. Compiere il processo fisiologico della respirazione con speciale riferimento alle due fasi di inspirazione ed espirazione della respirazione umana. b. Con uso estens., riferito a un luogo dove ci sia aria buona o dove si stia larghi e comodi.
L’ho letto in due ore, ma mi ha lasciato addosso molto di più.
Ci ho trovato pezzi di me, in modo anche un po’ spiazzante. Non è un libro che ti “insegna” qualcosa, è più uno di quelli che ti riporta dove eri già — solo che non ci stavi più guardando.
Ha una delicatezza strana: ti porta in punti anche scomodi, ma senza mai farti male davvero.
Le chiamava persone medicina parla di :Marelargo che trascorre l'estate in montagna dalla nonna Adele in questi tre mesi imparerà a convivere con le sue fragilità che si riveleranno forza conoscendo anche le sue persone medicina. Il libro offre molte lezioni di vita è un ottimo libro di crescita non mi è piaciuto tanto tutto quel "buddismo" e la fine un gran colpo di scena che io ho reputato un pò inutile anche se l'ha detto l'autore stesso che non mette un vero e proprio finale ai sui libri ma li lascia a libera interpretazione
Un libro che non saprei giudicare in modo “didattico”. Non so nemmeno dire con certezza se la storia mi sia piaciuta o meno. Eppure, in poche pagine, riesce a entrarti dentro, a toccare qualcosa di antico, quasi atavico, che forse cerchiamo senza saperlo. A un certo punto senti nascere il bisogno di riconnetterti con ciò che ti circonda: la natura, il silenzio, le cose essenziali, quella parte di noi che spesso resta coperta dal rumore della vita quotidiana.
"La montagna Non sempre è un luogo, a volte è medicina, e sciroppo per lo spirito.. Tutto inizia al momento giusto, né prima né dopo. Appena siamo pronti per un nuovo inizio nella nostra vita allora inizierà." Un libro fantastico che mi ha praticamente chiamato in libreria!! Nessuna scelta fu più giusta!
Libro che a mio avviso ricalca molto, forse un pelo troppo, diversi aspetti del libro “Le otto montagne”. Le lezioni di vita sono interessanti ma si perdono in quello che ho percepito più come un pomposo esercizio di stile che un vero e proprio racconto. Certe volte diluire aiuta a far risaltare il messaggio che si vuole dare.
Il mio libri preferito fino ad ora, storia semplice, lineare, commovente, che fa riflettere e porta il lettore ad interrogarsi, a guardarsi allo specchio, a scoprire l'importanza di fermarsi a pensare, a osservare a comprendere ciò che il mondo ci propone. Personalmente mi sono molto rivisto nel protagonista
È un libro che rileggi mentre lo stai leggendo, ha una tale profondità che non riesci ad andare avanti senza fissare i pensieri, fare tue le parole. Ha tutto: la natura, la nonna, il disagio del sentirsi diversi, un modo per superare la sensazione di essere sbagliati. Un solo dubbio: perché un pettirosso in copertina e un merlo nella storia?
Primo libro di Gio Evan, personaggio conosciuto tramite i social. Il racconto è semplice, fatto tramite gli occhi di un bambino. Vengono dati piccoli consigli verso il risveglio e la consapevolezza individuale. Figura centrale è quella della nonna/strega. In certi punti l'ho trovato troppo sdolcinato ma in generale è piacevole.
Un romanzo che è una poesia. Gio Evan racconta con delicatezza di un bambino mandato in montagna dalla nonna per guarire dalla sua "ipersensibilità". Qui egli imparerà dalla nonna e dalla montagna stessa il valore dell'invisibile, che il sentire troppo non è debolezza ma forza, che tutto ciò che riceve amore cresce forte e rigoglioso e che tutto arriva nel momento giusto. È una storia dolce di crescita ed è ispirata alla reale storia dell'autore e agli insegnamenti di sua nonna. Un tenero racconto che tocca il cuore.
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Un libro delicato, che tratta la tematica dell'alta sensibilità vista dagli occhi del giovane "Marelargo". La montagna e gli insegnamenti della nonna presi come medicina. Un libro semplice nella sua composizione, scrittura leggera ma anche di grande delicatezza e profondità. Una piacevole lettura serale, con bellissimi spunti di riflessione interiore
“Diceva che esistono persone che non si spaventano dei tuoi dolori, che non hanno paura di abbracciarti i traumi, che sanno dove metterti dentro le parole giuste, persone che hanno imparato a frequentare così bene il sole, che sanno addirittura accompagnarti fino al tuo tramonto.”
Un libro filosofico delicato e profondo, che ci mostra il mondo con nuovi occhi, gli occhi di chi vede, di chi sente profondamente quello che ci circonda, con la sensibilità di chi rispetta questa Terra e il corso della vita.
É un libro che ti colpisce dritto il cuore e che ti smuove l’anima dall’interno. I sicuramente il libro del mio 2025. Consiglio a chiunque abbia bisogno di ritrovarsi e di ritrovare un poco di meraviglia del mondo.
Marelago è un bambino di undici anni, ma che a causa della sua ipersensibilità ne dimostra molti di più. Grazie alla nonna Adele impara l'arte della lentezza e dell'amore verso la natura. Disprezza la città e tutta la parte caotica che essa conserva, per questo trova riparo nella fattoria.
Delicato, una coccola. Scorrevole. molte immagini evocative e metafore, alcune sicuramente degne di nota, altre più ritrite e banalotte. piacevole intrattenimento di un paio d'ore, mi lascia belle sensazioni ma nessun effetto WOW
“Fu la prima notte con le luci spente e il buio acceso. Se si poteva diventare un po’ piu’ grandi in una sola notte, io c’ero diventato. Non solo le ossa spingono verso l’alto. Si cresce in centimetri anche di coraggio” 🧡