”Cara mamma, questo è un messaggio che non ti spedirò, perché certe frasi non possono viaggiare nelle fibre ottiche, farebbero troppi danni. […] Certi accadimenti accettano di essere intrappolati nelle parole solo a patto che le frasi restino murate in un archivio elettronico criptato […] Ci siamo insomma messi d’accordo che lei scriverà come sempre quello che dètto con i segni, ma poi parcheggeremo la lettera nel mio computer, dove rimarrà in clausura per la notte dei tempi.”
È il limite intrinseco del linguaggio, che deve spesso utilizzare termini coniati in contesti diversi e far ricorso a immagini e analogie per consentire una comunicazione più o meno adeguata, e che si porta dietro i nodi irrisolti della unicità della verità e della credibilità, ”Hanno preteso che incontrassi un tipo con gli occhiali colorati da bambino, il quale ha cominciato a farmi domande appiccicose come trappole adesive per prendere le mosche. Mi parlava dando per scontato che fossi microcefalo, come succedeva ai vecchi tempi, e non si rendeva conto che se c’era uno che non capiva niente di quello che diceva l’altro, quel qualcuno era lui”.
Questo limite vale, a maggior ragione, per un ragazzino sensibile e difficile di dieci anni, sordo profondo, ipercinetico, con deficit di attenzione e con comportamenti che sfociano nell’aggressività verso di sé e verso gli altri; un ragazzino che viene iniziato tardi alla lingua dei segni e che quindi deve recuperare molto in termini di comunicazione e che si trova a dettare alla logopedista, non senza frequenti mercanteggiamenti, delle lunghe missive rivolte alla madre in coma per un incidente d’auto.
Il contesto ambientale è quello di un anonimo paese di provincia e di una famiglia inusuale e creativa: la madre è un’apicoltrice molto materna, il nonno ex anarchico studioso ed esperto di lombrichi, il fratello, di poco più grande, è un hacker esperto di computer e in grado di progettare un algoritmo basato sulle reti neurali capace di autoapprendimento, e il padre, giovanissimo, forse un po’ infantile, è un esperto informatico.
È proprio il background dell’intelligenza artificiale, di cui tutto il romanzo è permeato, a porre in modo rilevante domande su linguaggio, comunicazione ed etica, sulle verità alternative e sul loro rapporto con finzione e immaginazione, sul contrasto tra natura e tecnologia, e fa di QI185, il fratello hacker, e del ragazzino, dei novelli Frankenstein.
È un romanzo scritto molto bene e di lettura estremamente piacevole, ci si immerge facilmente.