È più facile dire cosa questo romanzo non è: non è una distopia, anche se in più di un’occasione si ha l’impressione che lo stia diventando. Non nasconde un cuore politico, anche se a metà corsa abbraccia una storia eversiva, con toni concitati e grotteschi.
Non è un romanzo generazionale, pure se i protagonisti sono poco più che ventenni e camminano, pensano, parlano come ventenni. Non è nemmeno il tentativo di descrivere un unico continuo stato alterato di coscienza, sarebbe il punto di osservazione più sbagliato. Il tema non è la droga, la droga è solo il mezzo per fondersi con la realtà, una volta cadute tutte le resistenze mentali. Qualsiasi tipo di sostanza catalizza un displacement (a monte, il titolo in inglese è già un displacement) che non è uno scollamento dal mondo, ma una maggiore aderenza. Questo corrispondere alle cose del mondo, questo ritornare alla materia da cui proveniamo è il motivo vero del romanzo, reso a pieno dallo slittamento frequente della lingua nel registro poetico: dopo la contrazione del parlato, si scivola in maniera fluida dentro a una lingua con un’altra densità.
Questo romanzo scappa, ha sempre voglia di essere altro, non è mai una cosa sola, ha il passo della fuga. “L’unico spazio che ha il testo per durare è quello emozionale” ha detto Pier Vittorio Tondelli, e forse è nei momenti di sospensione più spinta e di incorporeità, persa a inseguire un filo rosso immaginario, che la voce di Iannuzzi può arrivare dritta al lettore. Si inserisce in una linea di padri e madri che comprende i Cannibali, viene in parte anche da lì, ma non è un tentativo di portare avanti quel lignaggio, di renderlo ancora una volta contemporaneo. White People non porta nessuna novità al genere, è forse, parzialmente, un omaggio, in tempi che hanno già preso le distanze da quel momento e lo guardano come un capitolo chiuso. Ma anche così non è abbastanza, è giusto un recinto stilistico in cui limitare il testo. Il desiderio alla base di questo romanzo parte e riguarda sempre la lingua. Vuole raccontare una storia con una sola emissione di fiato o un’unica frase, dall’inizio alla fine. E ci riesce, non solo perché è breve e si legge in una battuta.